Al centro del dibattito internazionale, il sistema blockchain ha scatenato anche l’interesse degli artisti, che si interrogano su peculiarità e conseguenze di un registro contabile esclusivamente tecnologico.

Bitcoin, Ethereum, Ripple, Litecoin, Monero. Sono alcune delle criptovalute disponibili per le transazioni digitali. Si tratta di un sistema economico parallelo, totalmente svincolato dalle banche e dai governi nazionali, che infatti stanno iniziando a combatterlo con decisione, come dimostra la recente notizia del possibile ban dei Bitcoin in Corea del Sud, terzo mercato mondiale per le valute elettroniche. Una tecnologia basata sui principi della crittografia e garantita dall’esistenza di un registro contabile aperto che tiene traccia di tutte le transazioni. Questo registro digitale, altamente resistente alle manipolazioni grazie al suo carattere distribuito, si chiama blockchain ed è stato progettato nel 2008 da qualcuno che si nasconde dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, usato come infrastruttura per i nascenti bitcoin ma poi applicato anche in molti altri settori, come la finanza, la sanità, le assicurazioni e la certificazione delle merci.
Come si può facilmente capire, l’esistenza stessa di un network alternativo alle banche e alle grandi corporation, un’entità autonoma e regolata solamente da un software, pone importantissime questioni sul futuro dell’economia mondiale, sull’assetto degli Stati nazionali e sul rapporto fra uomo e macchina. Questo sistema, con il suo alto grado di decentralizzazione, sembra infatti destinato a restituire potere ai singoli, permettendogli di bypassare le istituzioni e riportare in vita un certo tipo di utopia associata a Internet che si credeva perduta per sempre. Allo stesso tempo, però, l’enorme potere assegnato alle macchine, al software e alle persone che questi software li scrivono, spinge a riflettere sui rischi di un mondo in cui gran parte dei servizi viene gestito da un computer.

IL PROGETTO DI SIMON DENNY

È una riflessione, questa, che viene portata da economisti, sociologi, filosofi ed esperti di tecnologia, ma che non manca di coinvolgere anche diversi artisti, soprattutto tra quelli che da sempre si interessano ai rapporti fra l’arte e l’universo delle reti elettroniche. È il caso ad esempio del neozelandese Simon Denny, che alla fine del 2016 ha sorpreso il mondo delle gallerie d’arte portando negli spazi della newyorchese Petzel Gallery la mostra Blockchain Future States, un progetto che univa la sperimentazione concettuale ed estetica a un intento didattico: “Per chi si interessa di cultura è il momento giusto per rendere questi temi accessibili anche alle persone che non sono direttamente coinvolte nel mondo della tecnologia o della finanza”, ha commentato. “Penso che il lavoro che viene svolto ora da poche aziende visionarie abbia il potenziale di cambiare le fondamenta su cui il nostro mondo è costruito: i soldi, la sovranità e la fiducia”.

Paul Seidler, Paul Kolling & Max Hampshire, Terra0, 2017
Paul Seidler, Paul Kolling & Max Hampshire, Terra0, 2017

LA RIFLESSIONE DEGLI ARTISTI

Prosegue invece fino al 9 febbraio, a Lubiana negli spazi di Aksioma, la seconda tappa della mostra New World Order, curata da Ruth Catlow e Marc Garrett, fondatori dell’associazione londinese Furtherfield, che già da tempo porta avanti una ricerca su questo argomento, ben compendiata dalla recente antologia Artists Re:Thinking the Blockchain, pubblicata dalla Liverpool University Press. Il progetto espositivo, che ha debuttato a Londra lo scorso maggio, mette insieme una selezione di lavori artistici collegati al sistema blockchain. Alcuni affrontano il problema usando i processi naturali come termine di paragone: è il caso di Plantoid di Primavera De Filippi, una forma di vita artificiale capace di riprodursi da sola accumulando bitcoin e poi commissionando a un artista una nuova versione di se stessa. Oppure di Terra0 di Paul Seidler, Paul Kolling e Max Hampshire, un prototipo di foresta che si autogestisce usando la tecnologia blockchain e gli smart contract: affitta i propri spazi, vende materiali, compra territori su cui espandersi.
Ma c’è anche chi si preoccupa dell’etica dei programmatori, gli unici protagonisti umani in questo scenario: The Satoshi Oath di Jaya Klara Brekke ed Elias Haase è un metodo per gli sviluppatori che suggerisce loro come costruire un corrispettivo del giuramento di Ippocrate usato in medicina. Non solo sistemi automatici, quindi, ma anche un appello concreto alla responsabilità personale e collettiva: un elemento indispensabile per qualsiasi progetto di cambiamento sociale che si ponga come obiettivo la costruzione di un futuro migliore.

Valentina Tanni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #41

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.