Morto Kenzo. Era un vero maestro (che amava anche ridere)

La storia di Kenzo e di quell’eroico periodo della moda giapponese che ha contagiato anche Parigi

Takada Kenzo
Takada Kenzo

Issey Myake, Rey Kawakubo e Johji Jamamoto: sono la triade jap per eccellenza emersa sulle passerelle a partire dagli Anni Ottanta.  E KenzoTakada? Senza dubbio è lui il meno jap tra i grandi designer arrivati a rinvigorire l’allora esangue del pap parigino. Kenzo era il più “figurativo” tra loro, con quel suo esplosivo   (per allora stupefacente) stile jungle fever fondeva animalier e floreale poi diventi fonte d’ispirazione per tante fortunate repliche; prima fra tutte quelle appena un poco più dry di Krizia ma a ben guardare con una linea evolutiva  che da noi porterà a Versace e persino a Dolce&Gabbana. A Kenzo piacevano i colori, anche in inverno, posati su tessuti giapponesi e stampe su seta che fecero la fortuna di molti setaioli del nostro comasco.

LA STORIA DI KENZO DAL 1969

Myake, Kawakubo e Jamamoto si presentano insieme a Parigi – dopo essere stati respinti dalla Camera della Moda italiana (!) – sorprendentemente “concettuali”: attenti allo studio della materia (nel loro caso il tessuto) come imperativo assoluto, gli ultimi due addirittura cantori del total black. Lui no. A Parigi quando arrivano all’inizio degli Ottanta questi iconoclasti lui c’era già ed aveva già creato scompiglio per i suoi colori esplosivi – molto poco bon ton. È partire dal 1969 che Kenzo inizia a mostrare tagli inventivi e riferimenti multiculturali dove confluiscono Oriente e Occidente. Sulle sue passerelle appariva di tutto umani come fiori animali. Kenzo sarà ricordato anche per questi spettacoli inventati in un momento in cui i couturier francesi ricevevano per lo più ancora in piccoli atelier. Era un allegrone Kenzo. E amava dare feste leggendarie: in quella a tema “cartone animato” ospitato al nightclub Paris’s Palace per il suo 41 ° compleanno si presentò vestito da Minnie Mouse: quell’anno era stato a Disneyland per le vacanze estive…

MODA A PARIGI: LA LEZIONE GIAPPONESE

Oggi a Parigi come in qualsiasi altro luogo del mondo la lezione giapponese è stata adeguatamente digerita: tanto quella iconofila di Kenzo che quella inizialmente iconoclasta della “triade” emersa negli Ottanta. Il marchio Kenzo nel frattempo se lo è comprato nel 1993 l’insaziabile Lvmh di Arnault facendolo disegnare prima da Antonio Marras, quindi dal duo Carol Lim e Humberto Leon, oggi, da Filipe Oliveira Baptista. Ma la pattuglia jap non si affatto affievolita, anzi. Dagli atelier jap sono spuntati altri talentuosi come Chitoso Abe, Mihara Yasuhiro, Junya Watanabe, Jun Takahashi e Takahiromiyashita. Anche Filipe Oliveira Baptista che giapponese non è non ha mai smesso di rendere omaggio al fondatore del marchio che ora disegna. Un buon maestro una traccia finisce sempre per lasciarla.

-Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post”. Direttore della piattaforma super local “SudStyle.it”; senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide; a Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Dal 2020 visiting professor presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.