Milano fashion week. Il meglio agli estremi: Samuel Ross e Francesco Risso

Due designer under 40 offrono il meglio delle sfilate milanesi. Vediamo perché nell’opinione di Aldo Premoli

A-Cold-Wall*
A-Cold-Wall*

Due collezioni tra loro lontanissime, quelle disegnate da Samuel Ross e Francesco Risso: tuttavia appaiono davvero collegate con il gruppo generazionale cui appartengono ambedue (Gen Y e Gen Z). Il designer di Brixton e quello genovese sono sembrati i meno stanchi tra quanto presentato in un’ordalia di 26 sfilate, 46 presentazioni e 22 eventi apparsi a Milano tra mega show e piccole presentazioni, dove di nuovissimo, ma anche solo nuovo si è visto pochino. Secondo classificazioni (ormai preistoriche) il design dei due viene comunemente definito minimal (Ross) e massimalista (Risso): la verità è che il vocabolario moda consueto qui non aiuta. Per entrambi gli stilisti under 40 anni questa contrapposizione ha perso di senso: il loro approccio all’abbigliamento – specie a quello “maschile” (e anche qui il vocabolario zoppica assai) sfugge a queste definizioni.

L’OUTFIT PERFORMATIVO

La rappresentazione sociale o sessuale distintiva, l’immagine – si sarebbe detto un tempo – veicolata attraverso la scelta dell’abbigliamento per Gen Y e Gen Z si è polverizzata. Per questo gruppo anagrafico di consumatori l’outfit di riferimento è divenuto un “mezzo performativo”, termine però non sovrapponibile all’obsoleto utilitarian Anni 90. Che si tratti di un capo athleisure o di uno straccio ornato, coloratissimo ed eccentrico il suo uso è in ogni caso inteso a come temporaneo, utile a una funzione-occasione, che non impegna in toto la propria autodefinizione.  Qualcosa insomma di “preso in affitto” , persino nel termine più proprio del termine: la pratica del second-hand sta difatti ri-cominciando a diffondersi… Inutile domandarsi se Ross e Risso siano davvero consapevoli di tutto ciò: certo è impossibile comprenderlo dalle cronache dei tanti “reporter” che si muovono dentro schemi di interpretazione sorpassati o dai comunicati di uffici stampa dietro cui si intravedono penne altrettanto frenate. Ciò che rende interessanti le collezioni di A-Cold-Wall * e Marni è la riconoscibilità per quel gruppo di consumatori che rappresenta il filone aureo dello shopping internazionale.

SAMUEL ROSS (BRIXTON, 28 ANNI)

Cresciuto in un quartiere operaio, Ross ha studiato graphic design e illustrazione alla De Montfort University di Leicester poi ha iniziato a dedicarsi alla progettazione commerciale bilanciando la sua produzione creativa tra film sperimentali, street art e un piccolo marchio street wear.  Nel 2013, Virgil Abloh, lo assume come assistente per Off-White e per Yeezy di Kanye West. È nel 2015 che Ross battezza la sua collezione uomo A-Cold-Wall* che debutterà poi alla fashion week di Londra nel 2018. Immediate arrivano le proposte di collaborazioni prima da Nike e Oakley, poi dal marchio di arredamento olandese Futura. La prima uscita di Ross questo gennaio alla fashion week milanese si è fatta ancora una volta notare: il designer è rimasto fedele alla matrice tecnica delle sue collezioni, ma ha sciorinato capispalla più eleganti del solito anche se spesso adattabili, grazie a lacci che amplificano o ritraggono il loro volume. Li ha accompagnati con cappellini fusi in resina e pantaloni da lavoro in una varietà di volumi differenti: sottili a affusolati, larghi e boxy. Linee curve e abbottonature deformate adornano le sue camicie, mentre è apparso un blazer doppio petto realizzato in tonalità blu brillante grazie all’impiego di nylon leggero a trama stropicciata. C’era abbigliamento da lavoro in materiale misto tra cui una giacca bronzo con cappuccio morbido foderato in filo metallico. E ancora il soprabito apribile double face in verde acqua oltre a giacconi, giubbotti, soprabiti e maglie impermeabili che compongono uno studio contemporaneo del più classico abbigliamento maschile.

FRANCESCO RISSO (GENOVA, 34 ANNI)

Ha trascorso i primi anni della sua vita in barca con i suoi genitori. Quando la famiglia è ritornata a Genova Risso ha appreso il lavoro nella sartoria della nonna. Si è poi trasferito a Firenze all’età di 16 anni per frequentare Polimoda. Ha studiato al Fashion Institute Technology di New York e completato un Master presso il Central Saint Martins di Londra. Risso ha poi lavorato per Anna Molinari presso Blumarine, per Alessandro Dell’Acqua, prima di unirsi al gruppo Prada nel 2008. Nel 2016 diventa direttore creativo di Marni da poco acquisita dal gruppo OTB (Maison Margela, Vivienne Westwood, DSquared2…) Risso ha impresso a Marni in una nuova direzione nel corso delle ultime stagioni e quanto visto a Milano non fa che amplificare questa impostazione fatta da una miscela massimalista di colori, tessuti, motivi e silhouette over. Non fossero bastati gli outfit presentati ci ha pensato il coreografo Michele Rizzo a fugare ogni dubbio. Rizzo è noto per il suo Higher xtn un progetto ispirato all’esperienza di clubbing messa in relazione all’energia  trasformativa della musica techno. Da Marni i modelli sono stati dapprima impegnati in una serie di movimenti fluenti utili a creare la suggestione di una performance, poi con uno scatto improvviso il collettivo ha iniziato a marciare e in marcia è apparsa una sartoria fatta di camicie al ginocchio, dolcevita over, divise monocromatiche stampate a cuore, top crop rosa, cappotti non accoppiati, fodere trapuntate rovesciate. E ancora completi realizzati in tessuto che pare mangiato dalle tarme… Va sottolineato che Risso sta dando prova non solo di una creatività fuori dal comune, ma si cimenta con nuovi metodi di produzione: riciclaggio, assemblaggio, riutilizzo. Risso sembra aver scavato a fondo tra i deadstock di Marni: la sua aggressiva decostruzione (mai però celebrale e secca come quella dei maestri giapponesi) si traduce in un senso di giustapposizione “casuale” e l’impatto visivo della collezione, ha fatto pensare a un guardaroba teatrale rinvenuto per caso. Per realizzarlo sono stati realizzati assemblaggi di vecchi ritagli di tessuti, avanzi di velluti floreali dipinti a mano, ibridi realizzati in raso e pelle. Tutto senza senso al primo impatto, eppure tutto fuso in una sorta di elegante follia. Permettetemi una divagazione finale: da decenni ormai i connoisseur si chiedono se non esista un modo un po’ meno noioso della classica sfilata per presentare una collezione tessile: qualche tentativo in passato è stato fatto, ma nessuno sino ad ora ha abbandonato definitivamente questo cliché. Non c’è pendolone (Gucci) o piazza virtuale (Prada) che tenga…

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post”. Direttore della piattaforma super local “SudStyle.it”; senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide; a Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Dal 2020 visiting professor presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.