Il ritorno della realtà virtuale. Anche alla Biennale di Berlino

L’opera d’arte totale colpisce ancora, stavolta in versione sci-fi. Dopo un periodo di declino, torna prepotentemente alla ribalta la realtà virtuale, con tante nuove soluzioni e applicazioni. L’opera più chiacchierata della Biennale di Berlino, in corso in questi giorni, è proprio un’opera immersiva, da guardare con un visore Oculus Rift.

bb9 – Biennale di Berlino 2016 – Jon Rafman, Speculative Ambience, 2016 - courtesy Berlin Biennale für zeitgenössische Kunst
bb9 – Biennale di Berlino 2016 – Jon Rafman, Speculative Ambience, 2016 - courtesy Berlin Biennale für zeitgenössische Kunst

IL GRANDE FRATELLO È ARRIVATO?
Una folla di persone sedute in una grande sala. Ognuna indossa un visore per la realtà virtuale; i loro corpi sono qui, ma i loro occhi e la loro mente sono in un altrove che non possiamo vedere. In mezzo, nello spazio del corridoio, avanza con passo svelto e sguardo deciso Mark Zuckerberg. Jeans e maglietta d’ordinanza, indossati sopra un largo sorriso rassicurante. È questa l’immagine che lo scorso febbraio ha fatto il giro del mondo, suscitando stupore, ansia e preoccupazione. C’è chi ha parlato di immagine rivelatoria e allarmante; si sono sprecate le citazioni del Grande Fratello e di tutti i classici della letteratura e del cinema di fantascienza nelle sue derive più distopiche.
La foto, scattata al Samsung Mobile World Congress di Barcellona, ritrae il fondatore di Facebook mentre si avvia a salire sul palco per raccontare al pubblico le possibili applicazioni dei dispositivi per la realtà virtuale, in primis Oculus Rift, che la sua compagnia ha acquistato due anni fa per l’esorbitante cifra di 2 miliardi di dollari. Anche se il discorso di Zuckerberg, che pochi si sono presi la briga di ascoltare, non era poi così preoccupante, la reazione alla diffusione della fotografia ci dice molto su quanti timori ancora aleggino intorno a una tecnologia come la realtà virtuale.

bb9 – Biennale di Berlino 2016 – Jon Rafman, Speculative Ambience, 2016 - courtesy Berlin Biennale für zeitgenössische Kunst
bb9 – Biennale di Berlino 2016 – Jon Rafman, Speculative Ambience, 2016 – courtesy Berlin Biennale für zeitgenössische Kunst

L’AMBIGUITÀ DEI DEVICE
Influenzati da decenni di cinematografia catastrofica sul tema (basti pensare a film come Matrix, Il Tagliaerbe e Strange Days) siamo infatti portati a interpretare la realtà virtuale come un pericoloso sostituto della nostra esperienza del mondo, qualcosa di falso e ingannevole, che ci rende burattini in mano a forze superiori e maligne. Ma non sono soltanto film e libri a influenzarci; è anche la conformazione degli stessi device. I visori, guardati dall’esterno, sembrano più accecarci che aprirci nuove visioni, come invece fanno. Ci fanno sembrare ciechi e inermi, persi in un universo che non possiamo controllare e magari, in un lontano futuro, neanche più distinguere da quello da cui proveniamo originariamente.
Ma mentre l’immaginario collettivo si sforza di fare i conti con una tecnologia che ancora spaventa, la ricerca nei laboratori e nelle startup di tutto il mondo è in pieno fermento. La realtà virtuale, che può già vantare svariati decenni di storia, dopo essere caduta nel dimenticatoio – un po’ per i costi eccessivi, un po’ per la rozzezza dei dispositivi – è oggi protagonista di un grande revival. Sono moltissime le aziende impegnate su questo fronte, dai colossi come Facebook, Google (che ha lanciato la versione democratica dell’Oculus, il Cardboard Viewer, e Tilt Brush, una app per dipingere in 3D,) e Samsung, fino a startup più piccole ma agguerrite come Magic Leap. Quest’ultima sta mettendo a punto un dispositivo che promette di cambiare completamente le carte in tavola, spostando l’attenzione dalla “virtual reality” alla “mixed reality”: non una realtà alternativa a quella che conosciamo, piuttosto un’unione di mondo fisico e mondo simulato, da godere come una realtà unica e indivisibile.
Ma non sono soltanto le aziende tecnologiche a essere in fermento: anche gli artisti si sono tuffati con entusiasmo in questo rinnovato filone di ricerca. Se il termine stesso “realtà virtuale” può essere ricondotto addirittura agli Anni Trenta, quando Antonin Artaud lo usava per descrivere le capacità mimetiche del teatro, le sue applicazioni pratiche con la tecnologia sono iniziate negli Anni Sessanta e Settanta con artisti come Myron Krueger, David Em e Jeffrey Shaw, per continuare con grande entusiasmo negli Anni Ottanta e poi lentamente scomparire dai radar.

