Fuorisalone digital: i giovani creativi dell’Isola Design District

Attenti all’impatto ecologico dei prodotti che disegnano e pronti a sperimentare materiali innovativi a partire da materie prime scovate all’altro capo del mondo o raccolte dietro casa. Sono i giovani creativi dell’Isola Design District, visti online durante il Fuorisalone Digital

Con il passaggio forzato al digitale, Covid-19 oblige, non è venuta meno una delle funzioni principali della settimana del design milanese: fornire una vetrina prestigiosa agli emergenti e, di riflesso, permettere agli addetti ai lavori lo scouting di nuovi talenti del progetto. Ve ne presentiamo tre, “pescati” tra le proposte di un distretto, quello di Isola, che già nelle ultime edizioni si era mostrato particolarmente ricettivo verso le proposte dei giovani. In comune hanno l’attenzione per il futuro del prodotto e per l’impatto che avrà alla fine del suo ciclo di vita, e il gusto per la sperimentazione di materiali nuovi o di nicchia, mentre i loro orizzonti spaziano tra l’estremo Oriente, il Sud America e il cortile di casa, in Lituania.

– Giulia Marani 

www.dorian-etienne.com
www.kajkao.com
www.austejaplatukyte.com

1. FUORISALONE DIGITAL: DORIAN ETIENNE, DA PARIGI A TAIWAN E RITORNO

Dorian Etienne, Nuclée – courtesy l’artista

Dopo il diploma all’Ecole Boulle, questo giovane designer francese ha rivolto lo sguardo a est – a Taiwan, dove ha trascorso sei mesi di residenza artistica – e ha scelto di concentrare la sua ricerca sulla lavorazione di diversi materiali secondo il savoir-faire tradizionale del paese asiatico: bambù, pietra, lacche vegetali, spugne, fibra di banana…”Ciascuna di queste tecniche ha nutrito le mie capacità come progettista e la mia immaginazione e le ha rese più profonde” spiega, ribadendo la centralità della sperimentazione sui materiali nel suo processo creativo “Le caratteristiche nuove della materia sono come una “biblioteca di idee”, parto da queste e invento nuovi modi per sfruttarle”. Dalla tribù aborigena dei Kavalan, che ha dato il nome tra le altre cose a un marchio di whisky taiwanese, Dorian Etienne ha preso in prestito la perizia nel manipolare la polpa delle banane e ricavarne una fibra con una texture interessante e la caratteristica di lasciarsi attraversare dalla luce. Opportunamente trattata, diventerà l’elemento centrale di una serie di lampade, Nuclée, realizzate insieme alla collega Cordélia Faure. La spugna di luffa, che viene usata come esfoliante a Taiwan e che, a differenza di altre spugne, proviene da una fonte vegetale, dai frutti simili a cetrioli o zucche allungate dell’omonima pianta, viene utilizzata per realizzare sedute e oggetti a basso impatto ambientale. Al centro degli ultimi lavori del giovane designer c’è un’altra pianta di cui i taiwanesi conoscono molti segreti, il bambù. Una delle caratteristiche di questo materiale che mi attrae particolarmente è il fatto che si tratta di uno degli ultimi materiali che resistono alla standardizzazione industriale. Bruno Munari lo ha spiegato così bene: “un profilato vegetale, un tubo verde con ogni tanto una chiusura interna, che testimonia della sua velocità di crescita. La natura ce lo offre gratis, in diverse misure e già verniciato” (B. Munari, Arte come mestiere, 1971). 

2. KAJKAO BY LAKO: BIOMATERIALI DALLA PIANTA DEL CACAO

Esempi di biomateriali ricavati dagli scarti di lavorazione del cacao, Kajkao by Lako – courtesy Claudia Valverde

La “chakra” è un sistema agroforestale che in Ecuador si tramanda di madre in figlia, una sorta di orto familiare in cui convivono diverse specie vegetali e la cui coltivazione ha come scopo il benessere della comunità. Kajkāo, il progetto portato avanti da Lako, un collettivo multidisciplinare italo-ecuadoriano formato da designer, architetti, urbanisti e antropologi, prende le mosse da questo bagaglio culturale e dalla consapevolezza che nel paese sudamericano, tra i maggiori produttori di cacao al mondo, l’esportazione di questo prodotto porta in realtà benefici limitati alla popolazione. Gran parte dei piccoli produttori vive con circa 500 dollari l’anno, inoltre la coltivazione del cacao genera una grande quantità di materiale di scarto che deve essere smaltito. “Solo una piccolissima parte della pianta può essere usata per il cacao” spiega Claudia Valverde, designer che si è formata al Politecnico di Milano e lavora tra il capoluogo lombardo e Quito “il resto viene buttato”. Lei e i suoi colleghi hanno esplorato analiticamente le potenzialità di questi rifiuti e li hanno usati per sviluppare biomateriali innovativi, con un doppio obiettivo: ridurre l’impronta ecologica della coltivazione di cacao e migliorare le condizioni dei produttori. Il risultato è un’intera famiglia di materiali – biopelle, bioplastica, un truciolato simile al legno che può essere utilizzato per realizzare pannelli isolanti – biodegradabili e compostabili, oltre che esteticamente interessanti. “Abbiamo agito secondo un principio circolare” spiega la designer “Gli scarti di un’attività economica diventano il punto di partenza di un’altra. Lavoriamo in stretta collaborazione con la comunità perché abbiamo capito che la sostenibilità è qualcosa di olistico”. 

3. AUSTEJA PLATUKYTE: MATERIA NERA E OGGETTI INVISIBILI

Austeja Platukyte, Invisible Oblects – courtesy l’artista

La ricerca di alternative a impatto zero – e destinate a “tornare alla natura” alla fine del loro ciclo di vita, cioè a dissolversi in essa senza lasciare traccia – a materiali di più difficile smaltimento come la plastica è una costante nel lavoro della giovane designer lituana Austeja Platukyte. Nel 2016, al suo graduate show alla Vilnius Academy of Art, ha presentato un packaging realizzato con un materiale elaborato a partire da due sostanze naturali, l’agar-agar, un polisaccaride ricavato dalle alghe, e il carbonato di calcio. Al Fuorisalone Digital ha proposto due progetti recenti, un procedimento che trasforma i tessuti in materia da plasmare per dare vita a oggetti solidi e una serie di oggetti – o bioagglomerati – composti a partire da diversi materiali di origine naturale e pensati per ricongiungersi con la natura e magari sparire all’interno delle nuove stratificazioni geologiche che si accumuleranno in futuro. Alla base di entrambi c’è la cellulosa: la “materia nera” di Black Matter si ottiene mescolando una bioplastica a base di cellulosa con del carbone raccolto localmente e ridotto in polvere, mentre gli “oggetti invisibili” (Invisible Oblects) si ottengono a partire da diversi derivati dello stesso materiale. “In Black Matter, la mistura viene poi applicata su un tessuto di canapa naturale, da manipolare per dare forma all’oggetto” spiega la designer “In questo progetto, mi sono interrogata sulla possibilità, in un futuro, di usare soltanto materiali naturali per creare oggetti di design contemporaneo, invece di adoperare alternative sintetiche o composti dannosi per l’ambiente”.                                                  

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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.