Archeologia industriale e rigenerazione culturale. Il caso Fabbrica Alta in Veneto

In provincia di Vicenza un importante monumento di archeologia industriale da tempo inutilizzato. Oggi, di fronte a un nuovo capitolo della sua storia, si aprono occasioni per interrogarsi sul destino di questo spazio ma anche per riflettere su cosa significa fare rigenerazione culturale

Fabbrica Alta, Schio. Photo Saverio Bonato
Fabbrica Alta, Schio. Photo Saverio Bonato

La Fabbrica Alta è un patrimonio di archeologia industriale tra i più significativi in Italia. Non si trova in una periferia, ma in un’area ampia dentro a un centro storico. Progettata nel 1862 dall’architetto Auguste Vivroux, è stata il fulcro produttivo di una delle più importanti industrie italiane prima dell’avvento della Fiat, il lanificio Lanerossi. Dopo la sua completa dismissione (negli Anni Settanta-Ottanta), la fisiologica tendenza allo spopolamento e la carenza di attività in una città di provincia come Schio non hanno favorito processi di rilancio e forme di rielaborazione contemporanea del luogo. Qualcuno negli anni ha immaginato una contemporaneità “altra”, attraverso i linguaggi dell’arte e della creatività, per riabitarlo attivamente, tuttavia questo pezzo di storia scledense è ancora in grande parte inutilizzato.
Da poche settimane però la ex area Lanerossi è tornata in mano al privato, acquistata all’asta dalla Unicomm di Cestaro ‒ grande realtà nel mondo della distribuzione, mentre sono stati riconfermati di proprietà del Comune Fabbrica Alta e altri beni vicini ‒, situazione che già in passato ha reso difficile la gestione, con il risultato di frenare anche le migliori progettualità. Inizia un nuovo capitolo della vicenda: quali saranno, questa volta, le premesse per il rilancio dell’area e della Fabbrica Alta?

Jérôme Walter Gueguen, Bigoli Bang ‒ La teoria delle stringhe spezzate. Photo Luigi De Frenza
Jérôme Walter Gueguen, Bigoli Bang ‒ La teoria delle stringhe spezzate. Photo Luigi De Frenza

LA STORIA DEL PROGETTO “FABRICALTRA”

Nel 2017 nasceva Fabricaltra, il percorso rigenerativo per re-inventare il destino di Fabbrica Alta proposto dal Laboratorio di Management Culturale dell’Università Ca’ Foscari Venezia, sostenuto dal Comune e dalla Fondazione Teatro Civico di Schio. Il progetto prevedeva attività formative e pratiche artistiche site specific ‒ che, oltre a riabitare l’ambiente, valorizzandolo, agissero come processi trasformativi rimarcando il valore della percezione che la cittadinanza ha del luogo e ripensarlo come patrimonio vivo e collettivo. Tra gli artisti coinvolti, il collettivo D20, curatore di Deus Ex Fabrica; Marie Lelouche; i danzatori Elisabetta e Gennaro Lauro, gli artisti di ‘Artificare’ in dialogo con alcune imprese venete. Più recente, la residenza del regista Jérôme Walter Gueguen, che ha portato alla collaborazione con Casa Capra, spazio di ricerca e produzione artistica locale curata da Saverio Bonato ‒ parte attiva di Fabricaltra e produttore esecutivo di Bigoli Bang ‒ La teoria delle stringhe spezzate, film girato interamente negli spazi della Fabbrica. L’arresto di un progetto come Fabricaltra, che tanto aveva da proporre e ancora ne avrebbe, permette di osservare che quasi mai, quando si parla di rigenerazione culturale in Italia, si è portati a lavorare con la stratificazione storica della fragilità di aree o edifici, sebbene li si continui ad avvicinare alla parola “archeologia”: il progetto, infatti, che nasceva proprio per farlo, si è trovato costretto a fermarsi, incompatibile per natura con un canone di rifunzionalizzazione ‒ a cui in Italia si aderisce quasi in modo inerziale – che prevede e quasi sempre impone l’impiego dell’integralità delle risorse disponibili in (grandi) interventi edilizi, lasciando le briciole a quelli culturali.

