Un collezionista – avvocato star di Instagram: la storia di Germano Bonetti

Si chiama Germano Bonetti, ma il suo profilo è @gerrybonetti. È un avvocato, con studio a Milano e appassionato collezionista d’arte. Ecco la sua storia e come è cominciato il suo percorso sui social.

Uno dei post su Instagram di Bonetti
Uno dei post su Instagram di Bonetti

Si chiama Germano “Gerry” Bonetti ed è un affermato avvocato con studio nel cuore di Milano. Nel tempo libero? Collezionista. Di quelli col pallino. E, novità, da due anni a questa parte star indiscussa di Instagram. Nel 2016 ha cominciato a postare sul proprio account personale immagini di opere d’arte per sostenere la visibilità di giovani artisti. Nel giro di due anni con il suo stile spontaneo e appassionato e la sua grande dedizione e meticolosità nel postare informazioni dettagliate, ha conquistato oltre 43 mila follower. Lo abbiamo incontrato e chiesto di raccontarci la sua storia.

Da dove viene la passione per il collezionismo?
È una domanda che mi sono sempre posto anche io. Vengo da una famiglia di antiquari e architetti, sono sempre stato a contatto con il bello e l’arte in senso lato. Guardando le cose da questo punto di vista sarebbe facile individuare in questo background l’origine del mio amore per l’arte. In realtà però la mia era una famiglia iper tradizionalista e l’arte con cui sono cresciuto io era quella sacra dal 1400 al 1600 per intenderci. Mentre io da bambino sognavo i tagli di Lucio Fontana.

E la famiglia come la prese?
In quegli anni non avevo certo gli strumenti per avviare una discussione con i miei genitori, che non consideravano quel tipo di lavori arte. Ma poi quando mia madre ha compito 85 anni sono riuscita a convincerla: le ho spiegato lo spazialismo e il ruolo di Fontana nella storia dell’arte. A quel punto lei stessa si rammaricò di non aver avuto negli anni ’60 l’apertura verso l’arte che piaceva a me, ma posso dire che nell’ultimo periodo della sua vita mi ha accompagnato con grande passione nel mio percorso di collezionista.

Come si è evoluto questo amore per i maestri del ‘900 fino ad oggi?
Dopo questi primi approcci pieni di curiosità ci sono state altre priorità nella mia vita: l’università, la laurea, il lavoro, il matrimonio, i figli… C’è stato quindi un periodo di sospensione da quella che poteva essere una sorta di “presenza militante”. L’approccio collezionistico professionale è ripartito negli anni tra il ’99 e il 2000. Ovviamente nel corso di questo percorso, durato quasi una trentina d’anni, il mio gusto di partenza minimalista e bauhaus-dipendente si è sviluppato in consapevolezza nella vita di una persona adulta.

E come?
È diventato più strutturato. Ho cominciato a collezionare con un piccolo budget a disposizione. Il che mi ha portato a studiare moltissimo e ad andare nel mondo reale a mettere in pratica nel mondo reale ciò che avevo imparato. Ho iniziato con l’astrattismo geometrico e con la pittura analitica – siamo nel 2004-2005 e i costi erano molto differenti da quelli di oggi- . Da lì è partito questo mio percorso.

Incontri importanti?
Fondamentale è stato il mio incontro con l’artista Enzo Cacciola. A quel tempo avevo una visione miope, tale da bollare molte cose come coincidenze, mentre si trattava di segnali e tentativi, di energie che collegano tutto ciò che ha a che fare con passione e pensieri positivi, energie che mi offrivano l’opportunità di uscire dal guscio che la vita e il mondo mi avevano costruito intorno. Perciò etichettai anche l’incontro con Cacciola come una coincidenza.

Invece?
Invece è stata una svolta. Enzo mi ha dato strumenti di interpretazione di me stesso, delle ragioni del collezionismo e dell’arte in sé. Mi ha insegnato l’assoluta imprescindibilità del rapporto con l’artista e di collezionare l’arte del proprio tempo. È stato un grande salto di qualità di termini di coinvolgimento e capacità di comprensione.

Con quali artisti ha quindi cominciato una frequentazione?
Gli artisti della pittura analitica li ho conosciuti quasi tutti, tranne Gastini. Ma l’arte mi ha donato tante amicizie. Ad esempio quella con Bruno, una persona che frequentavo per questioni puramente professionali e che poi è diventata parte fondamentale di questo mio cammino. L’arte è un dono anche per questo. Per me è stata inoltre incredibilmente importante in un periodo delicato della mia vita. Mi ha aiutato a riacquistare confidenza con il mondo esterno. Grazie all’arte la mia vita è cambiata in tutti i campi, mi ha fatto tornare a sognare. Tanto che ad un certo punto ho sentito che avrei dovuto fare qualcosa per restituire al mondo dell’arte ciò che avevo ricevuto.

E allora cosa hai fatto?
La mia generazione è la prima che ha dovuto confrontarsi con l’evoluzione tecnologica. Avevo a quel tempo un profilo Instagram con 43 follower. Quarantatré. Ogni tanto postavo un’opera. Ad un certo punto ho pensato di trasformarlo in qualcosa di professionale per sostenere i giovani artisti e gli artisti dimenticati. L’insegnamento che Cacciola mi aveva dato 10 anni prima è riesploso nella mia mente con una chiarezza incredibile.

Lo segui tutto da solo?

Sì, si tratta di un grande sacrificio in termini di tempo. Gli dedico dalle 6 alle 8 ore al giorno. Finisco ogni giorno alle 3,30 del mattino. Ma la cosa che mi dà grande soddisfazione è che si tratta di rapporti realmente attivati. Sono in contatto con migliaia di persone e ho perso il conto di quante di queste, che vivono ad ogni angolo del globo, si sono sedute poi nel salotto di casa mia. Altro che virtuale…

Poi la cosa più incredibile è che rispondi a tutti… E così, sapendo di ricevere una replica, moltissimi pubblicano commenti sotto ai tuoi post che in questa maniera hanno un tasso di coinvolgimento molto alto.
Sì, io uso sempre una metafora. Nel 2016, quando tutto è cominciato, stavo seduto di fronte ad un mappamondo tutto nero con le mappe in rilievo: se lo guardi di fronte non c’è nulla, se lo osservi di profilo scorgi qualcosa. Oggi, dopo due anni, tutti i fili sono luminosi: si sono avviate tante interazioni. È una sensazione straordinaria, è la misura tangibile che ciò che avevi in mente è andato ben al di là delle tue aspettative. Ed è la testimonianza di quanto i social oggi possono essere un importante strumento relazionale.

Come selezioni le immagini?
Alcune sono mie, altre provengono da determinate banche dati, oggi naturalmente sono tantissimi gli artisti e le gallerie che mi inviano immagini. Inoltre di tutti i profili che interagiscono con il mio apro e approfondisco un buon 50 per cento. A quel punto se c’è qualcosa che mi piace contatto l’artista con direct message per chiedergli se posso postare il suo lavoro. Di solito i feedback sono entusiastici. Lì fuori c’è un mondo di persone straordinarie che aspettano solo di essere scoperte.

Ma il collezionismo di oggi è come quello di una volta?
No, è cambiato totalmente. Io non credo che potrà esserci più un effetto “bolla”. Oggi l’80 % dei collezionisti acquista in maniera svincolata da qualsiasi aspettativa di investimento. Finalmente si è sdoganata l’idea che l’opera è qualcosa che può cambiare la qualità della tua vita. Che genera una energia positiva.

E com’è la tua collezione oggi?
Ho comprato circa 250 opere d’arte, ma oggi sono in una fase diversa: non voglio più essere schiavo dello spazio, né seguire un filone. Adesso scelgo ciò che è davvero significativo. Se non avverto la scarica elettrica che ho sentito ad esempio quando ho visto per la prima volta le opere di Serena Vestrucci sostengo, aiuto ma non acquisto.

Facciamo qualche nome?
Tra i prossimi obiettivi ci sono Alicja Kwade e Jose Dàvila. Mi piacciono molto Tùlio Pinto, Monica Bonvicini, Paola Pivi, Jonathan Vivacqua, Lorenzo Taini, Sophie Ko, Gioia Di Girolamo, Alterazioni Video…e molti altri.

Santa Nastro

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.