Come è andata la Milano Fashion Week? Tra big, nuovi nomi e grande energia

Una rassegna delle collezioni co-ed (uomo + donna) on show alla Milano Fashion Week, da Diesel a Trussardi passando per Marni e N°21.

67 sfilate, 69 presentazioni, nove eventi, un totale di 169 fashion moment, la maggior parte dei quali in presenza (com’è abitudine specificare, ormai): la settimana della moda meneghina ha segnato la ripartenza in grande stile, dopo un biennio di succedanei virtuali della passerella, show a porte chiuse, cortometraggi e fashion film per raccontare il ready-to-wear italiano. Un numero non trascurabile di brand ha adottato il formato co-ed, mostrando insieme le collezioni uomo e donna Autunno/Inverno 2022-23, amalgamando codici e scelte stilistiche del menswear con quelle del womenswear, guadagnandone indubbiamente in coerenza dei rispettivi messaggi. L’impressione, in generale, è quella di un massimalismo, che intende lasciarsi alle spalle la cupezza dei tempi pandemici andati a colpi di outfit nel segno del more is more, dove vale tutto e il suo contrario, purché sprizzi vitalità. Ecco come è andata.

– Marco Marini

1. DIESEL

Primi passi, mercoledì 23 febbraio, con la sfilata Diesel, dove il debutto “live” di Glenn Martens alla direzione creativa è un ottimo esempio di sfrenatezza. Il designer belga attinge a piene mani dall’iconografia del marchio allo zenit della notorietà, ovvero a cavallo tra gli anni ‘90 e i 2000, espressione di campagne sexy, dissacranti; al centro della sala, tanto per ribadire il concetto, si innalzano giganteschi manichini dalle pose lascive.
Il focus è sul tessuto emblematico della casa, il denim, trattato nelle modalità più disparate (metallizzato, delavé, tinto di cromie polverose oppure brillanti, reso alternativamente opaco o lucido come uno specchio…) e tradotto in ogni genere di capo/accessorio, dai top microscopici all’outerwear di dimensioni spropositate, dai giubbotti colmi di strappi alle borsette. Sposando i dettami della filosofia green, cotone, jersey e vecchi jeans trovano nuova vita nelle mise destroyed, profilate da scampoli di tessuto e nastri fluttuanti, oppure vengono sminuzzati e ricomposti in capispalla ipertrofici, che danno l’illusione della pelliccia, mentre il logo d’archivio con la D occhieggia qua e là.
Martens si concede pure quelle “digressioni” – asimmetrie, contorcimenti delle texture, lembi che paiono incastrarsi gli uni negli altri, trompe-l’oeil – che, da Y/Project, gli sono valsi la nomea di sperimentatore indefesso, incline alle stramberie ma sempre ponderate e funzionali all’effetto d’insieme, dirompente.

2. N°21

N21

Procede sulla falsariga della sensualità anche N°21 di Alessandro Dell’Acqua, nel suo caso, però, diluita in una riflessione sui canoni e le possibilità inesplorate del tailoring, sospesa al solito tra raffinatezza venata di erotismo e rigore formale, codici bourgeois e lingerie, edonismo e austerità marziale. Lui parla di «riscrittura delle tecniche e del vocabolario secolare della moda», di certo riesce a destreggiarsi, con piglio da equilibrista oltreché da sarto eccelso, tra i poli estremi dell’abbigliamento, riuscendo anche negli accostamenti più azzardati. Appaiono dunque del tutto plausibili, per lei, i soffici cardigan sistemati alla rinfusa sulle gonne con spacco, i luccichii dei cristalli, le paillettes piatte sotto blazer in tweed, paltò in panno, golfini castigati e fur coat (vintage); per lui, i maglioni risicati, con grafismi botanici che proseguono sulla camicia a tono, i cappotti sagomati, le maglie ornate da palme stilizzate e giustapposte ai completi, i pantaloni décontracté dall’enorme risvolto; per entrambi, i tagli di sbieco a fendere gli abiti, le fantasie hawaiane frammiste a pied-de-poule, grisaglie e increspature, gli strati impalpabili di chiffon, pizzo o rete adagiati sull’ensemble, come una copertura eterea dello stesso che, essendo trasparente, non nasconde nulla. 

3. ACT N°1

Act N1

Galib Gassanoff e Luca Lin, duo creativo alle redini di Act N°1 (realtà giovane ma tra le più  promettenti), presentano la loro collezione ad oggi più composita e strutturata, arricchendola per la prima volta del menswear, in cui traslano la stessa meticolosità artigianale che gli ha permesso di emergere tra i new names nostrani; neppure i due stilisti di origini azere e cinesi si sottraggono, peraltro, all’afflato di voluttuosità che sembra aver contagiato la fashion week, com’è evidente dalla mole di decolté peccaminosi, velature, intimo dalle proporzioni lillipuziane e intagli che aprono fenditure di assoluta precisione sui capi, trattenuti da una sfilza di spille da balia; il mood sottilmente porn-chic cede quindi il passo a cumuli di ruches (autentica firma del brand), nuvole di tulle dalle sfumature energizzanti di rosso, giallo, fucsia e azzurro, dress eterei dalle linee allungate, accostate al corpo o più ampie, fruscianti. Nei look maschili a prevalere sono le stampe, particolareggiate, con viluppi di fiori, ideogrammi, scritte, trame intricate posate su bluse dalla mano serica, abbinate a pantaloni morbidi e soprabiti scuri. 