Jérôme Walter Gueguen, Bigoli Bang ‒ La teoria delle stringhe spezzate. Photo Jérôme Walter Gueguen
Jérôme Walter Gueguen, Bigoli Bang ‒ La teoria delle stringhe spezzate. Photo Jérôme Walter Gueguen

CULTURA E RIGENERAZIONE A FABBRICA ALTA

Alla luce del recente acquisto, emergono interrogativi nuovi sul destino di Fabbrica Alta: quali saranno le possibilità di dialogo con il nuovo interlocutore? Quali le possibilità di mediazione tra prospetti di rilancio da parte di un privato, rappresentante di interessi commerciali, e progetti come Fabricaltra? C’è spazio per un’azione corale, attenta a processi di relazione e interazione con il luogo e con i reali bisogni del tessuto sociale? La paura che dall’effetto “cattedrale abbandonata da anni” si passi alla costruzione-timelapse dell’ennesimo supermercato, inizia già a farsi sentire. “Servirà molto dialogo e confronto tra le parti presenti” ‒ spiega Saverio Bonato ‒ “Fabricaltra a mio avviso può ancora farsi mediatrice di un processo che vede privato, amministrazione e cittadinanza impegnati in un dialogo attraverso professionalità trasversali, incontri e laboratori partecipati che porteranno a quella che sarà Schio nei prossimi anni”.
Il ruolo di cultura e creatività continua a essere sottolineato da ricercatori e policy-maker come una delle risposte più attrattive e funzionanti alla varietà di istanze di recupero urbano. Eppure, atteggiamento frequente è il rifiuto della “rovina”: ricostruire il bello per ricreare bellezza, poi tutto il resto. Siamo abituati a riferirci al ‘bello’ nell’equazione naturale con ciò che è storicizzato, già patrimonializzato, stabile nel tempo. Quanto più si codifica la bellezza negli oggetti ‘calmi’, che non si trovano a interrogare la contemporaneità, più si fa fatica a ricercarla in quello che è mobile, che attraversa spazi e non necessariamente si ‘consolida’ in una materialità che è tipico della dimensione ‘performativa’, umana, del lavoro artistico-culturale”, osserva Fabrizio Panozzo, direttore del comitato scientifico di Fabricaltra. Il risultato?

Jérôme Walter Gueguen, Bigoli Bang ‒ La teoria delle stringhe spezzate. Photo Luigi De Frenza
Jérôme Walter Gueguen, Bigoli Bang ‒ La teoria delle stringhe spezzate. Photo Luigi De Frenza

ARTE, PROGETTAZIONE E RILANCIO

Processi concentrati sulla fisicità materiale che trattano (e non ripensano) gli spazi come contenitori in cui inserire “qualcosa di culturale”, spesso dall’identità aprioristica rispetto al contesto in cui si agisce (il museo, la sede di una fondazione o di un’università), dove il cittadino ha il ruolo di futuro fruitore ma non di attore, e l’artista e la cultura quello di “etichette dorate”, decorazioni dell’artefatto materiale. Subentra così anche l’idea di un “restauro” da estendere al lavoro culturale, quando la cultura si trova a dialogare con altri ambiti: qual è il ruolo dell’arte in questo tipo di operazioni, quello di riempire e “abbellire” o quello di costruire? Quali gli attori della rigenerazione culturale, anche sotto il punto di vista economico e finanziario, l’artista, l’operatore culturale e il cittadino che ripensano o il costruttore e l’impiantista che rimettono a nuovo? “Progettualità come questa e risorse che arrivano come il PNRR” ‒ prosegue Panozzo ‒ “ci permettono oggi di rimettere al centro il lavoro culturale nella sua essenza di produzione di innovazione ma anche di sfida critica alla società contemporanea in quanto lavoro produttivo e remunerato”.

Valeria Bruzzi

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