Le tante anime dell’architettura nel nuovo libro di Stefano Bucci

Architetti per passione, ma se non li chiami archistar ci rimangono male. Un libro li racconta attraverso una serie di interviste. L’autore racconta come è cominciata, con una chiacchierata con Lesley Lokko, fino ad un piatto di spaghetti preparato da un centenario Niemeyer

Si intitola L’architettura ha tante anime. Conversazioni la raccolta, edita da Allemandi, di 34 interviste realizzate a partire dal 2004 per il Corriere della Sera da Stefano Bucci, giornalista e autore. Bucci intervista gli architetti più influenti del nostro presente – da Gehry a Niemeyer, da Hadid a Gregotti, Koolhaas a Lokko – con pura, intima sensibilità e curiosità. Costruisce conversazioni in grado di far emergere la componente umana dietro al professionista, le passioni e ossessioni dei progettisti che hanno, ognuno a suo modo, rivoluzionato l’architettura dell’ultimo secolo. Bucci non cerca i tecnicismi della professione, i segreti del genio, ma scioglie sulle pagine scorci biografici preziosi e aneddoti unici. Le interviste sono riproposte in ordine alfabetico nel libro pubblicato nel 2023; ad arricchirle, un’introduzione che contestualizza il momento, il luogo, e la specifica ragione che avvicina Bucci al suo interlocutore. Perché leggerlo? Per scoprire che anche a cento anni Oscar Niemeyer piaceva la pastasciutta. In occasione della recente presentazione del volume in Triennale Milano, Stefano Bucci ha risposto ad alcune nostre domande.

Intervista al giornalista e autore Stefano Bucci

Inizierei chiedendole se l’architettura prima di queste straordinarie esperienze raccolte nel libro avesse già bussato alla sua porta
Sì, c’è un motivo personale che mi aveva avvicinato indirettamente all’architettura: non sono un architetto, vengo da altre esperienze. Tuttavia già al liceo avevo una grande passione per l’arte e l’architettura, frequentavo il corso di storia dell’arte, in cui ero molto bravo e appassionato, tanto che al tema di maturità fui l’unico a scegliere la traccia di storia dell’arte. Poi ho incontrato l’architettura tra gli affetti: mio marito è architetto, con lui ho conosciuto molte realtà come Driade o il Politecnico; lui non entra nel mio lavoro, non legge le interviste se non quando escono. Questa passione è cresciuta dagli anni dell’università, e l’ho coltivata spontaneamente, senza avere l’occhio di un tecnico o una prospettiva architettonica. Ed è ciò che emerge nelle mie interviste: vedo l’architettura con un occhio diverso. 

Oscar Niemeyer's Museum of Lebanon, Rashid Karami International Fairground Tripoli. © UNESCO Beirut Office
Oscar Niemeyer’s Museum of Lebanon, Rashid Karami International Fairground Tripoli. © UNESCO Beirut Office

Leggendo il libro affascina il fatto che si apre uno spettro complementare a quello del professionista; emerge una componente più umana. Lei nel prepararsi le interviste ha una specifica direzione?
Diciamo che le interviste sono nate per il Corriere della Sera, quindi per una specifica ragione: in occasione di un premio, come il Pritzker, oppure per un progetto in corso o ancora per qualche discussione specifica. Nascono quindi essenzialmente per un anniversario, un riconoscimento, un motivo tecnico. Una volta davanti all’architetto il lato tecnico passa spontaneamente in secondo piano: dopo qualche domanda specifica sul tema, a quel punto mi diverto moltissimo. E anche loro si divertono, forse perché sanno che non li giudico su qualcosa su cui gli architetti sono tendenzialmente sensibili. Gli faccio raccontare quello che sono, quello che hanno fatto, che vorrebbero fare, umanamente. Mi ricordo sempre quando ho incontrato Oscar Niemeyer: alla fine di uno dei nostri due bellissimi incontri, dice “Adesso facciamo la pasta”. Mai avrei sognato che Niemeyer, a cento anni, mi preparasse la pasta.

I suoi lettori le danno mai dei feedback?
A volte, ma ormai la carta stampata non ha molto feedback. Però i primi che mi chiamano sono sempre gli architetti, che sono molto contenti. Apprezzano il fatto che non siano interviste troppo tecniche: una cosa che cerco è raccontare sempre in modo comprensibile.

I grandi architetti internazionali intervistati da Stefano Bucci

Spesso la si descrive come “il giornalista che ha intervistato le archistar”, un titolo non sempre amato dagli architetti. È innegabile però che questa parola definisca una specie di “categoria” e anche un merito, in qualche modo. Lei ha notato una sorta di trait d’union nelle persone che ha avuto modo intervistare in questi anni?
Una cosa che alla fine è emersa, rileggendo e preparando il libro, è che questi architetti sono persone che in testa hanno sempre avuto l’idea di fare qualcosa, una forte determinazione, la convinzione di un’idea quasi utopica. La determinazione è l’elemento fondamentale; poi ci sono la passione e il taglio della formazione.

Ci fa qualche esempio?
Intervistando Gregotti si avvertiva, prima di tutto, che era un professore più che un progettista. Sono personaggi che continuano a voler progettare, a voler perpetuare il loro sogno anche se hanno trovato difficoltà nel loro percorso. Poi si inserisce il fatto che le archistar nascono in un periodo in cui questi grandi progetti si potevano effettivamente realizzare: la nozione di archistar si lega quindi a un periodo particolarmente felice dell’architettura. Agli architetti non piace la parola archistar, ma se non gliela dici ci rimangono male. Molto è cambiato con gli anni e me ne sono accorto intervistando Francis Kéré: se tu smetti di cercare di raccontare il singolo progetto, vedi infatti una filosofia continua, che si fortifica con gli anni. Kéré, ad esempio, parlando del suo villaggio ci parla anche di un modo di fare architettura.

Lesley Lokko. Photo Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia
Lesley Lokko. Photo Jacopo Salvi. Courtesy La Biennale di Venezia

Stefano Bucci racconta il suo libro L’architettura ha tante anime

Passando al libro: com’è nato?
L’idea è nata intervistando, l’anno scorso, Lesley Lokko, prima donna africana curatrice della Biennale di Venezia. Lì ho capito che forse aveva senso mettere insieme queste interviste, di cui ne ho selezionate una parte. Quelle riportate nel libro sono interviste intatte; ho solo voluto aggiungere ad ognuna un’introduzione di contesto, per far capire in quale scenario mi trovassi.

Possiamo sperare quindi che questo filone di interviste non finirà?
Ci sono ancora una quindicina di interviste fuori dal libro, ma il vero problema è cercare gli architetti, che ora sono spesso in gruppi, difficili da contattare.

Fin qui come li ha scelti?
Oggi diventa sempre più difficile selezionare gli architetti da intervistare perché non c’è più la firma: ci sono i gruppi. Non si cerca più il progetto d’effetto, ma il progetto ampio che vada a influire nella sua società. Il Pritzker è un premio fondamentale per l’architettura anche perché dà indicazioni sulle personalità del presente, insieme a Domus: è arrivata la Cina, l’Africa, i gruppi.

Ricostruendo il percorso di questi anni c’è un ricordo che custodisce con più affetto? Al di là della pasta di Niemeyer, ovviamente. 
Quella con Niemeyer è stata un’esperienza unica. Mi piace pensare poi, anche se all’apparenza è iniziata male, all’intervista fatta a Zaha Hadid: mi accorgo che quell’incontro che sembrava non voler progredire, nato con lei che non voleva parlare, alla fine è stato molto bello perché è trasparsa la fragilità, l’elemento che di lei più ho apprezzato. Dall’intervista a Renzo Piano è poi nato un rapporto molto stretto, con altri è andata diversamente. Con Sejima è stato molto diverso, ci siamo trovati ad un tavolino nei giardini della Biennale, lei indossava un cappellino e parlava pochissimo. Anche l’incontro con Gehry è stato molto bello.

Ovvero?
Dopo aver tormentato per anni la povera segretaria che mi ripeteva che sarebbe stato impossibile intervistare l’architetto, a un certo punto mi telefona: “L’architetto sarebbe disponibile la prossima settimana, lei potrebbe venire?”. Parto, prendo un volo per Los Angeles, arrivo nel suo studio, fuori città, e quando lo incontro mi dice: “E io cosa le devo dire?”. Gli rispondo: “Guardi, io non so cosa mi deve dire, ma sono arrivato dall’Italia per questo”. Gehry mi mostra allora il suo bellissimo studio e poi inizia a raccontarmi della sua passione per lo sport, per il football. È stato un bel momento. 

Qual è il lettore a cui indirizzerebbe il suo libro?
Una persona curiosa, che magari non conosce niente dell’architettura: il titolo è ammiccante proprio perché non vuole essere un trattato. Spero che molti giovani lo vogliano leggere.

Immaginando quindi che questo libro possa venir letto da un giovane architetto, che a sua volta potrebbe venire intervistato, le chiedo: cosa domanderebbe all’architetto del futuro? 
Anzitutto mi complimenterei di essere riuscito nel suo lavoro. In questa realtà così variegata e indefinita, scegliere di fare l’architetto è una bella impresa. Gli chiederei quindi perché ha scelto di fare l’architetto, dal momento che il suo futuro per quanto radioso non sarà come quello degli autori menzionati nel libro. Gli chiederei forse quello che si trova alla fine di molte mie interviste: quale potrebbe essere la sua città ideale, o ancora cosa pensa che dovrebbe fare un architetto. Gli chiederei direttamente cosa pensa della generazione a lui successiva.

Si dice spesso che l’architetto sia per natura curioso, che cammina guardando in alto. Sente di aver assorbito questo tratto dell’architetto attraverso le sue interviste?
Gli architetti sono dei gran curiosi. A me incuriosiscono le persone, e spesso più la faccenda è complicata più mi appassiona. Quando ho incontrato Adjaye ho conosciuto per la prima volta un architetto di colore di potere; Aravena è stata una bellissima esperienza perché quando lo intervistai era tanto vicino al territorio. Da tutti loro emerge una grande passione, che io personalmente gli invidio. 

Sophie Marie Piccoli
Stefano Bucci, L’architettura ha tante anime. Conversazioni
Allemandi, Torino 2023
Pagg. 208, € 28,50
ISBN 9788842225973

https://www.allemandi.com/

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Sophie Marie Piccoli

Sophie Marie Piccoli

Sophie Marie Piccoli è architetta. Laureatasi nel 2022 all’Accademia di Architettura di Mendrisio, ha lavorato durante il percorso universitario per gli studi MDP Paysagiste e IHA Architecte a Parigi. Nel 2019 fonda con altre studentesse il collettivo di ricerca sostenibile…

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