Moda e sostenibilità. Qualche buona notizia: presentato The time is now! New citizen 1.5

Presentato a Pitti Immagine a Firenze il progetto ideato da Greenpeace insieme al Consorzio Detox – Cid e all’Istituto Europe di design che tratta di sostenibilità ambientale e moda

Tinture e fisssatori tossici utilizzati dai marchi del fast fashion - courtesy Greenpeace
Tinture e fisssatori tossici utilizzati dai marchi del fast fashion - courtesy Greenpeace

Il primo ciclo di presentazioni moda del 2020 è avviato. Concluse quelle di Londra, da venerdì 10 sono in corso le sfilate uomo per le collezioni autunno-inverno 2020 a Milano, mentre a partire da lunedì 20 gennaio prendono il via quelle di Parigi. Quasi 80 show e almeno 2000 esposizioni statiche considerando anche quelle raccolte da quella portentosa manifestazione internazionale (espositori da 12 Paesi) che è il Pitti Immagine a Firenze. Colpisce la sovrabbondanza di proposte, perfettamente simmetrica alla sovrapproduzione che nel tessile-abbigliamento rappresenta uno dei non pochi problemi irrisolti.  Non avrebbe colpito con la stessa intensità solo 10 anni fa, ma da qualche tempo tra i consumatori più avveduti (leggasi Millennial e Gen Z) la coscienza ambientale ha fatto progressi.

MODA E AMBIENTE

Nel 2017 l’indignazione pubblica si era abbattuta su Burberry per aver bruciato 37 milioni di dollari di prodotto in eccesso. Gli operatori volente o nolente hanno dovuto fare i conti con questa levata di scudi. Burberry ora dona i tessuti che risultano inutilizzati a fine campionario a una cooperativa femminile in Italia, lavora con organizzazioni specializzate per il riciclo dei rifiuti ed esplora modi per riutilizzare le materie prime di alcuni tra gli outfit rimasti invenduti. Nel 2017 H&M, Nike e Louis Vuitton – per non cancellare le scorte senza dover ribassare il prezzo delle merci in vendita – avevano fatto esattamente come Burberry, che afferma ora di essere l’unico marchio del lusso impegnato a non distruggere oggetti invenduti. Kering (Gucci, Bottega Veneta, Balenciaga…) e LVMH (Louis Vuitton, Dior, Givenchy…) non forniscono invece indicazioni a questo proposito.

DEADSTOCK

Il termine tecnico per indicare la merce che non ha mai raggiunto un acquirente è deadstock. Un fenomeno nel tessile-abbigliamento largamente diffuso, aggravato dalla quantità di tessuto sprecato (per niente irrilevante su centinaia di chilometri utilizzati) dagli scarti del taglio, a cui si aggiunge la pratica dei ritorni, intensificatasi con l’e-commerce dilagante; a ”prova casalinga” del capo acquistato non sempre della misura giusta, non sempre come ce lo si era immaginato al momento dell’acquisto produce una percentuale non indifferente di restituito: che finisce nella maggior parte dei casi direttamente nella spazzatura. Risultato? Montagne di rifiuti tessili sull’intero pianeta: l’equivalente di un camion in discarica ogni secondo.

Chiara Campione
Chiara Campione

QUALCHE BUONA NOTIZIA

La pressione di chi acquista per ottenere pratiche ambientali sostenibili è però in costante aumento. E non potrebbe essere differente per un settore che produce da solo il 10% delle emissioni di Co2 che affliggono il pianeta e il 20% delle acque reflue globali… Anche per questo le case di moda più avvedute hanno iniziato (seppure lentamente) a reagire. Il Fashion Pact firmato a Biarritz lo scorso agosto da 32 dalle più rappresentative è una dichiarazione di intenzioni di grande rilievo. Ma segnali incoraggianti arrivano un po’ dappertutto. Uno degli esempi più recenti è il numero di gennaio di Vogue Italia che ha rinunciato alla fotografia per diminuire l’impatto ambientale. A guidare la classifica dei virtuosi in questo campo da sempre c’è Greenpeace che ha acceso i fari sul problema in tempi non sospetti con un primo esplosivo dossier nel 2011 (Detox my fashion) e ha poi continuato incessantemente ad attirare l’attenzione di produttori sul problema. E proprio lo scorso giovedì 8 a Firenze, Chiara Campione head della Consumer unit di Greenpeace insieme al Consorzio Detox – Cid e all’Istituto Europe di design hanno presentato il progetto The time is now! New citizen 1.5. “Sogniamo cittadini ribelli che si oppongano ai danni del cambiamento climatico in atto nel Pianeta. Ci immaginiamo un cittadino 1.5, cifra che indica il limite massimo della temperatura media globale, secondo gli accordi di Parigi, per limitare i cambiamenti climatici” ha dichiarato Campione. Per questo una call è stata lanciata a tutti gli studenti IED delle Scuole di Moda, Design, e Comunicazione di Milano, Roma, Torino, Firenze, Venezia, Cagliari e dell’Accademia di Belle Arti Aldo Galli di Como. I loro lavori saranno selezionati tenendo conto della capacità di identificare linguaggi, stili e oggetti che contribuiscano a individuare le 6 personas che ispireranno lo sviluppo di altrettante capsule collection da presentare nella edizione di giugno di Pitti Uomo.
Anche in questo modo Greenpeace Italia intende ridisegnare l’identità del proprio Green Market, inserendo al suo interno prodotti di consumo che nel loro utilizzo possano orientare comportamenti sostenibili.
Accogliendo questo stimolo il Consorzio Italiano Implementazione Detox – CID ha confermato la collaborazione di aziende disposte a fornire gratuitamente tessuti per la realizzazione di queste sei capsule. Si tratta di 20 aziende tessili che hanno deciso di intraprendere il percorso verso l’eliminazione di sostanze tossiche, ri-organizzandosi al meglio per convertire il proprio sistema produttivo. Un processo per niente banale e che ha poco a che vedere con il “marketing verde”. Anche per questo meritano di essere citate, eccole: A Zeta Filati, Antilotex Flock, Berto Industria Tessile, Candiani Denim, Filati Be.Mi.Va., Filati Biagioli Modesto, Filatura Papi Fabio, Furpile Idea, Ilaria Manifattura Lane, Industria Italiana Filati, Lanificio Bellucci, Lanificio Dell’olivo, Lanificio Europa, Manifattura Emmetex, Marini Industrie, Miroglio, Pecci Filati, Tessilfibre, Texmoda Tessuti e Toscofilati.

Aldo Premoli

 

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Onlus Mediterraneo Sicilia Europa che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà.