Siamo proprio sicuri che il design thinking sia una questione del tutto contemporanea? Il designer Giulio Iacchetti mette in campo un approccio umanista e ricorda che l’importanza di una buona progettazione ha origini antiche. Come al solito, se volete saperne di più, non vi resta che sfogliare il nostro magazine.

Il design può cambiarci la vita? Ha senso usare i codici della progettazione come un insieme di ricette per intervenire sulla propria esistenza, rendendola migliore? O forse non sarebbe meglio allenarsi a cogliere la saggezza insita negli oggetti e tutta una serie di suggerimenti che vengono dalla realtà stessa? Sull’onda del bestseller di Bill Burnett e Dave Evans, e della frenesia tutta americana per il progetto applicato alla sfera personale, abbiamo girato queste domande a Giulio Iacchetti, designer dall’approccio umanista e piuttosto tiepido nei confronti del design thinking.
La riflessione ci porta lontano da Stanford e dalla West Coast, in un mondo in cui usare un modello progettuale per risolvere problemi complessi in maniera creativa era prassi quotidiana, seppure tutto ciò avvenisse per lo più a livello inconscio: le nostre campagne, abitate da contadini, veri e propri designer ante litteram. “Negli strumenti agricoli, per esempio in una roncola, non c’è niente che non sia indispensabile e utile allo scopo, nessuna concessione all’estetica pura o al glamour. La precarietà assoluta dentro la quale si muovevano i nostri padri e i nostri nonni, e che noi non conosciamo più, era uno strumento infallibile per progettare bene, perché imponeva scelte essenziali”.

DAL CONTADINO AL MILITARE

Dal contadino alla massaia che deve imbastire una cena con gli ingredienti che ha in casa, fino agli anonimi capaci di trovare soluzioni efficaci attraverso il sapiente détournement di oggetti quotidiani, comportandosi come inconsapevoli dadaisti ma anche come inconsapevoli designer, tutti si muovono sullo stesso piano progettuale: “Il progetto autentico, genuino, è tale quando si verificano tre condizioni: ottenere il massimo rendimento con il minimo sforzo e nel minor tempo possibile”. Anche l’ambito militare, epurato dei suoi aspetti più feroci, può insegnarci molto. L’attrezzatura di un soldato è un esempio di buon design, la razione K – il pasto militare giornaliero introdotto dagli americani nel corso della Seconda Guerra Mondiale e utilizzato dai militari in azione di tutto il mondo, pensato per essere consumato anche in situazioni del tutto promiscue – è mirabile nella sua composizione minimale, funzionale, leggera e concreta.

Razione K. Il pasto del soldato in azione. A German Ration. Triennale di Milano, 2015. Photo Fabrizia Parisi
Razione K. Il pasto del soldato in azione. A German Ration. Triennale di Milano, 2015. Photo Fabrizia Parisi

INGENUITÀ D’OLTREOCEANO

Il design thinking, insomma, è già ampiamente presente nelle cose che frequentiamo e manipoliamo tutti i giorni, anche in quelle non progettate da designer di professione, a patto che uno sguardo consapevole e curioso ci permetta di isolare questi segnali istruttivi così pieni di senso. “È innegabile poi che la visione ci appaia molto più chiara quando ci confrontiamo con qualcuno sui nostri desideri e le nostre scelte. Persino l’architetto, quando dialoga con la committenza, ha un ruolo un po’ da maieuta, riesce a tirare fuori bisogni ed esigenze non esplicitati dai suoi clienti. Nell’approccio di Burnett ed Evans, però, leggo un po’ di ingenuità tutta americana, quella di un popolo giovane che ha bisogno di strutturare anche quello che a noi sembrerebbe naturale: procedere per prove ed errori, osservare la propria vita anche in una dimensione spirituale e cercare di capire dove ci si trova”.

ASCOLTARE GLI OGGETTI

Per noi italiani, invece, l’aspetto umanistico prevale quasi sempre sul metodo. “Siamo un popolo che ha radici nel mondo classico, abbiamo già queste dinamiche nel nostro Dna, che risalgono forse alla religione, alla consuetudine del dialogo con il prete, o addirittura a esperienze ancora precedenti, come la filosofia greca. Sappiamo che le risposte non si trovano inserendo dati in un computer o facendosi organizzare la vita da qualcun altro, ma anche che l’imprevisto, il mistero, l’inquietudine non possono essere evitati e anzi sono fecondi”.
Più che di allargare la visione periferica a tutte le possibili opportunità per essere pronti a coglierle, come suggeriscono i due guru americani, si tratta di allenarsi a tenere uno sguardo partecipato e compassionevole sulle cose. Gli oggetti ci parlano, e tramite la loro saggia progettazione ci comunicano un formidabile insegnamento: sta a noi saperli ascoltare.

Giulia Marani

www.giulioiacchetti.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #46

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AutoreGiulio Iacchetti
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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.