Il video, nuovo strumento della moda

In tempi di distanziamento sociale e pandemia, il video sta diventando un prezioso alleato anche per chi produce moda. Ma non sempre i risultati sono all’altezza degli intenti.

Milano Fashion Week, settembre 2020. Gareth Pug , The Reconstruction
Milano Fashion Week, settembre 2020. Gareth Pug , The Reconstruction

A Milano come a Londra o Parigi il passaggio in video di quelle che un tempo furono le sfilate è giunto – se non a maturità – almeno a compimento. YouTube è stato in questa stagione il tessuto connettivo della community internazionale che segue o lavora nel mondo del fashion. Se la situazione determinata dal maledetto virus persisterà o se la frantumazione dei calendari delle presentazioni comunque procederà, la forma-video è destinata a entrare stabilmente nel ciclo della moda. Capire come funziona una presentazione sullo schermo di un pc o su quello di uno smartphone è divenuto dunque importante. Non si tratta certo di riproporre una crew composta da giovani donne e uomini, che si pavoneggiano su una passerella: perché non è affatto scontato che ciò che funziona in un filmato faccia altrettanto nella vita di tutti i giorni.
La realizzazione dei “corti” che hanno sostituito i classici fashion show variabili da 1 minuto a 1 ora si è svolta in ogni caso con risultati contrastanti: proviamo a esaminarli qui suddividendoli in tre categorie. Quella vastissima degli irrilevanti, quella degli streaming in assenza e quella degli sperimentali ‒ senza pregiudizi sul fatto che debbano essere necessariamente questi i meglio riusciti.

I VIDEO IRRILIVANTI DI CNMI

Alla prima vasta categoria appartengono quei video che mancano di una qualsiasi consistenza, un qualche senso, una qualsiasi emozione: tra i video presentati sul sito di CNMI spiccano quelli di ambientazione bucolica (forse una risposta snervata al problema della sostenibilità) e quelli girati in interno con una tale scarsità di mezzi e di idee da non meritare di essere approfonditi: impossibile non distogliere lo sguardo dopo i primi 45 secondi.

PRADA E VERSACE

Al secondo gruppo appartengono video girati in assenza di pubblico ma poco distanti dalla logica della presentazione più classica: dunque modelle e modelli ripresi uno dopo l’altro ma non necessariamente con la sintassi di sempre. Il primo arrivato è stato quello di Prada, presentazione di oltre 35 minuti all’interno di un cubo giallo ocra con al centro un inquietante ragno di telecamere: un’idea semplice ma efficace. Quello per la collezione di Donatella Versace (14’ 55”) si colloca agli antipodi, come agli antipodi è lo stile dei due brand. Lì il pubblico c’è, ma compare per pochi attimi, solo al 12esimo minuto, ben distanziato, assiso su finti capitelli. Lo “spettacolo” è stato ambientato tra rovine immaginarie di Atlantide con proiezioni di correnti d’acqua che scorrono lungo le pareti. Super fake ma volutissimo con modelle e modelli a indossare stampati che riprendono motivi di stelle marine, coralli e conchiglie dalla collezione trésors de la mer disegnata dal fratello Gianni per la primavera del 1992. Coup de théâtre finale: un polipo meccanico dipinto con spray glitter che ha percorso i primi metri della passerella coperto di sabbia. Versace è Versace e ha un pubblico di aficionados rispetto ai quali resta coerente.

MOSCHINO

Collocare lo spettacolo messo insieme da Jeremy Scott per Moschino risulta arduo, ma è impossibile non citarlo: una stravaganza di 7’ 40” costruita con burattini in movimento come si trattasse di una sfilata in un atelier di alta moda degli Anni Cinquanta. Ispirato dalla natura couture della sua ricerca, Scott ha guardato al Théâtre de la Mode, la troupe di creazioni di alta moda in miniatura che i couturier parigini hanno mandato in viaggio dopo la Seconda Guerra Mondiale per salvare le loro attività dalla rovina finanziaria a causa dell’impossibilità di ricevere forniture adeguate e di clienti impossibilitati a viaggiare. Creature Shop di Jim Henson (il creatore dei Muppets) ha costruito per lui marionette in grado di indossare quaranta look, prima realizzati in versioni a grandezza naturale e poi ridimensionati per adattarsi ai burattini alti poco più mezzo metro: un’impresa forse più costosa di una vera sfilata.

DA MARNI A KANE

A tutti gli effetti appartenente alla categoria dei corti “sperimentali” è invece la presentazione di Marnifesto di Francesco Risso per Marni: un corto di 1 ora e 17 minuti girato tra Los Angeles, Detroit, Philadelphia, New York, Londra, Milano, Parigi, Dakar, Shanghai e Tokyo, accostate in un acquario digitale trasmesso in live streaming da tutti quei luoghi. Risso a questo proposito ha parlato di misteriose “connessioni neuronali” mentre della presentazione di una collezione vera e propria non si può certo parlare. Sempre che abbia senso continuare a presentare e parlare di centinaia di collezioni proposte ogni sei mesi e costruite intorno a centinaia di nuovi pezzi…
Vale la pena di soffermarsi ancora su tre video che arrivano dalla Fashion Week londinese. Lo sfacciato ma divertente spottone (4’12”) di JW Anderson che ha come interpreti Emma Corrin (The Crown, alias la Principessa Diana) e il suo stilista, Henry Lambert, che vanno a fare compere nel suo negozio londinese. Poi la bizzarra intervista lunga 11’ 50” intitolata Home alone ripresa nell’atelier di Christopher Kane, dove non compaiono vestiti (almeno non all’inizio), ma pile di dipinti realizzati con colla e glitter su tele giganti che Kane ha utilizzato come risposta alla sua “paura dell’ignoto” durante il periodo più acuto della pandemia. Alla fine questi dipinti sono diventati stampe digitalizzate su una manciata di top, gonne e abiti. Anche in questo caso non si è trattato della presentazione di una collezione ma di oggetti da collezione: decisamente originali come tutte le cose che fa Kane.

GARETH PUG

A rivaleggiare in lunghezza con il Marnifesto di Risso a Londra è apparso The Reconstruction, partorito da un irregolare della moda con un ego gigantesco come Gareth Pugh. Un’operazione al limite che parte con un rapido avanzamento di notizie riguardanti gli eventi che ci hanno portato sino a qui: gli incendi australiani, la richiesta di impeachment di Trump, il Covid-19, George Floyd. E combina il tutto con riprese in atelier, riflessioni dello stilista, di Nina Simone, veicoli in fiamme, lande desolate e ciminiere inquietanti quanto irreali; ci sono “anche” tredici indumenti custoditi in cortometraggi di Nick Knight che ricordano la sfinge, le aquile, gli alieni e le regine guerriere. Tutte immagini che verranno in futuro digitalizzate su t-shirt realizzate su ordinazione e poi vendute a beneficio di Refuge, il più grande fornitore inglese di supporto a donne e bambini che sfuggono alla violenza domestica. È il video più pretenzioso di tutti, ma non è affatto inguardabile: forse un po’ confuso? Già, esattamente come tutti noi: un vero mega trend in questi tempi difficili.

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post”. Direttore della piattaforma super local “SudStyle.it”; senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide; a Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Dal 2020 visiting professor presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.