Jon Rafman - Zabludowicz Collection, Londra 2015 - photo © Thierry Bal
Jon Rafman – Zabludowicz Collection, Londra 2015 – photo © Thierry Bal

LA RISCOSSA DELLA REALTÀ VIRTUALE
Da qualche anno, però, il sipario si è riaperto anche per l’arte “virtuale”, a partire dalle sperimentazioni con la cosiddetta “realtà aumentata” che imperversano già da un po’. Dispositivi come l’Oculus Rift e il Tilt Brush, però, sembrano aprire una nuova epoca per questo settore. Jon Rafman, che lo scorso anno ha realizzato una mostra ad alto tasso di “immersività” alla Zabludowicz Collection di Londra e che sta presentando proprio in questi giorni una nuova opera in realtà virtuale alla Biennale di Berlino, ha dichiarato in un’intervista al sito web Art.sy: “Nella vita di tutti i giorni abbiamo a che fare con un sovraccarico sensoriale continuo, per cui abbiamo bisogno di questa esperienza totalizzante della realtà virtuale per riuscire a provare una piena sensazione dei vertigine di fronte a un’opera d’arte […]. Non si tratta di una fuga dalla vita, ma di creare una sensazione qualitativamente nuova. Questo è il suo aspetto più radicale”.
Il mito dell’opera d’arte totale, insomma, che ossessiona gli artisti dalla notte dei tempi, torna ancora una volta protagonista. Come disse una volta Dan Graham: “Gli artisti sono tutti uguali. Sognano di fare qualcosa che sia più sociale, più collaborativo e più reale dell’arte”.

Valentina Tanni

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #31

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.

4 COMMENTS

  1. Scusami Valentina, la citazione di Antonin Artaud in questo contesto è completamente fuori luogo .

    • Ciao Walter, grazie per il commento. Perché pensi sia completamente fuori luogo? Un saluto

