Moda e upcycling. L’esempio del marchio Zero Waste Daniel

Continuano i nostri approfondimenti sull’impatto della moda in termini di sostenibilità ambientale. Viene da Brooklyn l’esempio di Daniel Silverstein, fondatore di un marchio di abbigliamento a rifiuti zero.

Zero Waste Daniel, Heart on Your Sleeve Long Sleeve Tee
Zero Waste Daniel, Heart on Your Sleeve Long Sleeve Tee

Forse non risolverà il problema da solo. Ma di certo indossare uno dei suoi pezzi sta diventando cool. Da qualche tempo l’etichetta di Daniel Silverstein, Zero Waste Daniel sta polarizzando l’attenzione dei media statunitensi. Di lui si è di recente occupato il New York Times con un lungo pezzo che inizia così: “Produciamo troppo e compriamo troppo. Ma forse c’è un modo per non sprecare troppo”.
A Williamsburg, il quartiere di New York dove si mescolano hypster e hasidim, Silverstein (30 anni e studi presso il Fashion Institute of Technology) nel 2017 ha aperto insieme al marito Mario De Marco un negozio-laboratorio utilizzando materiali di Big Reuse, un’organizzazione non profit di Brooklyn.
Sotto il tavolo da taglio ora ci sono scomparti dove tiene contenitori di tessuti ordinati per colore, altrettanti barattoli di vetro come quelli che si usano per le conserve di frutta sono allineati su una parete; in un angolo c’è un box coperto da una sontuosa cascata di ritagli che scorrono sino al pavimento, a riprendere quelli colorati collocati anche nella vetrina del 369 di Hooper street, dove si svolge per intero la sua produzione. Lo spazio ZWD contiene solo tre macchine da cucire ma nessun bidone per gli scarti: per confezionare i suoi capi, ZWD utilizza il 100% dei tessuti a disposizione, zero rifiuti.

IL METODO DI LAVORO DI SILVERSTEIN

Silverstein lavora con materiali di postproduzione: un modo elegante per dire che recupera scampoli di tessuto che le aziende che producono nel normale ciclo di produzione e finiscono per affidare alle discariche. Questa azione allunga i cicli di vita dei tessuti e rallenta la produzione tessile non necessaria. Il risultato sono felpe, pantaloni e t-shirt, giacche utility, per lo più neri e grigi, nessuno esattamente identico a un altro, quasi sempre contenenti inserti patchwork geometrici dai colori vivaci di pezzetti più piccoli e luminosi, che Silverstein utilizza come un punto esclamativo. Sono outfit unisex il cui prezzo oscilla tra i 25 dollari per una t-shirt e i 595 per una giacca a vento deadstock, ricavata cioè da quella che era una tenda del dipartimento dei servizi igienico-sanitari di New York City.
Mentre il fashion system si sta dannando intorno a una presa di coscienza non più prorogabile circa le proprie responsabilità nella crisi climatica, il concetto di upcycling inizia a divenire hip. Lo hanno già adottato designer come Marine Serre, Emily Bode e Gabriela Hearst, marchi sperimentali come Magnafied o Fade out, ma anche Patagonia con i programmi come WornWear.

Zero Waste Daniel, Anybody could be a Zombie Sweatshirt
Zero Waste Daniel, Anybody could be a Zombie Sweatshirt

L’IMPORTANZA DELL’UPCYCLING

Il sistema nel suo complesso non possiede tuttavia economie di scala e i sistemi di produzione ad hoc e un abbigliamento del genere rimangono per i designer un esperimento e per i consumatori un lusso intellettuale piuttosto che una vera opportunità. Milioni di tonnellate di tessuti vengono sprecati ogni anno, prima ancora che i vestiti abbiano raggiunto i consumatori. Circa il 15% dei tessuti destinati agli indumenti finisce sul pavimento delle sale di taglio. L’upcycling è importante perché è una tecnica che consente ai progettisti di prolungare la vita dei tessuti.
Silverstein in ogni caso riassume così la sua filosofia produttiva:
tutte le risorse (materiali, persone, energia, tempo e immaginazione) sono preziose;
un buon design utilizza tutte le risorse disponibili, fornisce soluzioni funzionali e non crea sprechi;
la produzione di abbigliamento non dovrebbe inviare nulla in discarica;
mettere energia nel riutilizzo di materiali è meglio che crearne di nuovi;
chi acquista merita di sapere come è fatto ciò che indosserà;
tutti i lavoratori devono ricevere un salario equo;
è responsabilità dell’azienda promuovere solo narrazioni vere che ritengano la società stessa responsabile di pratiche trasparenti;
ci vuole tempo per fare le cose nel modo giusto, ma possiamo rendere il tutto facile e conveniente.

Aldo Premoli

zerowastedaniel.com

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Onlus Mediterraneo Sicilia Europa che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà.