Dopo otto anni di attività editoriale, curatoriale ed espositiva, il Link Art Center, associazione culturale impegnata nella divulgazione della new media art, ha annunciato la chiusura. Abbiamo parlato con i fondatori ‒ Domenico Quaranta, Fabio Paris, Lucio Chiappa e Matteo Cremonesi ‒ per stilare un bilancio di questa importante esperienza.

Cominciamo dalla domanda inevitabile: perché vi fermate? Perché proprio ora?
Domenico Quaranta: Il Link Art Center è stato fondato come associazione culturale nel 2011, con la missione di favorire, a livello nazionale e internazionale, una maggiore diffusione e consapevolezza delle “arti dell’età dell’informazione”. All’epoca percepivamo questa missione come una necessità bruciante. Eravamo spettatori di un dinamismo degli artisti che non trovava adeguata risposta nelle istituzioni, nelle riviste, nel mercato. Dovevamo fare qualcosa, e l’abbiamo fatto. Ma su questo fronte, dal 2011 al 2019, ci sono stati enormi cambiamenti, sia a livello artistico, sia a un livello più generale di società, in Italia e nel resto del mondo. Basta visitare un evento d’arte contemporanea mainstream come la Biennale di Venezia di quest’anno per percepire la scala di questo cambiamento. Temi che una volta si sarebbero definiti di “cultura digitale”, come l’intelligenza artificiale, sono ora all’ordine del giorno, e non solo in una nicchia discorsiva; linguaggi che una volta sarebbero stati definiti “new media”, come la realtà virtuale, sono messi nelle mani di veterani dell’arte contemporanea come Marina Abramovič o Anish Kapoor.

Il mondo dell’arte, quindi, si è rimesso “in pari” rispetto alla new media art?
D. Q.: Il mondo dell’arte, nel corso dell’ultimo decennio, è riuscito a fare quello che, in relazione ai cosiddetti new media, non gli era mai riuscito prima, nemmeno negli anni d’oro della New Economy: muoversi di concerto. Non solo musei, curatori, e organizzazioni non profit, ma anche galleristi, collezionisti e magazine di tendenza. È questa evoluzione che ci ha fatto proclamare, nel comunicato di chiusura, di considerare “compiuta” la nostra mission. È un’affermazione che va presa, ovviamente, con la giusta dose di relativismo: sentiamo di aver realizzato a un buon livello di qualità quello che potevamo fare restando quello che siamo, cioè una piccola organizzazione non profit di quattro persone, non sostenuta da finanziamenti pubblici. Si può aprire uno spazio di autocritica, e l’abbiamo fatto, sulla nostra incapacità, o non volontà, di evolvere in qualcosa di più strutturato e solido, con una maggiore potenza di fuoco. Ma non avendo intrapreso questa strada, l’alternativa più sensata ci è sembrata la chiusura del progetto.

Presenting Daduclub.online at Cabaret Voltaire, Zurich
Presenting Daduclub.online at Cabaret Voltaire, Zurich

Quali sono le cose più importanti che sentite di aver imparato da questa esperienza?
D. Q.: Difficile fare un elenco esaustivo. Per me, che nel 2011 potevo concedermi il lusso di considerarmi ancora giovane, è stato importante capire che quando non intravedi uno spazio operativo nel panorama esistente, devi trovare il coraggio e la sfrontatezza di creartene uno tuo: con serietà, entusiasmo e in collaborazione con le persone giuste.
Lucio Chiappa: Tra i soci fondatori io ero quello meno prossimo al mondo dell’arte: le mie esperienze professionali sono legate alla comunicazione, ai brand, alle classiche agenzie di advertising. Per questo l’esperienza del Link è stata per me una “prova della volontà”. Un’ostinata volontà di avvicinarsi a linguaggi nuovi, a sperimentare forme di produzione innovative, a guardare avanti, oltre le consuete logiche della Brand Communication. Il Link è stato un esperimento emozionante e professionalmente arricchente. Anche se chiude, continuo a credere che esista uno spazio dove il mondo della comunicazione (diciamo quella più illuminata!) e quello della ricerca artistica possono collaborare in maniera innovativa.
Matteo Cremonesi: Personalmente sento di avere imparato molto da questa esperienza, sia professionalmente che umanamente. Quando mi è stato proposto di entrare a far parte del Link, avevo appena concluso l’università e lavoravo già come artista. Ho accettato con grande entusiasmo perché mi sembrava un’ottima occasione per arricchire e ampliare il mio punto di vista, calandomi nei panni anche del curatore e dell’organizzatore.

Il progetto che vi ha dato maggiori soddisfazioni?
D. Q.: Personalmente, la mostra Collect the WWWorld. Soprattutto riuscire a portarla a New York, negli spazi di 319 Scholes, nel 2012. “Esportare” negli Stati Uniti un progetto nato in Italia, che affrontava in maniera trasversale il post-internet, che proprio a New York aveva trovato uno dei suoi luoghi di elaborazione; coinvolgere nuovi artisti, da Penelope Umbrico a Brad Troemel, e conoscerli personalmente; produrre per la mostra la prima versione di Since You Were Born, il progetto di Evan Roth sulla cache del browser che è poi diventato anche un piccolo libro Link Editions e un’impressionante installazione di scala museale; incontrare tra il pubblico figure di rilievo che negli anni successivi avrebbero esplorato temi analoghi e lavorato con alcuni degli artisti in mostra. Tutte queste cose sono state una bella conferma della strada intrapresa, e una carica di energia che è durata per anni, alimentando altri progetti del Link.
Fabio Paris: Due sono i progetti che mi stanno più a cuore: 6PM Your Local Time Europe (2015), e Dadaclub.online (2016), e tutti e due si basano sul coinvolgimento collettivo. 6PM Your Local Time è un format espositivo su larga scala unico nel suo genere: un evento d’arte contemporanea distribuito e connesso in rete, che si svolge simultaneamente in sedi differenti nell’arco di una sola serata. Le sedi (istituzioni, spazi non profit, gallerie private, studi d’artista) sono collocate in un’area geografica allargata e i vari eventi vengono documentati e condivisi dagli organizzatori e dal pubblico in tempo reale sui social e sulla piattaforma web dedicata. Dopo un evento test nel Regno Unito, il lancio della piattaforma è stato coordinato da Brescia e ha coinvolto più di 100 location da 23 Paesi europei. Il numero di connessioni sul sito è stato così grande che era diventato non disponibile per circa un’ora. Un’emozione indescrivibile, che ha ampiamente ripagato l’impegno di organizzare un evento di una notte distribuito sul continente europeo.
Per celebrare il centenario del movimento Dada, invece, dal 5 febbraio 2016 al 5 febbraio 2017 la piattaforma Dadaclub.online ha condiviso in digitale copie di alta qualità di opere d’arte originali Dada e copertine di riviste, invitando artisti da tutto il mondo a usarle nel loro lavoro. In quell’anno abbiamo ricevuto ben 148 lavori, tutti pubblicati sul sito. Tutte le mattine, quando accendevo il computer, trovavo qualche nuova proposta. È stato un anno intenso e pieno di emozioni.
M. C.: Il progetto a cui sono più affezionato e che mi ha dato più soddisfazioni è sicuramente Link Cabinet, il nostro spazio espositivo online, che ho ideato e diretto. Link Cabinet consiste in una singola pagina web che ha ospitato mostre personali, presentando opere inedite concepite per essere esposte e fruite in quello specifico spazio. Tra aprile 2014 e luglio 2019 Link Cabinet ha ospitato 30 mostre. Per me è stato un piacere e un privilegio poter collaborare in questi anni con artisti come Jonas Lund, Addie Wagenknecht, Nicolas Maigret, JODI, Eva Papamargariti, Guido Segni, Carlo Zanni, Nicholas Sassoon, Morehshin Allahyari, Michael Mandiberg, David Horvitz, Sara Ludy e Lorna Mills.
L’altro progetto che ho a cuore è la mostra Situations/Postfail (dicembre 2017-febbraio 2018) da me curata e realizzata in collaborazione con Fotomuseum Winterthur. Per me è stata un’ottima occasione per confrontarmi con il ruolo curatoriale, alle prese con una mostra non più online ma in un contesto museale importante come quello di Fotomuseum.

Bani Brusadin, Eva & Franco Mattes, Domenico Quaranta (eds.) The Black Chamber. Surveillance, paranoia, invisibility & the internet (Link Editions + Aksioma, 2016)
Bani Brusadin, Eva & Franco Mattes, Domenico Quaranta (eds.) The Black Chamber. Surveillance, paranoia, invisibility & the internet (Link Editions + Aksioma, 2016)

C’è qualcosa che pensate di continuare a tenere in piedi? Ad esempio Link Editions? Lasciate un grande vuoto da quel punto di vista…
D. Q.: Link Editions è partito come un esperimento editoriale assolutamente innovativo, dalla scommessa che per esistere come editori fossero sufficienti un grafico talentuoso, un occhio per contenuti di qualità che necessitavano di maggiore circolazione, e un account su un servizio di print on demand. Ha rilasciato sin dall’inizio tutti i suoi contenuti in free download e senza vincoli di copyright. Ha colmato un vuoto, e come tale ha potuto esistere in totale assenza di economia: nessuna fee per gli autori, nessun guadagno da parte nostra. Funzionando, ha cominciato a essere imitato, anche da istituzioni che potevano permettersi qualcosa di più, e questo l’ha portato davanti allo stesso bivio di fronte a cui si è trovato il Link Art Center: il rilancio su scala diversa oppure la chiusura.

Progetti individuali per il futuro?
D. Q.: Negli ultimi anni la mia posizione di docente nell’Accademia di Belle Arti è evoluta, da freelance a contratto a docente a tempo pieno. Dall’anno scorso sono in ruolo presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara, dove sono anche Preside della Scuola di Nuove Tecnologie dell’Arte. In questo momento molte delle mie energie si riversano in quella direzione, che non è puramente didattica ma include anche dei risvolti progettuali. L’anno scorso, ad esempio, abbiamo lanciato Cloud Workers, un ciclo di incontri con figure di rilievo della pratica artistica e della riflessione critica sui nuovi media, a cui vorremmo dare un seguito; quest’anno stiamo lanciando un nuovo biennio (in Cinema, Fotografia e Audiovisivi) e altri progetti ancora troppo prematuri per essere comunicati.
Sul fronte curatoriale, con Aksioma Institute for Contemporary Art Ljubljana sto lavorando a un ambizioso programma intitolato Hyperemployment, che inaugurerà a novembre, sul tema del lavoro nell’era dell’automazione, dell’accelerazionismo e della “fine del lavoro”.
M. C.: Sicuramente proseguirò l’attività artistica con IOCOSE, il gruppo di cui faccio parte. Recentemente abbiamo iniziato una nuova serie di lavori che espandono ulteriormente la prospettiva su un tema a noi caro: il ruolo dell’innovazione tecnologica nel dare forma all’idea di futuro. Il lavoro è focalizzato sul rinnovato interesse per l’esplorazione e la conquista dello spazio, proposto e sostenuto da alcune importanti figure della Silicon Valley come soluzione per la sopravvivenza futura della nostra specie.
Continuerò poi sicuramente anche la mia attività di ricerca teorica e di insegnamento, così come vorrei portare avanti quella curatoriale, in autonomia o con nuove collaborazioni.

Valentina Tanni

www.linkartcenter.eu

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AutoreMatteo Cremonesi
CuratoriDomenico Quaranta, Fabio Paris
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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.