      • Ciao Valentina. la risposta non sarà breve.
        Il commento mi è sorto spontaneo perchè ho molto amato Artaud e l’ho studiato per lunghi anni a partire da quando lo incontrai leggendo nel 1977 “L’Anti-Edipo” di Deleuze e Guattari, in particolare quei capitoli che al tempo mi fulminarono letteralmente: nel capitolo primo “Le macchine desideranti” i sottocapitoli : il soggetto e il godimento”,”La produzione desiderante, “il corpo senza organi ” e di quest’ultimo sopratutto il paragrafo ” Materia uovo e intensità” che nell’ìnsieme sono quanto di meglio sia probabilmente scritto riferendosi all’ultimo Artaud.
        E dico “Ultimo Artaud” perchè di Artaud ce ne sono infatti almeno tre corrispondenti alle fasi della sua vita : l’Artaud del debutto e della corrispondenza con il letterato Rivière,
        l’Artaud esoterico che va dall’orientalismo del “Teatro e il suo doppio” per sfociare poi in un simbolismo legato alle esperienze – limite della sessualità sfrenata dell'”Eliogabalo”e dell’uso del peyote nel”Viaggio nel paese dei Tarahumara” dove elementi bassi e alti si mescolano con intensità e violenza inusitate anche per i la cultura simbolista – decadente più scatenata. Forse in questo solo alcuni testi meno conosciuti di Jarry possono essere equivalenti .
        Il terzo Artaud è il risultato dello sconquasso di queste esperienze limite, di una probabile meningite e un episodio di annegamento adolescienziali,e secondo alcuni di tare ereditarie rinvenute nel suo albero genealogico e anche molto altro compreso l’uso dell’oppio :)
        Il terzo Artaud è quello che viene ben analizzato nell'”Anti Edipo ” e corrisponde al periodo dell’internamento in manicomio e agli scritti di quel periodo oltre che alla famosa registrazione della sua voce dal vivo. In questo periodo Artaud rifiuta ogni religione ed esoterismo ritenendole delle forme di spossessamento del corpo, che Artaud descrive come una sorta di macchina energetica materialistica, essenzialmente pulsionale e materiale anti – spiritualistica.
        Il debutto e le preoccupazioni iniziali di Artaud a ben vedere preannunciano comunque l’ultimo periodo perchè nella corrispondenza con Jacques Rivière c’è già il tema della scrittura come forma di spossessamento e di estraniamento da qualcosa che non si riesce ad esprimere ( tema simile all’Hoffmanstal di “Lord Chandos”).
        Quindi una percezione della forma mediata come tradimento di qualcosa di più originale.
        Nella sua seconda fase Artaud tenta di trovare una mediazione tra i due estremi ricomponendoli nelle polarità del pensiero esoterico e delle religioni più astruse ma dopo la suggestione del teatro Balinese (conosciuto all’esposizione di Parigi) che sembra ricomporre il conflitto con un’algebra dei gesti dove corpo e spirituale fanno tutt’uno (“Il teatro e il suo doppio”), progressivamente i testi di Artaud introducono, sia nell’Eliogabalo che in altri scritti una tensione sempre maggiore che più che alla ricomposizione sembra mirare ad un magma distruttivo.
        Dopo l’episodio della follia in Irlanda Artaud precipita nella malattia e nella paranoia: immagina complotti universali e i nemici diventano lo spirito immateriale e i capi segreti delle religioni. Da questo momento sviluppa l’idea del Corpo senza Organi , sorta di archetipo materialista di un corpo originale che è pura energia , libero da organi catene e oppressioni. Un delirio simile lo si può ritrovare nel caso del presidente Schreber che lasciò un libro di memorie riguardo alla propria malattia mentale. E Lacan si riferì ai due casi come esempi limite di un’atteggiamento illusorio che rifiutando la necessaria alienazione “costruttiva” diventa in definitiva distruttivo per il soggetto. Ciò che conta comunque è che questa visione energetica di un corpo orginario è assolutamente materialistica e rifiuta ogni smaterializzazione spirituale descivendola come cappio tagliola chiodo e ferita su questo che lui chiama “corpo glorioso”.
        Lo spirito che al tempo del “Teatro e il suo doppio” era il doppio ricongiunto alla materia, nell’ultimo periodo diventa il doppio alienante e mortifero perchè la smaterializzazione è la morte della vita.
        Bisogna infine dire che Artaud è un materialista particolare però dato che ha orrore dei rapporti sessuali e ritiene gli stessi “Organi” forme di sviamento e svilimento dell’energia, (probabilmente perchè gli capitò pure di contrarre la sifilide).
        Ora per venire a noi, stiamo parlando di un uomo che è morto nel 1945 e che viveva in un’epoca tecnologicamente differente, lontana dall’avvento di internet e ignaro del Ciberpunk dei nostri non lontani anni 90, che sono nati in ben altro contesto e con altri antecedenti, anche se Philip Dick a sua volta era paranoico. La realtà virtuale così come si presenta nei suoi presupposti quindi non c’entra nulla con le preoccupazioni personali (ma per certi aspetti universali di Artaud) perchè non è certo mirata al ripristino di un corpo fisico con caratteristiche di originarietà pulsionale – materiale . La realtà viruale permetterebbe infattil’esperienza del qualsiasi cosa senza farla davvero simulando una possibilità che comunque è programmata e che quindi “raddoppia” o simula qualcosa.
        L’unico legame comune può essere quello del desiderio patologico dell’assenza di organi : l’ultimo Artaud rifiuta il sesso mentre al contempo la realtà virtuale sembra richiamare l’idea del sesso iper-protetto , il super preservativo definitivo che permette di non sporcarsi non sentire gli odori e non sentire troppo e in definitiva la riproposizione ipertecnologica dell ‘avventura dei viaggi organizzati dove tutto è sotto controllo :)
        Insomma ben lontani da Rimbaud che ha un’infezione alla gamba e prova lo stesso ad attraversare il deserto :)
        Poi se parliamo dei passati Stelarc Roca ecc mi sembrano, con tutto il rispetto, dei casi di masochismo ed esibizionismo che sono la positivizzazione da Grand Guignol di quanto però Artaud riteneva negativo: la costrizione e la meccanizzazione del corpo.
        So che molti disinvolti hanno equiparato questi artisti ad Artaud ma sono dei superficiali.

        Infine infine una banalissima riflessione : nell’era della realtà virtuale i siti porno sono i più visitati , tanto tanto tanto di più di quelli dedicati alla realtà virtuale e questo vorrà pur dir qualcosa, probabilmente di Umano Troppo Umano :)

        Qui mi fermo.

        Scusami le varie imprecisioni e semplificazioni ma ho scritto un pò di fretta e a braccio.
        Ciao :)

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