Moda, tecnologia e meditazione. La haute couture di Iris van Herpen a Parigi

Un focus sulle creazioni di Iris van Herpen, da sempre interessata a combinare tecnologia e artigianalità.

Iris van Herpen, collezione autunno inverno 2019 2020. Paris Fashion Week. Courtesy Iris van Herpen (dettaglio)
Iris van Herpen, collezione autunno inverno 2019 2020. Paris Fashion Week. Courtesy Iris van Herpen (dettaglio)

Quattro giorni di presentazioni per trentaquattro show. Un giorno supplementare dedicato alle presentazioni di alta gioielleria. Questi i numeri della haute couture alla Parigi Fashion Week conclusasi lo scorso giovedì 4 luglio. La cronaca pretende che sia segnalato il debutto di Daniel Roseberry alla direzione creativa di Schiaparelli ma soprattutto quello di Virginie Viard, per la collezione Chanel per la prima volta senza Karl Lagerfeld.
Ma quel che più importa è invece osservare come la couture, che rappresenta oggi un ristretto ambito della produzione tessile, possa essere considerata ancora significativa quando assolve alla funzione di laboratorio di tecniche sartoriali, un tempo territorio esclusivo di lavorazioni eseguite da un manipolo di straordinarie lavoranti presenti esclusivamente sul territorio francese. Un tempo. Perché proprio una tra le migliori collezioni presentate a Parigi è stata costruita, invece, con tecniche che prevedono l’uso computerizzato di macchinari portati ad agire come chi li ha creati forse non aveva previsto.

Iris van Herpen, collezione autunno inverno 2019 2020. Paris Fashion Week. Courtesy Iris van Herpen
Iris van Herpen, collezione autunno inverno 2019 2020. Paris Fashion Week. Courtesy Iris van Herpen

SUMINAGASHI E PLOTTER CUT

Iris van Herpen nel calendario della HC parigina è presente dal 2011. Capire quali tecniche siano utilizzate nella costruzione delle sue collezioni non né mai facile. Computing, fisica, chimica dei colori formano l’alchimia che sta dietro ogni suo pezzo. Per questa ultima collezione van Herpen ha collaborato con l’artista cinetico Anthony Howe, che crea sculture messe in azione dal vento. Per realizzarle Howe utilizza tecniche di computer-aided design, modellando componenti metallici con una taglierina al plasma e completando il suo lavoro con le tecniche tradizionali della lavorazione dei metalli. La scultura sferica Omniverse che stava al centro della passerella è stata scelta da van Harpen per simboleggiare la nostra relazione con la natura attraverso il ciclo infinito di espansione e contrazione presente ovunque, a partire dal nostro respiro. Per la sua collezione intitolata Hypnosis, van Herpen ha costruito 19 pezzi, alcuni dei quali ispirati al suminagashi, l’“arte dell’inchiostro sull’acqua”: van Herpen li ha incisi in linee liquide di seta tinta, termosaldata su tulle trasparente che scorre, apparentemente senza soluzione di continuità, sulla pelle.
Il suminagashi è una tecnica antichissima, diffusasi intorno all’anno Mille in Giappone. L’hude ‒ un pennello panciuto ‒ raccoglie l’inchiostro che viene poi appoggiato sopra una superficie d’acqua contenuta in una bacinella larga e piatta; per condizionare il movimento dell’inchiostro, un altro pennello intinto in una sostanza oleosa tocca la macchia precedentemente creata sul pelo dell’acqua. L’uso alternato di questi due pennelli dà vita a disegni non prevedibili, poi raccolti appoggiando sull’acqua un foglio di carta di riso. Le immagini risultanti sono il frutto del movimento casuale dell’acqua e del respiro di chi manovra i pennelli. È un’arte che poteva svilupparsi solo in Oriente, un esercizio di puro wu wei, (agire senza sforzo). Il suminagashi è considerato come il frutto di interazioni naturali con il subconscio dell’artista: l’essenzialità dei materiali, la concentrazione di chi manovra i pennelli, la magia del foglio di carta che dall’acqua raccoglie il pattern formatosi ne hanno fatto una tecnica di meditazione attiva. Un’altra serie di pezzi che costituiscono la collezione A/I 2019 di van Herpen nascono invece dall’utilizzo del satin duchesse stampato, incollato a caldo e tagliato utilizzando il laser con macchine plotter cut. Rimontato su una forma-vestito, restituisce una percezione del tessuto in movimento così complessa da essere difficilmente decifrabile dall’occhio umano.

PAROLA A IRIS VAN HERPEN

Stando alle parole della designer olandese: “Questa collezione è una visualizzazione ipnotica dell’arazzo che costituisce la natura, i cicli simbiotici della nostra biosfera che intrecciano l’aria, la terra e gli oceani. Riflette anche la continua dissezione dei ritmi della vita e risuona con la fragilità esistente all’interno di questi mondi intrecciati”.
Per la sua diciannovesima e ultima uscita van Herpen ha creato un abito battezzato Infinity: un pezzo cinetico che prende vita dalla torsione di un meccanismo in equilibrio sul corpo di chi lo indossa. Una struttura progettata in alluminio, acciaio inossidabile e cuscinetti ricoperti con una delicata stratificazione di piume in volo che ruotano attorno al proprio centro.

Aldo Premoli

www.irisvanherpen.com

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome.