Stili e tendenze che ci attendono nel 2019: ambiente, lusso, design

Quali sono le novità che ci attendono nel mondo della moda e della cultura nel 2019? Aldo Premoli anticipa e ipotizza stili e tendenze che l’anno ormai alle porte potrebbe riservarci. Dai temi ambientali al lusso

1. IL MEGATREND? SOSTENIBILITÀ E AMBIENTE

Riciclo

Sostenibilità e nuove tecnologie sono le due linee guida che il fashion non può più permettersi di ignorare. Il 15 dicembre scorso 200 nazioni hanno approvato l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Che c’entra la moda? C’entra eccome. Recentemente oltre 290 aziende hanno sottoscritto il New Global Plastics Economy Commitment, tra loro H&M Group, Burberry, L’Oreal, Selfridges, Stella McCartney, Target e Unilever. L’accordo costringe questi marchi a contrastare l’utilizzo di plastiche non biodegradabili a partire dal confezionamento dei loro prodotti. L’ossessione per il fast fashion che ha investito i marchi di ogni fascia di prezzo (anche 12 collezioni in un anno tra stagionali, infra-stagionali e capsule) è accompagnata da un forte prezzo ambientale. Non è più possibile tenere nascosto il feroce impatto negativo sull’ecosistema, non è più possibile non considerare che la sua capacità di inquinare è seconda solo a quella del petrolio. Il tessile-abbigliamento è uno dei settori in maggiore crescita dell’intero pianeta. Ogni anno vengono venduti 8 miliardi di nuovi item: 400% in più negli ultimi quarant’anni, 200% in più nel campo dell’abbigliamento negli ultimi quindici anni. L’industria della moda vale globalmente 1.3 trilioni di dollari e impiega 300 milioni di persone. Ma complessivamente il tessile-abbigliamento produce in un anno più CO2 di tutto il traffico aereo e marittimo messi insieme. Quale è la risposta a un’ipotesi così catastrofica? L’utilizzo combinato di cognitive computer e social media permetterà di acquisire dati finalizzati a conoscere gusti e preferenze del singolo: pratica, questa, che potrebbe ridurre l’errore di previsione nella programmazione della produzione del 50% a tutto vantaggio della sostenibilità del processo. Massiccia è già, inoltre, l’introduzione di A.I. nella catena distributiva. Ogni trasformazione tecnologica porta con sé effetti collaterali. Le ricadute negative di queste tecnologie sulla privacy ad esempio, mentre quelle dell’utilizzo di A.I. sul numero di posti di lavoro sono tutte da valutare.

2. PER I NUOVI “HIGH NET WORTH” IL LUSSO È ESPERENZIALE

High Net Worth

LVMH ha acquisito lo scorso dicembre la società londinese Belmond per 3,2 miliardi di dollari. Belmond significa 46 hotel sparsi in 24 paesi al mondo. L’accordo inserisce di forza LVMH tra i nuovi protagonisti del “lusso esperienziale”, un’area di mercato in rapida ascesa proprio nel segmento viaggi e ospitalità. Due settori, questi, cresciuti negli ultimi anni a un ritmo più sostenuto rispetto a quello dei prodotti moda di alta gamma, dove il gruppo capitanato da Bernard Arnault è primo al mondo. “Il nostro accordo con Belmond è del tutto coerente con la presenza di LVMH nel settore nel lusso”, ha dichiarato Arnault Presidente e Ceo di LVMH al Financial Times. Arnault sa con certezza che il suo cliente sta cambiando pelle: la crescita di nuovi “high net worth” nel mondo è continua e lo spostamento verso il lusso esperienziale va di pari passo con il minore interesse per altri prodotti. Gli high net worth sono un gruppo di consumatori composto soprattutto da giovani generalmente dotati di istruzione superiore, molto propensi all’acquisto di generi di lusso. LVMH è certamente interessato a utilizzare questo nuovo potente portafoglio di “prodotti” per sostenere le vendite dei suoi “prodotti” più tradizionali tra i quali, oltre a numerosi champagne e vini pregiati, prodotti di bellezza, gioielli e orologeria.

3. LA CONSACRAZIONE DI CHITOSE ABE

Chitose Abe in NikeLab

Il marchio Sacai lo ha lanciato nel 1999, ma solo oggi è chiaro a tutti che con il suo sofisticato lavoro di ibridazione tra sartoriale e active Chitose Abe ha esercitato in questi anni un’influenza profonda tra tutti i suoi colleghi, persino tra fuoriclasse come da Demna Gvasalia e John Galliano. Che Chitose Abe abbia provocato un mood ormai considerato normalità nel linguaggio della moda, è un fatto. Figlia di una sarta, Abe è cresciuta cucendo vestiti per le bambole nella prefettura di Gifu a 130 chilometri da Tokyo, in Giappone. Si è poi trasferita a Tokyo 20 anni fa (come tutte le madri giapponesi in una piccola casa insieme alla sua bambina) dove la solita Rej Kawakubo di Comme de Garcons ha riconosciuto immediatamente il suo talento dopo averla presa a lavorare come pattern cutter. Più tardi si è inserita nello staff di Junya Watanabe, altro discepolo della Kawkubo. A differenza di questi due (grandi) maestri, è dotata di una vena poetica che fa dei suoi capi qualcosa di riconoscibilissimo: sono sempre creazioni complesse eppure romantiche. Anche quando nel suo orizzonte di lavoro entrano capsule collection come quelle disegnate per NikeLab o per The North Face.

4. LA COREANA YOON AHN SULLA RAMPA DI LANCIO

Yoon Ahn

Risiede a Tokyo ma è coreana. Elevata al ruolo di star internazionale dal solito Bernard Arnault che decide di farle disegnare la gioielleria di Christian Dior lo scorso aprile, Yoon Ahn non ha però smesso di disegnare la sua linea di gioielleria Ambush; anzi, durante l’ultima Tokyo Fashion Week, con questo marchio ha presentato la sua collezione di abbigliamento. Le creazioni preziose di Ambush si muovono sempre sul filo della provocazione. Anelli che richiamano il fil di ferro delle cancellate di sicurezza o cerotti indossati da due giorni, orecchini fatti con spille da balia punk ai quali appendere degli orsetti dello stesso materiale, fino ai collari fetish. Suoi fan sono infatti tipi come Kanye West, Pharrell Williams, KiD CuDi e Big Sean. Proprio sule finire del 2018 è poi arrivata la capsule collection disegnata per NikeLab: abbigliamento e accessori donna che conservano tutto l’allure dei suoi gioielli, sono outfit adatti all’allenamento ma anche a look super cool per la sera. Completa il tutto una sneaker nata dall’ibridazione di due modelli iconiche dello svoosh: la Nike Air Max 180 e l’Air Zoom Flight. Da Dior a Nike? Gioielli alta moda e athleisure? Ai designer giapponesi ci eravamo abituati da tempo, per i coreani si tratta di un debutto assoluto.

5. LA NUOVA TRACK DI BALENCIAGA

Balenciaga, track sneaker

Se c’è un accessorio che ha fatto breccia nella moda, in ogni parte del mondo, in ogni categoria sociale questo è la sneaker. Nata per accompagnare performance specifiche dento e fuori la palestra, ha finito con l’invadere ogni possibile spazio. Tempo libero anche per i meno performanti, scuole, luoghi di lavoro, momenti formali e persino formalissimi, sino al nightlife. La sneaker ha cambiato la postura e il modo di camminare a qualche miliardo di persone. Non ce ne accorgiamo ormai più. Ma sino a una ventina di anni fa, la calzatura era tutt’altra cosa. Più elegante? Non è detto: certamente meno comoda, meno colorata e meno giocherellona. Forte del suo impatto numerico, la “filosofia sneaker” si è poi via via elevata sino ad influenzare – e profondamente – tutto il resto dell’abbigliamento. Sia maschile che femminile. A fianco di modelli iconici come le Stan Smith di Puma, o le Air Jordan di Nike – negli ultimi due anni il più glamourous –, il più ambito dai fashion victim è stato quello inventato da Demna Gvasalia, un georgiano cresciuto a Londra divenuto da qualche stagione il designer di rivelazione di Balenciaga. A cosa si è ispirato Demna Gvasalia? Alla calzatura grandp, a quella un po’ sgraziata, parecchio sovradimensionata che sino a quel momento si era vista solo ai piedi del pensionato bianco, suburbano americano: un modello divenuto hypster quando l’ha preso in mano lui. La Tripel S è poi di colpo diventata l’oggetto distintivo di tutti i fashionisti più scatenati. Ora però Gvasalia propone per il 2019 un modello tutto nuovo, ispirato questa volta al trekking in quota. Il nuovo Track Trainer di Balenciaga è un oggetto complesso, multicolor, costoso (895 $), e certamente parecchio show off. Suola, imbottitura, lacci, scocca… Una vera macchina per il piede. Da scommettere che diverrà un altro must: non per camminare sui sentieri di montagna (c’è certamente di meglio e meno caro), ma per sedersi al bar della Galleria d’Arte Moderna di Milano, o sulle scomode panchette riservate ai connoissuer durante i fashion show. Ma è bello così. Forse…

6. IL CAMP ARRIVA AL MET

Locandina Camp del Metropolitan

La mostra principe del 2019 del Costume Institute di New York sarà Camp: notes on fashion, che esplorerà le origini di questa estetica che si riferisce all’uso deliberato e giocoso del kitsch. Camp era, ad esempio, lo stile di Freddy Mercury e dei suoi Queen. Il Camp ribalta le gerarchie del “buon gusto”, e vi contrappone una sublimazione artistica dell’affettato, esibito ad ogni costo insomma del “cattivo gusto”. Nel suo saggio del 1964 Notes on Camp, Susan Sontag definisce il Camp come l’amore per l’innaturale, l’artificio, l’eccesso . La mostra al Met si propone di esaminare come i fashion designers abbiano usato il loro mestiere per evolvere il concetto di Camp nei modi più ironici e incongrui possibili. In mostra circa 175 pezzi tra capi di abbigliamento maschile e femminile, sculture, dipinti e disegni. I designers ospitati al Met sono Gilbert Adrian, Cristóbal Balenciaga, Thom Browne, Jean-Charles de Castelbajac, John Galliano, Jean Paul Gaultier, Rudi Gernreich, Guccio Gucci, Demna Gvasalia, Marc Jacobs Charles James, Stephen Jones, Christian Lacroix, Karl Lagerfeld Herbert e Beth Levine, Alessandro Michele. E ancora Franco Moschino, Thierry Mugler, Norman Norell, Marjan Pejoski, Paul Poiret, Miuccia Prada, Richard Quinn, Christian Francis Roth, Yves Saint Laurent, Elsa Schiaparelli, Jeremy, Viktor & Rolf, Anna Sui, Philip Treacy, Walter Van Beirendonck, Versace, Vivienne Westwood e Charles Frederick Worth.

7. EDITORIA – YUVAL NOAH HARARI. 21 LEZIONI PER IL 21 SECOLO

21 lezioni

Dopo Sapiens (5 milioni di copie vendute, traduzioni in 30 lingue) in cui lo storico ha analizzato in modo straordinariamente brillante il percorso evolutivo dell’umanità, e Homo Deus in cui ha considerato la nostra esistenza in un futuro alimentato dall’Intelligent Design, con 21 lezioni per il 21esimo secolo (Bompiani) Noah Harari si concentra sulle domande più pressanti per il tempo presente. Poco gratificante ma molto stimolante, questo scritto affronta problemi politici, tecnologici, sociali ed esistenziali e fa riflettere sull’impatto che hanno sulla vita quotidiana della specie umana in tutto il mondo. Presentando in modo chiaro e accessibile le complesse sfide contemporanee, invita il lettore a prendere in considerazione valori, significati e impegno personale in un mondo di troppo rumore e poche certezze. Perché la democrazia liberale è in crisi? Che cosa significa l’ascesa di Donald Trump? Che cosa si può fare contro l’epidemia di fake news? Quale civiltà dominerà il mondo: l’Occidente, la Cina o l’Islam? L’Europa deve tenere le porte aperte ai migranti? I nazionalismi possono risolvere i problemi legati all’ineguaglianza e ai cambiamenti climatici? Che fare per arginare il terrorismo? Perché nessuno può ancora pensare di occuparsi seriamente di moda restando chiuso in salotto…

– Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Catania e Cernobbio. E poi New York e Londra, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze di comunicazione ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post e Artribune, ha fondato a Catania, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome. Dirige inoltre la piattaforma on line SudStyle.it.