Hacking the Heist, dagli Stati Uniti arriva l’app che riporta nei musei le opere d’arte trafugate

Una startup statunitense ha ideato una app che permette, grazie alla Realtà Aumentata, di riportare nei musei le opere d’arte trafugate e mai più ritrovate. Ecco come funziona…

One of the Isabella Stewart Gardner Museum paintings stolen in 1990, Rembrandt van Rijn’s A Lady and Gentleman in Black, returned to its frame through the magic of augmented reality. Photo courtesy of the Cuseum.
One of the Isabella Stewart Gardner Museum paintings stolen in 1990, Rembrandt van Rijn’s A Lady and Gentleman in Black, returned to its frame through the magic of augmented reality. Photo courtesy of the Cuseum.

Arte e digitale, arte e smartphone: sono accostamenti fino a qualche tempo fa considerati inconcepibili, oggi invece rappresentano la “norma” per tutti coloro che hanno familiarità con il mondo delle arti, dei musei e della cultura in generale, si possa essere addetti ai lavori, appassionati o semplici curiosi. Ne è la prova il sempre più crescente numero di app che vengono ideate per offrire al pubblico un’esperienza museale che travalichi i confini del reale per approdare alla dimensione virtuale – lo scorso gennaio Valentina Tanni in questo articolo ha raccontato l’iniziativa promossa dal Museo del Novecento di Milano che ha visto “prendere vita” Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo –, o quella che – un po’ come Shazam – è in grado di riconoscere le opere d’arte e di fornirne tutte le informazioni (comprese quelle di mercato). Insomma, esiste davvero un app per ogni esigenza, anche in caso di fruizione di opere…trafugate. Ebbene sì: si tratta dell’ultima trovata di una startup americana che ha ideato un’app che permette di “restituire ai musei” le opere sottratte e mai più ritrovate grazie alla Realtà Aumentata.

“Christ in the Storm on the Sea of Galilee” AR Loop from Cuseum on Vimeo.

OPERE TRAFUGATE E TECNOLOGIA

Hacking the Heist è l’app inventata da Cuseum, startup con sede a Boston dedicata all’utilizzo della tecnologia per migliorare l’esperienza dei visitatori nei musei. L’idea di sviluppare l’applicazione è nata in occasione di un particolare anniversario: nel marzo del 1990, l’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston subì un furto che ancora oggi è annoverato tra i trafugamenti d’arte più famigerati al mondo: al museo furono sottratti 13 capolavori, alcuni realizzati da Rembrandt, Degas, Manet e Vermeer. L’FBI non è mai riuscita a recuperare i dipinti, ma al loro ritrovamento – sebbene virtuale – ha provveduto l’azienda tecnologica attraverso l’utilizzo della Realtà Aumentata: tenendo la fotocamera del proprio smartphone puntata sulle cornici vuote che ancora si trovano appese alle pareti del Gardner Museum, i dipinti trafugati appariranno nuovamente al loro posto.

REALTÀ AUMENTATA E CULTURA

“Quando abbiamo iniziato a lavorare in modo più approfondito con la Realtà Aumentata, uno dei miei colleghi ha detto che sarebbe stato interessante riportare i dipinti rubati nelle cornici dell’Isabella Stewart Gardner Museum”, ha dichiarato il fondatore e CEO di Cuseum Brendan Ciecko. Con Hacking the Heist è quindi possibile “vedere attraverso il tuo schermo cose che non ci sono, e non è Pokémon Go e non è un videogioco: è cultura, è arte, qualcosa che ha un significato più profondo”. Attualmente l’app include solo il Cristo nella tempesta sul Mare di Galilea e Signora e gentiluomo in nero di Rembrandt, ma in futuro il progetto potrebbe essere esteso anche alle tele di Degas, Manet e Vermeer. Il Gardner Museum non è stato ancora direttamente coinvolto nello sviluppo dell’app, ma Ciecko spera che l’istituzione possa decidere di condividere Hacking the Heist con i suoi visitatori: “è una grande opportunità per ispirare i bambini delle scuole pubbliche di Boston e le persone interessate alle arti e scienze”.

– Desirée Maida

www.cuseum.com

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Desirée Maida
Desirée Maida (Palermo, 1985) ha studiato presso l’Università degli Studi di Palermo, dove nel 2012 ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’Arte. Palermitana doc, appassionata di alchimia e cultura giapponese, approda al mondo dell’arte contemporanea dopo aver condotto studi sulla pittura del Tardo Manierismo meridionale (approfonditi durante un periodo di ricerche presso la Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis) e sull’architettura medievale siciliana. Ha scritto per testate siciliane e di settore, collaborato con gallerie d’arte e curato mostre di artisti emergenti presso lo Spazio Cannatella di Palermo. Oggi fa parte dello staff di direzione di Artribune e cura per realtà private la comunicazione di progetti artistici e culturali.

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