EDIT Napoli, design indipendente all’ombra del Vesuvio. Intervista alle curatrici

Lunga intervista presso la MIA Gallery, a Roma, in compagnia di Domitilla Dardi e Emilia Petruccelli. Ci raccontano l’imminente EDIT Napoli, design fair di cui sono ideatrici e curatrici, in scena dal 7 al 9 giugno presso il complesso di San Domenico Maggiore.

Domitilla Dardi ed Emilia Petruccelli ©Claudio Bonoldi
Domitilla Dardi ed Emilia Petruccelli ©Claudio Bonoldi

Innanzitutto un dato interessante: il team che avete messo su ha una netta prevalenza femminile. Scelta precisa, casualità o esigenza?
Un po’ tutte e tre! Comunque va detto, le donne sono più veloci nel lavoro (sorridono). Qui c’era un’enorme mole di materiale da gestire, c’erano cose da fare, situazioni da organizzare. Tutto molto entusiasmante però. Noi, nel frattempo, nonostante i percorsi personali differenti (Emilia è approdata al design nel 2008 dopo una laurea in Ingegneria Elettronica, un MBA alla Bocconi e trascorsi a Washington DC, n.d.r.) siamo diventate amiche oltre che colleghe. Non vediamo l’ora di mostrarvi il nostro lavoro!

Passiamo subito a una domanda apparentemente banale: il nome. Chi l’ha scelto e perché?
Ci è venuto subito insieme, come un’epifania. Per tre motivi: rimanda naturalmente al mondo editoriale (gli editori del design sono eccellenze creative che fondono idee e modalità contemporanee con i saperi antichi del fare, n.d.r.), è immediato, è breve e comprensibile sia in italiano che in inglese. Mi raccomando: il titolo esteso della tre giorni è EDIT Napoli, il rimando al contesto è fondamentale.

Appunto. La location scelta, una città bellissima ma fuori dalle rotte canoniche del design. Quali le ragioni di questa scelta e come siete state accolte dalla città e dalla sua amministrazione?
Napoli perché, innanzitutto, è una città bellissima. Io, (Emilia) sono campana, quindi per me EDIT non poteva che essere fatta qui. A Napoli poi, è fortissima la vocazione artistica, artigianale e manifatturiera. Un palcoscenico perfetto. Abbiamo per questo motivo voluto coinvolgere da subito la municipalità, con la quale si è instaurato un dialogo vivace e proficuo, fatto di grande disponibilità ed entusiasmo. Inoltre, abbiamo volutamente lavorato con un gran numero di maestranze locali, dall’allestitore al fotografo. Le Istituzioni sono orgogliose di questo progetto come lo siamo noi. Ci auguriamo questo aiuti a rafforzare la visibilità internazionale che la città sta ottenendo negli ultimi anni.

EDIT è “una fiera innovativa creata per supportare e promuovere designer indipendenti”. Essendo oltre 60 le realtà presentate, come è avvenuta la vostra selezione? Quali i criteri adottati per lo scouting?
La selezione è avvenuta sia attraverso una call internazionale aperta, sia su candidature dirette sia su nostre scelte curatoriali. Gli stessi designer talvolta hanno fatto da advisor, presentandoci realtà che secondo loro andavano prese in considerazione. Speravamo – e in parte ci siamo riuscite – di ottenere una mappatura molto mediterranea. Tra i partecipanti avremo infatti designer dal Medio Oriente, dal Libano, da Israele, diversi in lingua araba. Aree complesse ma dove è ancora forte la vocazione artigianale.

Cosa è emerso da questa mappatura?  Vale a dire: qual’è lo stato di salute del design?
Ne è emersa una mappatura incredibilmente vivace. Il design gode di ottima salute. Da subito, quando abbiamo pensato a questa fiera, abbiamo scelto di proporre sì opere e prodotti finiti, ma di matrice artigianale, anche se realizzati in sinergia con delle aziende. Ecco perché non siamo in “competizione” con Milano, che invece propone da sempre l’eccellenza del design industriale su larga scala. L’ho imparato dopo due anni al Miart (dice Domitilla): il design da collezione resta ancora un discorso chiuso, con un suo perimetro e leggi proprie, difficilmente accessibile alla nuova generazione di designer. Ecco, questo recinto va aperto.

Social Label_KOM by Edwin Vollebergh & CELLO & RVA ©Social Label
Social Label_KOM by Edwin Vollebergh & CELLO & RVA ©Social Label

Oltre all’attività espositiva, avete immaginato anche momenti di dialogo e confronto. Parlateci degli EDIT Talks e di EDIT Table
Ci sembrava assolutamente importante introdurre nel programma anche dei momenti conviviali, di scambio, in cui poter intessere relazioni e narrazioni. Curati da Marco Petroni, i talk sono liberamente ispirati a Napoli e ai suoi rituali e offrono l’occasione per parlare di design a tutto tondo. C’è il format “O café” in cui si conversa con i designer davanti ad un espresso, in maniera informale, e “Design Kitchen”, incontri serali in cui i designer sono chiamati a partecipare attivamente realizzando in tempo reale artefatti con i materiali più disparati (le ricette improvvisate a volte sono le migliori) che diventano pretesti per dialoghi più ampi e profondi. E poi c’è EDIT Table by Food Confidential, a cura di Nerina Di Nunzio, piattaforma che grazie al potere creativo della cucina avvicina chef e imprenditori del mondo della ristorazione a designer, artigiani e aziende per farli interagire direttamente nella creazione di progetti unici e tailor made.

È una fiera che immaginate itinerante?
No, itinerante probabilmente no. Ma siamo aperte a considerare esperimenti satellite. Il nostro sogno? Fare un’edizione a Marrakech, o comunque in Africa. Intanto vogliamo farla crescere qui nei prossimi tre anni, portandola a 250 espositori divisi in 3 location.

Quali sono quindi gli obiettivi di questa manifestazione?
EDIT Napoli è la prima fiera di design al mondo che produce una collezione, grazie alla collaborazione di tre designer internazionali che, dopo un periodo in residenza, si occupano anche della produzione reale. Le collezioni realizzate da Khaled El Mays, Reinaldo Sanguino e Faberhama insieme alle maestranze locali verranno presentate e commercializzate a livello internazionale sotto l’etichetta Made in EDIT. Questo ci pare un punto importante su cui insistere. Abbiamo da subito richiesto che fossero presentati prodotti finiti, non prototipi. Una scelta ben precisa che apre scenari ben precisi, con obiettivi ben precisi: una forte ricerca autoriale legata ad un tema culturale altrettanto forte, ma anche all’imprenditoria. Nonché la necessità di raccontare storie che possano accendere una certa idea di desiderabilità – anche commerciale – nell’utenza. Per noi è importante sottolineare il valore di sostenibilità di questo tipo di filiera del design: investi su singoli pezzi di cui ti innamori, sei disposto anche a spendere qualcosa in più in quanto consapevole che si tratta di pezzi unici capaci di cambiare un ambiente intero.

Tre motivi per non perdersi EDIT Napoli
Il primo perché la selezione ci pare davvero interessante, è un tuffo meraviglioso, una dichiarazione di amore per la bellezza. In secondo luogo perché ci sono diversi eventi collaterali a cui partecipare, dove sia vedere che ascoltare. E poi perché – ma che te lo diciamo a fare – Napoli è una città strepitosa. Vi aspettiamo!

-Giulia Mura

www.editnapoli.com

 

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Giulia Mura
Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con una forte propensione all'editoria e allo sviluppo di eventi e progetti culturali, per il magazine PresS/T letter e per il format Archilive ha curato una rubrica sui libri d'architettura. È stata caporedattrice per la rivista araba Compasses e da anni collabora come freelance per testate italiane e straniere; con continuità è presente nella versione online e onpaper di Artribune. È co-founder di Superficial, studio creativo di base a Roma che si occupa di ricerca e sviluppo di progetti incentrati su: comunicazione, immagine, architettura, design, cultura, eventi, branding.