Gucci chiude la Milano Fashion Week. Una performance che racconta la libertà di essere se stessi

Genio e follia, colori e reinvenzioni che affondano le radici nella storia della Maison. A Milano torna l’immaginario di Alessandro Michele

Sfilata Gucci Milano Fashion Week - photo credits Dan Lecca
Sfilata Gucci Milano Fashion Week - photo credits Dan Lecca

La moda ai tempi di Greta Thunberg può essere solo quella di Gucci: un fenomeno che riesce a giustificare un sistema in crisi con la creazione di un atto performativo diverso da tutto il resto. Come la performance Sun&Sea che ha vinto il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia ancora in corso per la migliore partecipazione nazionale (Lituania): apparentemente incomprensibile come opera, ma chiaramente proiettata verso un’altra dimensione. Anche qui siamo di fronte ad un atto creativo, compiuto su una strada noiosa che scorre da sola come un tapis roulant, che presenta qui sempre più connotazioni artistiche e filosofiche. Gucci crea uno show dove la partecipazione porta all’autoconsapevolezza, alla gioia di lasciarsi andare per raggiungere l’orgasmo citato su borse e giacche. Un concetto di libertà già evocato dallo stilista Alessandro Michele ma che qui è perfettamente a fuoco, nello svolgimento del racconto come nella collezione. Lo show inizia con una serie di figure che di umano hanno ben poco, vestite con camicie di forza, o divise di un luogo di costrizione. Bianco e luce sparata al neon; i modelli camminano non per propria volontà: sono in effetti il prologo del teatro greco, un coro muto perché lobotomizzato, un Ubu Roi prestato alla moda. 

MODA E FOLLIA: UNA STORIA

La follia aveva già ispirato il genio di un altro grande personaggio che ha cambiato il corso della moda all’inizio del XX secolo. Madeleine Vionnet per mantenersi a Londra (città in cui si era trasferita giovanissima) lavorava nella lavanderia di un manicomio criminale. Lavava camicie di forza e, ispirata anche dalla libertà di chi in quel periodo aveva la forza di danzare nuda con una tunica come Isadora Duncan, qualche anno dopo ha inventato il taglio a sbieco. Voleva liberare il corpo femminile facendogli scivolare l’abito addosso, voleva che si capisse cosa c’era sotto l’abito perché anche lei come Alessandro Michele non faceva oggetti per coprire la gente. Michele lo spiega bene in una conferenza stampa piena di interlocutori che ascoltano più che domandare, ancora presi dalla performance. Racconta che non realizza abiti per coprire la gente, che agli inizi ha cercato di distruggere la moda, di farla a pezzi e che ora, come in un riuscito percorso psicoanalitico, ha ristabilito un rapporto di riconciliazione. La considera inutile ma irresistibile, un luogo affascinante perché rivelatore di ciò che vorremmo essere. Inevitabilmente è legata ad un approccio sessuale. Orgasmic è infatti lo slogan dello show: qui l’atto sessuale sta nel saper vivere quel momento preciso. Non c’è perversione ma libertà, di pensiero e movimento. Per Michele la perversione sta nell’indugiare nel cliché, nel cavalcare la certezza dello stereotipo, non nel rivelare. Ci sono tracce di una vita precedente del brand come il frustino da cavallo, che evoca il legame con l’aristocratico mondo dell’equitazione di Gucci, ma la rottura con quel cliché sta spostare l’oggetto tra le mani di una ragazzina appena uscita da un locale. C’è l’accessorio più infantile della collezione, un portacuscino, un cuscino per dormire e sognare da avere sempre con sé. E poi ci sono borse bellissime, capaci di reinventare la nobile origine nel contemporaneo.

I GIOVANI E GUCCI

Tutto ciò che accade dopo la sfilata dei “prigionieri di se stessi” bianchi è reinvenzione colorata. Tanto colore vitale, ma anche tanto nero, un nero che per Alessandro Michele ha la forza di una sottolineatura su un testo scritto, un nero che sembra trucco eccessivo come quello che rimane il giorno dopo su occhi che hanno sognato. Un intento grafico che si legge in tutta la collezione. I modelli sembrano illustrazioni: gli accessori, soprattutto gli occhiali, accentuano una dimensione cartoon Instagram che segue l’immaginario artistico di Gucci, quello geniale che ha fatto presa sui giovani. Giovani che possono aderire a quello stile di magri ragazzi bruttini ma pieni di fascino, di ragazze un pò confuse ma capaci di muoversi seminude per contrastare la volgarità. Insomma un mondo vero e indispensabile per assecondare altri giovani contestatori che stanno in piazza: una bellezza che si oppone alla passerella solitaria della femmina ancora oggetto, che oggi fortunatamente appare il primo bersaglio della satira online. Come recita la press release della collezione Spring Summer 2020 dal titolo Nuove forme di soggettivazione,può la moda assolvere a questo compito? Può offrirsi come strumento di resistenza? Può suggerire libertà esperienziale, capacità di sbandare e disobbedire, desiderio di emancipazione e autodeterminazione? Oppure anche la moda rischia di diventare un raffinato dispositivo di governo neo-liberale che finisce con l’imporre una nuova normatività, trasformando la libertà in merce e l’emancipazione in una promessa non mantenuta?”. La risposta di un artista sta sempre nella sua opera, tanta teoria non reggerebbe se non avesse un sostegno materiale nel manufatto che diventa simbolo. Sete, ricami, decori si limitano in questa collezione alla loro funzione principale, sono leggibili perché c’è stato un lavoro di sottrazione di strati, di scoperta sensuale che, come l’autoironia delle etichette visibili in fondo ai pantaloni, sono segno di intelligenza creativa. Merita un cenno l’ambientazione: descritta da Alessandro Michele come sintesi tra un luogo urbano come un garage e la scatola prospettica della città ideale del Rinascimento, un rapporto fra passato e futuro a cui aggiunge le sue stelle che decorano il soffitto come lo farebbero con un abito. Infine ha un abito nero di tulle di seta trasparente la prima modella che apre la sequenza della collezione vera, è la memoria di Isadora Duncan evocata da Gucci. È libera di muoversi mostrando il proprio corpo.

Clara Tosi Pamphili

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Clara Tosi Pamphili
Clara Tosi Pamphili si laurea in Architettura a Roma nel 1987 con Giorgio Muratore con una tesi in Storia delle Arti Industriali. Storica della moda e del costume, ha curato mostre italiane e internazionali, cataloghi e pubblicazioni. Ideatrice e curatrice di A.I.artisanal intelligence, evento che si svolge due volte l'anno per promuovere nuovi designer di moda in collaborazione con gallerie di arte contemporanea. Svolge attività di ricerca delle arti applicate nella moda collaborando con le più importanti sartorie teatrali e di moda italiane e internazionali. Ha diretto didatticamente l'Accademia di Costume e di Moda dal 2005 al 2007. Ha insegnato Storia del Design di Moda e Tecniche di Ricerca all'Accademia di Costume e di Moda e alla Facoltà di Architettura di Roma Ludovico Quaroni fino al 2011. Attualmente è consigliere di amministrazione di Altaroma, dove si occupa di progetti di ricerca e sviluppo delle nuove tendenze con particolare attenzione al legame fra moda e arte. Collabora con il Maxxi e altre istituzioni per la creazione di eventi culturali sulla moda. Risiede e lavora a Roma.