4. MARNI

Francesco Risso, funambolico direttore artistico di Marni, ci ha abituato alla sua poetica dell’imperfezione, dell’assemblaggio giocoso, volutamente anarchico di outfit a prima vista balzani, eppure i suoi freak, vestiti con un pot-pourri di indumenti al limite del carnascialesco, non smettono di ipnotizzare, portando una ventata di salutare, coloratissima naïveté nelle collezioni di Milano. Il mix, stavolta, è talmente corposo da far girare la testa: si passa dai cinque tasche oversize, laceri al punto che sembrano sfaldarsi, alle maniche chilometriche dei maglioni, dalle superfici percorse da squarci, abrasioni e rattoppi alle scarpe disseminate di borchie, appuntite come spilli, dagli abitini ridotti a brandelli ai cappelli simili a escrescenze in materiali consunti, cuciti alla bell’e meglio. La sensazione di allegro caos che ne deriva, provvidenziale dopo mesi di reclusione domestica, è acuita dalla forma che prende lo show, una specie di happening dove ciascuno può muoversi liberamente.

5. TRUSSARDI

Trussardi

Da Trussardi parte il nuovo corso del tandem Benjamin A. Huseby-Serhat Işik, artefici del successo di GmbH (etichetta con base a Berlino, ammantata di ribellismo underground), chiamati a rilanciare un nome storico del made in Italy che, negli anni, ha perso smalto; loro spiegano di aver voluto «trasformare il banale in qualcosa di prezioso», nobilitando il vestiario più comune, quello in cui ci si imbatte girando in strada. Nella pratica, iniettano dosi massicce di grinta metropolitana nell’heritage della griffe, compassato ed elegante.
Le linee sono tese, grafiche, con spalle definite e sciancrature sui fianchi, le forme non conoscono vie di mezzo, i pantaloni sono ad esempio così fluenti da apparire liquidi o, viceversa, affusolati, i giubbini imbottiti si fermano all’addome o presentano volumi esasperati, messi in rilievo da bordure di pelliccia, zip, cinture con il logo ridisegnato del cerchio, sormontato dalla testa del levriero, animale simbolo di Trussardi.
La palette cromatica si discosta di rado dal nero, virando sporadicamente sulle nuance del grigio, indaco e caramello. 

6. BOTTEGA VENETA

Dopo l’uscita (inaspettata) di Daniel Lee, il creative director che in un triennio aveva reso Bottega Veneta da bastione del lusso tradizionalista a epitome della coolness contemporanea, grande attesa per l’esordio di Matthieu Blazy ora alla guida del brand. Quest’ultimo si muove, per ora, nel solco tracciato dal predecessore: se l’intrecciato della maison si staglia su borse dai profili pompati e calzature (destinate a tramutarsi, prevedibilmente, nell’oggetto del desiderio dei fashionisti di ogni latitudine), abbonda il ricorso alla pelle, anche in total look, e la tavolozza si accende con le colorazioni accattivanti già predilette da Lee, come giallo acidulo, avorio, lavanda e verde carico. Nella successione di mise casual – ma über lussuose, ça va sans dire – della passerella, luccicanze assortite e frange, che ondeggiano a ogni passo, sono tra le poche concessioni alla leziosità, sintomi della voglia di tornare ad agghindarsi per splendere, letteralmente, un contraltare necessario all’immobilismo forzato degli ultimi due anni; i marchi di Milano Moda Donna, a quanto pare, sono pronti a soddisfarla. 

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Marco Marini
Marco Marini è romano e, in quanto tale, ha un rapporto piuttosto complicato con la Città Eterna, tanto che finisce per laurearsi in Scienze umanistiche per la comunicazione a Milano. Da adolescente, arriva la folgorazione sulla via di Damasco, davanti a una vetrina con gli abiti disegnati per Dior Homme da Hedi Slimane: da allora non ha più smesso di seguire – ed, eventualmente, scrivere – di moda, convinto che sia una formidabile lente attraverso cui leggere la contemporaneità, nonché un tramite per parlare en passant delle altre sue passioni, dal costume (in senso lato) all’arte contemporanea, dalla letteratura al cinema, dal design alla fotografia. Editor di Manintown, per il magazine si occupa di menswear, lifestyle, interviste con volti più o meno noti del panorama creativo italiano.