Villa Eugénie ha organizzato alcune tra le sfilate di moda più scenografiche degli ultimi 30 anni. La si potrebbe definire una società leader nell’organizzazione di eventi speciali, la cui competenza e sensibilità poetica si sono affermate inizialmente nei mondi del lusso, della moda e della bellezza. L’uomo dietro un progetto così ambizioso, e ben riuscito, si chiama Étienne Russo. Nato in Belgio, cresciuto mentre il contesto culturale del suo Paese era più vivo che mai, ispirato da tutto ciò che lo circondava. Ma proprio tutto, inclusa la cultura giapponese. D’altronde, in Giappone, ha iniziato la sua carriera da modello per Kansai Yamamoto durante gli Anni Settanta, cimentandosi poi nella direzione artistica di un club berlinese dove si è fatto le ossa nel corso del decennio successivo. Ha avuto modo di sperimentare, stuzzicare la politica e la morale, comprendere come costruire qualcosa dal nulla facendo però divertire gli altri. Ed ecco che ha fondato la sua attività che ha difficoltà a definire con precisione, perché di fatto è una fucina di idee con base a Bruxelles, Parigi, New York e Milano. Proprio nel capoluogo lombardo, Russo ha scelto di sedimentarsi su un piano dello storico Palazzo Durini, a pochi passi dal Duomo, partendo da alcune stanze e completando la sua impresa di possederle tutte. Manca ancora del tempo per vedere l’ultimo e definitivo ampliamento dello spazio, ma lui stesso ci ha aperto le porte. Anche del suo cuore.

Intervista a Étienne Russo
Prima di essere l’Étienne Russo che oggi tutti conoscono nel mondo della moda, chi sei stato?
All’inizio non avevo una direzione precisa. Ho studiato alla scuola alberghiera e lì ho imparato due cose che uso ancora oggi, la precisione e il timing. È come in cucina: se sbagli di trenta secondi, è finita. Dopo ho vissuto in Giappone per diversi mesi. È una cultura che considero tra le più sofisticate al mondo: una cura del dettaglio assoluta, una bellezza che attraversa ogni gesto quotidiano. Anche quando qualcosa si rompe, viene riparata e resa ancora più preziosa. Questa visione mi ha profondamente segnato.
Quando è arrivata la svolta?
Quando sono tornato in Belgio ho iniziato a lavorare in una discoteca come direttore creativo. Per me non era solo un locale: era un laboratorio. In quegli anni la gente si preparava per uscire, pensava al look per giorni, e il pubblico era un vero mix sociale che oggi non esiste più. Lì ho capito che ero, in fondo, un mixologist. Non mescolavo liquidi, ma persone, linguaggi, mondi. La discoteca mi ha insegnato l’arte dell’immersione, del creare un’atmosfera che cambiasse completamente la percezione dello spazio.
E quando hai scoperto la tua cifra stilistica?
Un giorno ho visitato l’Opera di Bruxelles dietro le quinte: costumi, parrucche, accessori. È stato uno shock visivo. Ho deciso di portare l’opera in discoteca, senza pensarci troppo. In uno di questi eventi un cantante d’opera androgino cantò a cappella, di spalle al pubblico. Tutti pensavano fosse una donna. Quando si girò, l’effetto fu dirompente. Lì è nato il mio amore per una certa provocazione, per non essere sempre politicamente corretto. Una tensione che sento ancora oggi, anche se è diventata più difficile da sostenere.
Qual è stata la prima sfilata di cui ti sei occupato?
Nel 1991 con Dries Van Noten. Eravamo già amici, vaneggiavamo sempre sul fare una cosa o l’altra insieme. Ci siamo conosciuti quando lavoravo nel club, dove organizzai una mostra in discoteca coinvolgendo fotografi e designer. I Sei di Anversa hanno realizzato un’installazione lì, tra musica e pubblico. La discoteca è diventata il mio spazio di sperimentazione. Cambiavo completamente il mood due volte l’anno, una versione estiva e una invernale. Nel 1989, ad esempio, ho creato una “rivoluzione neopsichedelica” per il bicentenario della Rivoluzione francese. Fatto che sta che ero talmente nervoso per la mia prima sfilata che mi sono nascosto in bagno venti minuti prima dello show. Ma poi, come si dice, the show must go on. Sono passati più di trent’anni e continuo ancora oggi a curare le sue sfilate. È un privilegio raro.
Chi porti nel cuore dopo tutti questi anni?
Oltre Dries, con Alber Elbaz ho vissuto momenti che porto con me per la vita. Una volta gli regalai una vecchia scala trovata in un mercato. La guardò e disse: “Questa è la sfilata”. E lo è stata davvero, perché abbiamo costruito il set su quel modello. Sono momenti di connessione pura, regali della vita. Poi, Martin Margiela aveva una semplicità radicale che era difficilissima da raggiungere. Prendeva cose ovvie e le trasformava in idee geniali.

Come mantieni accesa la passione per il tuo lavoro?
Dopo aver lavorato con grandi maison, oggi sento il bisogno di tornare alle mie basi. Subculture, giovani, nuove energie. Io ho ricevuto tanto, ora devo restituire. Credo profondamente nella nuova generazione, sono loro che porteranno avanti tutto questo. Non a caso faccio da mentore a giovani designer (Robert Wun, per esempio) perché hanno talento ma spesso non hanno i mezzi. L’esperienza non va portata nella tomba, va condivisa. Sto cercando uno stilista italiano, se hai un’idea…
L’interesse per il lifestyle ti ha portato a investire su hotellerie e ristorazione.
L’hotellerie e il cibo fanno parte dello stesso linguaggio. Una cena per 500 persone servite nello stesso istante è come una coreografia, un balletto. Se uno sbaglia, salta tutto. Poi sono arrivati i Bolliti, la cena che anticipa il Natale a Milano e raggruppa personalità della moda, dell’editoria, dello showbiz. È diventata una tradizione perché è autentica. Non è lusso, è condivisione. E mi piace creare il mix giusto di persone, come facevo in discoteca. Organizzarla è un divertimento come lo è HeavenSake, ossia il sakè di fabbricazione giapponese e di ispirazione francese che produco insieme a Benjamin Eymere e Carl Hirschmann. Si tratta della bevanda alcolica tradizionale giapponese ottenuta dalla fermentazione di riso, acqua, lievito e la muffa koji. Stiamo educando le persone a berla, anche ai Bolliti ne richiedono sempre di più.
Invece il tuo spazio a Milano?
Non l’ho scelto, sono stati i muri a scegliere me. Era un disastro, ma me ne sono innamorato subito. Qui c’è storia, ogni volta che entro non vengo a lavorare: vengo ad assorbire. Cercavo una costruzione più industriale, ma Palazzo Durini è stato amore a prima vista. L’ho riempito di opere d’arte e design, da fiori e funghi didattici di primo Novecento ad arredi Jean Prouvé e sculture dell’italiana Monica Bonvicini o del coreano Do-Ho Suh. Adesso apriremo altre tre stanze per avere tutto il piano: un ufficio, un laboratorio e un’area dedicata al suono. Avrei voluto inaugurarle per la Design Week 2026, ma credo che posticiperemo e vorrei ospitare una mostra.
Credi di poter lavorare per sempre?
Per ora è il mio carburante. Mi riempie di energia, mi permette di vedere il mondo e di continuare a emozionarmi. Ho un progetto a lungo termine per Milano, ancora embrionale, ma sempre pensato per i giovani. È una cosa che non mi esce mai dalla testa…
Giulio Solfrizzi
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