EDIT Napoli, al via la seconda edizione della fiera del design

Tornare a incontrarsi nonostante la pandemia. La fiera partenopea raccoglie la sfida per prima, con una tre giorni spalmata su quattro sedi prestigiose in cui la parte fisica è preponderante e il digitale un semplice contrappunto. Al centro c’è la ricerca espressiva del design d’autore: vicino all’artigianato, qualitativo e accessibile.

Museo Archeologico Nazionale di Napoli ©Giorgio Albano, MANN
Museo Archeologico Nazionale di Napoli ©Giorgio Albano, MANN

L’incontro tra persone è una cosa che il digitale non può rimpiazzare”. Ne sono convinte Emilia Petruccelli e Domitilla Dardi, che in controtendenza, mentre i contagi ricominciano a salire e gli eventi tendono a rimodularsi spostandosi sul web, puntano molto sulla presenza fisica e sulle relazioni per la seconda edizione della loro EDIT Napoli in programma dal 16 al 18 ottobre. La preparazione è stata travagliata, com’è naturale in tempo di pandemia, ma la voglia di tornare ad abitare una location d’eccezione come il complesso monumentale di San Domenico Maggiore – e, perché no, di riuscire a mettere in pista la prima fiera di design italiana in presenza nel 2020 – ha prevalso sui dubbi. “Abbiamo passato mesi altalenanti, in cui le notizie non ci davano nessun tipo di certezza, però siamo convinte che questo settore più di altri necessiti di un sostegno fisico”, ci racconta Domitilla Dardi, che oltre ad essere co-fondatrice della fiera è curatrice e storica del design. “Ascoltare il racconto del designer è indispensabile, oggi c’è una tale offerta che aspetti immateriali come le storie possono davvero fare la differenza, ma è altrettanto indispensabile vedere le finiture, toccare i prodotti”. Il digitale ci sarà, con un tour virtuale già collaudato lo scorso anno e con alcune novità, dalle business room ai podcast, ma non si sostituirà a quello che vedremo nelle sale.

IL FORMAT DELLA FIERA, TRA ALTO ARTIGIANATO E DESIGN

EDIT Napoli si è trovata ad affrontare la prova della pandemia giovanissima, ma ha potuto contare su una coesa comunità di designer (alcuni dei quali si sono conosciuti durante la prima edizione, a giugno dell’anno scorso, e tornano con delle collaborazioni), buyer e addetti ai lavori, costruita grazie a una proposta estremamente mirata. Il focus è, dal principio, sul design editoriale o d’autore: un’etichetta che raccoglie tutte quelle produzioni, spesso artigianali ma non solo, che avvengono in serie aperta e hanno come punti fermi la qualità e l’accessibilità. Non parliamo, quindi, di pezzi unici da collezione o da galleria – “Il collectible design è un mondo molto chiuso e già saturo nel quale è estremamente difficile far entrare un innesto di talento emergente, cosa che invece è molto importante per noi e che vogliamo sostenere con decisione” spiega Emilia Petruccelli, l’altra anima del progetto, già abituata a “pescare” nella produzione dei giovani creativi per la sua attività principale, la galleria MIA a Roma – né di low cost, ma di oggetti che sono frutto dell’incontro tra design e alta manifattura, o che comunque escono da processi produttivi di un certo tipo, e che vengono proposti al “giusto prezzo”, coerente con il valore del progetto e la raffinatezza dell’esecuzione.  Alcuni di questi prodotti vengono realizzati su commissione e messi sul mercato con il marchio Made in EDIT, un sistema di produzione e commercializzazione inedito per una fiera e un lavoro di ricerca che segue tutta la filiera. La proposta di quest’anno – O.R.A., progetto dedicato al wellness frutto della collaborazione creativa tra la designer Sara Ricciardi e il maestro dei materiali Simone Piva – segue le prime tre collezioni, presentate nel 2019 e già in vendita. 

GIOVANI TALENTI “DA VIVAIO” A CACCIA DI BUYER

Gli espositori non sono scelti in base a un criterio anagrafico, tra le oltre 60 proposte troviamo infatti sia brand già affermati (De Castelli, Botteganove, CC Tapis e molti altri) che designer con alle spalle carriere importanti (per esempio Nathalie Du Pasquier, tra i membri fondatori di Memphis, e Nigel Coates, presenti con The Art and Design Group, ma anche Alvaro Catalán de Ocón e Constance Guisset, che nel mondo delle gallerie sarebbero definiti mid-career). C’è, però, un’indubbia attenzione agli emergenti, che si esplicita per esempio nella presenza di una sala, una sorta di loft, dedicata ai creativi under 30 e alle aziende con meno di tre anni di vita. “Rispetto al Salone Satellite, per esempio, vogliamo coglierli in un passaggio successivo, oltre la fase del prototipo” precisa ancora Emilia Petruccelli “Alcuni di loro magari non hanno ancora una collezione intera da presentare, ma solo due o tre prodotti. Questa fascia, però, è come il vivaio in una società di calcio. Senza non si cresce”. Per questi ragazzi e ragazze, l’obiettivo è intercettare i buyer, e convincerli ad esporre i propri pezzi nei loro showroom a fianco dei prodotti delle grandi aziende, considerati più “sicuri” da un punto di vista commerciale. “Lo dico sempre anche ai miei studenti” scherza Domitilla Dardi “Non dovete avere l’atteggiamento della principessa Disney che aspetta il principe azzurro”. In fiera ci sarà anche un’opportunità lavorativa molto concreta per i giovani progettisti: il nuovo brand Orografie selezionerà, nel corso di un workshop, tre under 35 ai quali affidare una parte della sua prima collezione. 

VERSO SUD, LE NUOVE GEOGRAFIE DEL PROGETTO

Tra gli elementi chiave del “progetto EDIT” c’è senz’altro il luogo prescelto: Napoli, città ai margini delle rotte tradizionali del design ma caratterizzata da un tessuto artigianale tanto antico quanto vivace, culla di una cultura del fare che non si limita alle porcellane di Capodimonte o ai presepi e neppure al percorso eccezionale tra arte e design di Riccardo Dalisi. “La città ha risposto con grandissima passione” racconta Emilia Petruccelli “Abbiamo trovato un ottimo riscontro nelle istituzioni cittadine che non vogliono semplicemente fare da sfondo ma ambiscono a essere parte integrante dell’evento, e che ci hanno aiutate affinché potessimo confermare le sedi (oltre a San Domenico Maggiore, quest’anno ci sono anche il Teatro San Carlo, il più antico d’Europa, che ospiterà le collezioni di Martino Gamper per Moroso, il MANN, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove Andrea Anastasio presenterà un lavoro inedito sull’archivio storico della Ceramica Gatti di Faenza, e il Museo Filangieri sede dell’installazione site-specific di Jaime Hayon per Bosa, Ceramic Tower, n. d. r.) con le nuove date. Napoli è la città più giusta per abbracciare e sostenere un evento come questo”. Nella situazione attuale, poi, con un’emergenza sanitaria ancora in corso e una serie di incertezze per i mesi a venire, c’è anche l’orgoglio di proporre una città del Sud come nuova piazza per il progetto. “La pandemia può contribuire a disegnare nuove geografie” spiega Domitilla DardiMilano rimane la capitale indiscussa del design industriale. Negli ultimi anni, però, l’eccesso di offerta, in particolare durante il Salone, ha fatto sì che non si riuscisse a godere appieno delle cose. Chissà, forse non è più il tempo dei grandi contenitori, ma di eventi più piccoli diffusi sul territorio”. 

– Giulia Marani

www.editnapoli.com

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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.