Le nuove generazioni di stilisti nostrani dimostrano talento e capacità, eppure la moda made in Italy non sembra in grado di promuoversi, cedendo terreno alle realtà internazionali. Forse dovremmo crederci tutti un po’ di più, a cominciare dal management culturale.

Forte di un sodalizio che lega Firenze e Milano con un’ora e mezzo di treno e una condivisione di progetti sostenuta dal Governo, va in mostra nelle due città la moda uomo, con un calendario ridotto anche a causa delle nuove sfilate, che non fanno più divisioni di genere. Un cambiamento che porta a una diminuzione di partecipanti, con il vantaggio di lasciare più visibilità ai giovani e attirare l’attenzione su eventi come Milano Moda Graduate, creato da Camera Nazionale della Moda Italiana, che ha visto competere i talenti delle scuole italiane con la vittoria dello studente IUAV Alberto Furlan.
Uno spazio relativo per le generazioni future, per quei millennials o yuccie che ci interessano più come consumatori che come costruttori di domani. Una visione ancora lontana dalla strategia della London Fashion Week, che promuove il meglio del design britannico, comprese le scuole, e dove i giovani hanno spazi di pari livello dei grandi e sono protagonisti di eventi lungo tutta la settimana.
Un programma talmente concreto da attirare anche i megabrand italiani, come nel caso del New Bond Contest: un concorso che nasce dalla collaborazione tra Giorgio Armani, il British Fashion Council e le principali scuole di design del Regno Unito. Il contest darà l’opportunità a tre giovani designer di collaborare con la griffe: questo ci rende molto felici per le nuove generazioni, meno invece per la scarsa considerazione di quelle italiane. È comprensibile che ci sia anche una strategia di marketing – che lega il contest alla prima sfilata di Emporio Armani a Londra e all’apertura del nuovo store in Bond Street, il tutto durante la London Fashion Week – ma non condividiamo le dichiarazioni dello stilista: Armani sostiene infatti che le scuole di design britannico siano tra le più interessanti oggi, perché producono talenti unici e incoraggiano l’originalità di ogni studente. Aggiunge che, per avere successo nella moda, la creatività deve andare di pari passo con un pragmatico realismo.

Non condividiamo le dichiarazioni dello stilista: Armani sostiene infatti che le scuole di design britannico siano tra le più interessanti oggi, perché producono talenti unici e incoraggiano l’originalità di ogni studente. Aggiunge che, per avere successo nella moda, la creatività deve andare di pari passo con un pragmatico realismo”.

Sono, queste, dichiarazioni che fanno riflettere innanzitutto sull’inesorabile complesso che compromette il nostro successo e la nostra affermazione: il fenomeno per cui, anche se siamo bravissimi, pensiamo che gli altri lo siano di più. Senza voler polemizzare con le scelte di una grande casa che ha contribuito a portare il made in Italy a un livello altissimo, ci chiediamo perché non siamo capaci di diventare bravi quanto gli altri nella promozione di noi stessi.
Giorgio Armani dice di essere fiero di entrare a far parte del programma della Settimana della Moda a Londra e, giustamente, di collaborare a un progetto ben fatto di promozione dei nuovi talenti. Infatti Caroline Rush, amministratore delegato del BFC, definisce Londra come una città internazionale dove le competenze e le conoscenze, insieme a un forte radicamento dell’educazione e della moda di alta qualità, sono la strategia per una crescita continua.
Eppure siamo i più bravi, eppure il made in Italy è ancora un punto di riferimento assoluto, ma è vero come è vero che il nostro Paese è artisticamente il più ricco del mondo: il management culturale, come quello artistico e scientifico, non si rende conto delle proprie capacità o lo fa in modo goffo e ottuso. I nostri cervelli in fuga sono i grandi ricercatori di strutture scientifiche, oltre che creative, da Nobel e da Oscar. La nostra laurea in Fisica negli Stati Uniti è equiparata a un livello superiore di master, come i nostri artigiani sono quelli a cui si rivolgono i brand creativi di tutto il mondo per fare accessori o abiti degni di vendere il vero lusso.

Perché non riusciamo anche noi a costruire il futuro, consapevoli di cosa siamo capaci? Perché ci buttiamo affannosamente solo sul presente? Ci concentriamo sul titolo ma non sul contenuto di quello che progettiamo, nascondendoci dietro la pigrizia di chi non legge, di chi non va a una mostra o non guarda un film, dimenticando che spesso la colpa è proprio del livello di ciò che proponiamo”.

Perché non riusciamo anche noi a costruire il futuro, consapevoli di cosa siamo capaci? Perché ci buttiamo affannosamente solo sul presente? Ci concentriamo sul titolo ma non sul contenuto di quello che progettiamo, nascondendoci dietro la pigrizia di chi non legge, di chi non va a una mostra o non guarda un film, dimenticando che spesso la colpa è proprio del livello di ciò che proponiamo. Un argomento sollevato con intento costruttivo dall’articolo di Maria Luisa Frisa su D di Repubblica dal titolo Per favore, qualcuno mostri quanto siamo bravi: in riferimento alla cultura della moda, si interroga sulla dimenticanza di una storia importante come quella della prima Biennale di Firenze, Il tempo e la moda, curata nel 1996 da Germano Celant, Luigi Settembrini e Ingrid Sischy, con Franca Sozzani fra gli artefici. Un evento che anticipava il valore della contaminazione e delle affinità elettive che legano la moda, le arti visive e il design: concetti che ora si affrontano in modo frammentario, che non riescono a determinare la progettazione di una reale valorizzazione del nostro patrimonio, ancora gestito sul territorio locale e non nazionale.
Si sono investiti molti soldi in questi anni, si firmano accordi importanti con Paesi come la Cina per potenziare le esportazioni di un prodotto che ha una scadenza sempre più breve, che qualcuno con una visuale più ampia giudica già finito anche per le logiche di mercato. È recentissimo l’articolo del Guardian dal titolo Rivelato il luogo in Romania dove Louis Vuitton fa le scarpe italiane.
Ma siamo un popolo di creativi coraggiosi, dove le scuole fanno la parte più importante, grazie all’energia di capitani coraggiosi che dirigono questi luoghi di ricerca e sperimentazione concreta. E fanno tutto da soli, senza aiuti istituzionali.

Clara Tosi Pamphili

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #38

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Clara Tosi Pamphili
Clara Tosi Pamphili si laurea in Architettura a Roma nel 1987 con Giorgio Muratore con una tesi in Storia delle Arti Industriali. Storica della moda e del costume, ha curato mostre italiane e internazionali, cataloghi e pubblicazioni. Ideatrice e curatrice di A.I.artisanal intelligence, evento che si svolge due volte l'anno per promuovere nuovi designer di moda in collaborazione con gallerie di arte contemporanea. Svolge attività di ricerca delle arti applicate nella moda collaborando con le più importanti sartorie teatrali e di moda italiane e internazionali. Ha diretto didatticamente l'Accademia di Costume e di Moda dal 2005 al 2007. Ha insegnato Storia del Design di Moda e Tecniche di Ricerca all'Accademia di Costume e di Moda e alla Facoltà di Architettura di Roma Ludovico Quaroni fino al 2011. Attualmente è consigliere di amministrazione di Altaroma, dove si occupa di progetti di ricerca e sviluppo delle nuove tendenze con particolare attenzione al legame fra moda e arte. Collabora con il Maxxi e altre istituzioni per la creazione di eventi culturali sulla moda. Risiede e lavora a Roma.