Non solo sfilate: le migliori mostre e performance di AltaRoma 2017 secondo noi

Spenti i riflettori su AltaRoma, che per quattro giorni ha animato la capitale, è tempo di bilanci e considerazioni. Ecco gli eventi, le mostre, le performance che abbiamo più amato.

Vanitas - Roma 2017
Vanitas - AltaRoma 2017 - Ph. Lucilla Loiotile

Spenti i riflettori su AltaRoma, la quattro giorni della moda romana. Al di là dei bilanci, dello stanco dibattito tra aspettative e disillusioni, tra assenze e presenze, la kermesse ha rappresentato, senza dubbio, un momento di incontro, uno spazio dedicato alla creatività in una città si in affanno, ma che non nasconde il desiderio di ritrovare un’identità culturale. In particolare due mostre,  “Drops of  Italian Glamour” e “Vanitas – L’Abito tra sacro e profano”, sotto distinti profili, suggeriscono una riscoperta della tradizione e del passato quale “bagaglio” indispensabile per decifrare e creare nel presente e, al contempo, inevitabilmente, si soffermano sulla caducità della vita e sul fluire del tempo.
Tra sfilate e progetti di scouting non sono mancate installazioni e percorsi espositivi, che riflettono un senso di inquietudine, tutto contemporaneo, tra reperti d’archivio e vocazioni “naturiste”.

ABITI COME SCULTURE ALL’EX CASERMA GUIDO RENI

Negli spazi rarefatti e postindustriali dell’Ex Caserma Guido Reni, si sono alternati, con cadenza quasi ritmica circa quaranta abiti, da giorno e da sera, creati da couturier e stilisti italiani e selezionati dall’archivio Quinto Tinarelli, tra i più grandi in Europa, che conta oltre seimila modelli, già in mostra a Rio de Janeiro, Lima e al Victoria & Albert Museum. Una collezione partita “dal basso”, se si considera che è nata con la creazione di “Garage Sale Rigattieri per Hobby” il mercatino del Borghetto Flaminio ed ora è uno dei punti di riferimento per i più grandi musei internazionali e irrinunciabile archivio e fonte di ispirazione  per gli stilisti.
Un allestimento minimalista, in perfetta sintonia con il sottofondo musicale, in cui gli abiti diventano presenze scultoree sospese su lineari bacini d’acqua, che consentono allo spettatore di ripercorrere lo stile italiano dalla fine degli anni ’60 fino al primo decennio del XXI secolo. Un viaggio a ritroso sulla “grandeur” della moda italiana, da Valentino, Capucci, Lancetti, Andrè Laug, Balestra, Rocco Barocco, Sarli, Gattinoni, passando per gli esponenti del pret-à-porter come Emilio Pucci, Biagiotti, Armani, Versace, Krizia, Missoni, Gianfranco Ferrè, Gucci, Romeo Gigli, Dolce & Gabbana, Alberta Ferretti, Anna Molinari, Prada e Fendi. Molti dei pezzi in mostra sono stati indossati da celebri mannequin, personaggi del cinema e icone del jet set come Naomi Campbell, Linda Evangelista e Kate Moss.
Una carrellata per rammentare l’apice raggiunto dalla moda italiana, forse un monito e/o uno spunto per ripartire, credendoci.

IL CINEMA E ROMA

Roma, da sempre, è l’emblema della convivenza tra sacro e profano, tra misticismo e umanesimo, un’antitesi che ha ispirato gli autori dei più svariati settori artistici, fino a diventare quasi un immagine stanca, uno stereotipo. Da ultimo, la sfilata parigina del nostro Valentino. Eppure è una descrizione della città in cui, malgrado tutto, ci si ritrova, probabilmente, perché riconoscibile. La seconda mostra “Vanitas” mette in scena proprio questa metafora del vivere romano, attingendo dalle immagini visionarie del film Roma di Fellini, riprese poi a piene mani da Sorrentino e ancora dalle scenografie affollate de La Migliore Offerta di Tornatore. Un allestimento che ricrea due quadrerie, di gusto più o meno ottocentesco, con tanto di contrapposti studioli: una tutta ecclesiastica, con Papi e Santi; l’altra, di aristocratici e borghesi, una convivenza forzata, dove troneggia l’immancabile busto di Cavour, dato che la storia la scrivono i vincitori. I dipinti, la cui fattura denota l’originaria collocazione domestica ed intima, provengono in effetti dalla collezione della famiglia Nobile Mino. Il profumo di incenso che pervade l’hangar e il soundtrack studiato ad hoc da Flavia Lazzarini hanno assicurato il giusto grado di suggestione, quasi teatrale.

MODA E ARTE TRA SACRO E PROFANO

L’idea del progetto risiede nel sottolineare il valore del ritratto quale genere pittorico, considerato da sempre minore nella classificazione accademica degli stili, che riveste tuttavia un ruolo di primaria importanza nel registrare e storicizzare lo stile nelle varie epoche. Nel codificare l’appartenenza sociale. Da re-traho, tirare fuori o pro-traho da cui l’inglese portrait, come minuziosamente descritto nei pannelli illustrativi, il ritratto è, infatti, il luogo in cui l’identità e la vanità (intesa quale esteriorità) del personaggio raffigurato vengono trattenute e assicurate all’eternità e salvate così dal vuoto della dimenticanza. Il termine vanitas, che possiede una forza evocativa inesauribile nella storia del pensiero e dell’arte, associato al ritratto, è assunto nell’idea ispiratrice del progetto nel senso più ampio del suo significato, includendo sia l’idea di narcisismo sia quella di forma di documentazione storica e storico-artistica. Al cospetto dell’installazione si respira un’atmosfera atemporale, dove gli sguardi di personaggi di epoche passate si incrociano e si scrutano dai due opposti della sala su manichini amorfi, che indossano abiti di alta moda tutti di ispirazione religiosa, firmati Dolce e Gabbana (1997-99), Krizia (1991-92), Ognibene Zendam (1988). Tra casule e pianete ricamate del XVIII secolo, infine, troneggia il famoso abito Papessa di Gattinoni Couture del 1996. Un’installazione in sé nostalgica, di immagini fisiche e immateriali provenienti dal passato, dove l’innegabile fascino del cupio dissolvi dev’essere però necessariamente combattuto per guardare, con maggiore consapevolezza, al futuro; altrimenti si è destinati all’immobilismo.

Fabio Massimo Pellicano

Altaroma dal 6 al 9 luglio 2017
Guido Reni District
Via Guido Reni, 7
“Drops of  Italian Glamour”
“Vanitas – L’Abito tra sacro e profano”
www.altaroma.it

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Fabio Massimo Pellicano
Fabio Massimo Pellicano (Roma, 1984). Pittore da sempre, o quasi. Avvocato da circa metà decade, ovvero la metà del tempo da cui scrivo come pubblicista. Arte, antiquariato, diritto: se inverti l’ordine delle parole il risultato non muta. Ho collaborato con l’agenzia di stampa DIRE, scrivo per riviste specializzate di diritto pubblico (Giustamm.it) e di arte per la Gazzetta Regionale.