I digital media sono gli strumenti usati da Marina Abramović, Shu Lea Cheang e Hito Steyerl nei loro lavori esposti all’interno della Biennale di Venezia e in città. Confermando una tendenza diffusa nelle opere in mostra fra Padiglioni, Arsenale e altre sedi lagunari.

Nel mare d’immagini di questa Biennale di Venezia spicca la presenza di un lavoro in Virtual Reality di Marina Abramović, allestito in uno spazio-galleria di fianco a Ca’ Rezzonico. L’interessante progetto nasce da due strutture: la canadese Phi, associazione internazionale canadese che sta proponendo ad artisti esperienze tecnologicamente avanzate nel campo della realtà virtuale, in collaborazione produttiva con Acute Art, newsletter e struttura culturale. Nel progetto sono inclusi, fra altri Jeff Koons, Anish Kapoor e Olafur Eliasson.
Il lavoro di Marina Abramović, Rising, è dedicato al clima. È l’acqua del pianeta ad alzarsi ed è visualmente sorprendente e significativo vedere il documento del “making of” in cui l’artista, che è sempre partita dal “corpo intero”, dall’integrità del sentire del corpo e della mente, diventa fisicità che si suddivide nei frammenti creati dalle strategie della tecnica tridimensionale e degli effetti speciali necessari alla visione di una sequenza virtuale di circa 7 minuti. Una sequenza dove il volto carismatico dell’Abramović si contrappone al crollo di una barriera di ghiaccio dell’Artico e al conseguente “rising” del mare.

58. Biennale d'Arte di Venezia, 2019. Padiglione Taiwan. Shu Lea Cheang
58. Biennale d’Arte di Venezia, 2019. Padiglione Taiwan. Shu Lea Cheang

SHU LEA CHEANG

Drammatico, semplice e diretto il discorso dell’Abramović, complesso, articolato e “perverso” quello di Shu Lea Cheang. Esposta nel Padiglione Taiwan (che sta diventando uno dei più interessanti della Biennale), la Cheang è una figura storica della prima ondata digitale della Net Art che ha prodotto le narrative multimediali online, fra cui una sul transgender, Brandon. L’artista–attivista parte da Foucault e il lavoro si intitola 3X3X6, in riferimento alle dimensioni standard delle prigioni più avanzate, sorvegliate da ben 6 telecamere. Il lavoro enumera varie forme di devianze a sfondo sessuale e un convegno mette in discussione il fallimento del controllo elettronico sui carcerati e riapre il discorso su possibili nuove forme d’intervento/cura. Il linguaggio è digital-pop-kitsch, come per molti artisti che usano il digitale (inclusa la stessa Abramović, che già aveva realizzato una versione digitale del suo The artist is present), ed eccellente per il coraggio e la volontà di riproporre i problemi dei rapporti fra creatività e malattia mentale e le complessità della “punizione e della cura”, così presenti e vivaci nell’arte dagli Anni Sessanta agli Anni Ottanta e oggi così trascurati.

58. Biennale d'Arte di Venezia, 2019. Hito Steyerl. Photo Andrea Avezzù
58. Biennale d’Arte di Venezia, 2019. Hito Steyerl. Photo Andrea Avezzù

HITO STEYERL

Hito Steyerl presenta all’Arsenale un’installazione video multimediale che sveglia l’atmosfera un po’ assopita della fine delle Corderie. Rumorosa, enormemente glitch, iperdrammatica, avventurosa, l’artista tedesco–giapponese si scatena su una ventina di schermi per una narrazione distopica che chiama This is the Future, titolo non a caso legato a una canzone di Laurie Anderson tratta da Home of the Brave, un futuro che distorce sequenze su sequenze degli Anni Ottanta e dei loro ottimismi. In This is the Future una donna decide di nascondere un giardino nel futuro e inizia poi a cercarlo. Si cammina tra fiori digitali che nascono e muoiono rapidamente. Ci si pone una domanda: l’Intelligenza Artificiale è in grado di prevedere il futuro? La risposta è no, per Hito Steyerl, che mentre utilizza un linguaggio di rapidità ed estremizzazione d’immagine da rave, in realtà ci invita a considerare con prudenza il mezzo digitale e a trovare gli strumenti per controllarne lo spazio nei suoi imprevedibili sviluppi. Energetica e brillante come nei suoi interventi scritti, la Steyerl rimette in circolazione quello che molti artisti oggi tralasciano: l’emozione e la commozione.

Lorenzo Taiuti

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AutoriMarina Abramovic, Hito Steyerl
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Lorenzo Taiuti
Lorenzo Taiuti ha insegnato corsi su Mass media e Arte e Media presso Academie e Università (Accademia di Belle Arti di Torino e Milano, e Facoltà di Architettura Roma). E’ esperto delle problematiche estetiche dei nuovi media. È autore di video, installazioni e website, collabora con musicisti sperimentali in produzioni audiovisive. Ha collaborato sui temi di arte e media con vari periodici, tra cui "Giornale dell’Arte", "Virus", "Alias"", "Terzocchio", "Linea d'Ombra", "Repubblica", “Juliet”, “Exibart”, “Artribune”, “Arte e Critica”, “Digimag”, “Noema”, “D’Ars”. Ha pubblicato i seguenti testi sulle tematiche dell’arte e i nuovi media: Arte e media. Avanguardia e comunicazione di massa (Costa & Nolan 1996), Corpi Sognanti. L’Arte nell’epoca delle tecnologie digitali (Feltrinelli 2001), Multimedia. L’Incrocio dei linguaggi comunicativi (Meltemi 2005), I linguaggi digitali (per la serie XXI secolo - Enciclopedia Treccani 2010).