Curato dagli architetti Paul Preissner e Paul Andersen, che si sono aggiudicati l’open call indetta nei mesi scorsi, il padiglione statunitense alla 17. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia esplora il sistema costruttivo in legno tipico del Paese. Leggendolo come fenomeno architettonico e culturale.

Gli architetti italiani che, viaggiando negli Stati Uniti, si trovano a passare nei pressi di un cantiere, restano spesso affascinati dai metodi costruttivi: scheletri in legno si ergono da fondazioni a piattaforma, pannelli al posto delle mura esterne, niente cemento armato, solo chiodi e assi di legno. Si chiamano wood frame house e sono quanto di più americano ci sia in architettura. A questa tecnica costruttiva sarà dedicato il padiglione USA alla prossima Biennale Architettura di Venezia, in programma dal 22 maggio al 1° novembre, che quest’anno, dopo lo slittamento a causa della pandemia nel 2020, è dedicata al tema How Will We Live Together? Un’installazione monumentale coprirà la facciata del padiglione Stati Uniti nei Giardini della Biennale. La mostra, intitolata American Framing, esplorerà il potere estetico e l’onnipresenza di questo tipo di costruzioni nel paesaggio americano con fotografie, modelli e arredi site-responsive realizzati su commissione.

Chris Strong, Paul Andersen & Paul Preissner, 2015. Courtesy Padiglione USA 17. Mostra internazionale di Architettura, Venezia 2021
Chris Strong, Paul Andersen & Paul Preissner, 2015. Courtesy Padiglione USA 17. Mostra internazionale di Architettura, Venezia 2021

PAROLA AI CURATORI DEL PADIGLIONE USA ALLA BIENNALE ARCHITETTURA 2021

L’idea è di accendere i riflettori su un tipo di edilizia che, poiché così comune e semplice, è stato ampiamente trascurato, se non snobbato, dalla storia dell’architettura. Eppure, sostengono i curatori del padiglione, rappresenta il più grande contributo degli USA alle pratiche edili. Così sono costruite stalle e magioni di tutta America, modeste case a due piani di Brooklyn come dimore storiche dai ricchi decori a San Francisco, fattorie dell’Ohio e case padronali della Georgia. Le strutture in legno sono ubique nel panorama americano: il 90% delle case unifamiliari del Paese è costruito così (dati della National Association of Home Builders). “È un modo di costruire molto economico e accessibile a tutti, con cui bastano legno e chiodi e due persone per tirare su una casa. Questo lo rende anche egualitario: le case degli americani sono fatte tutte nello stesso modo, un asse di legno è un asse di legno. Inoltre è adattabile, è un sistema aperto che non ha una sua specifica estetica ma che può essere coniugato in modi diversi”, spiega ad Artribune Paul Preissner, uno dei due curatori, aggiungendo con un sorriso: “Alla fine sono tavole e chiodi, anche se sono sicuro che, nel realizzare il padiglione, gli italiani lo avranno fatto con molta più cura, avranno messo i chiodi tutti in linea, noi americani li mettiamo un po’ come vengono”.
Paul Preissner e Paul Andersen sono i due architetti che, dopo aver vinto con questa idea la open call per il padiglione, hanno curato il progetto. Entrambi docenti dell’Università dell’Illinois a Chicago, l’istituto incaricato del padiglione degli Stati Uniti di quest’anno, sono ognuno a capo di un proprio studio di architettura e collaborano di frequente. Nel progettare il padiglione USA, i due hanno voluto dare al legno il ruolo da protagonista. I visitatori entreranno nello spazio espositivo attraverso un’installazione che riproduce la struttura delle wood frame house. Con un sviluppo di tre piani, appoggiata alla facciata del padiglione, l’opera funge a sua volta da spazio espositivo. All’interno, i visitatori potranno spostarsi tra i diversi livelli, osservando lo scheletro grezzo, toccando le assi e respirando l’odore del legno.

Audel's Carpenter's and Builder's Guide © 1923. Courtesy Padiglione USA 17. Mostra internazionale di Architettura, Venezia 2021
Audel’s Carpenter’s and Builder’s Guide © 1923. Courtesy Padiglione USA 17. Mostra internazionale di Architettura, Venezia 2021

IL LATO FOLK DELL’ARCHITETTURA

Di solito”, commenta Paul Anderson, “i padiglioni americani e in generale questo tipo di mostre sono più spesso dedicati agli architetti che all’architettura. Noi volevamo spostare il focus sull’architettura, su un modo di costruire. Inoltre, da anni siamo entrambi interessati alle forme più folk di architettura, quelle più comuni e popolari. Abbiamo pensato quindi a questo modo di costruire che in America è così comune da essere scontato, quasi banale, ma è, appunto, tipicamente americano e non molto diffuso altrove”. Un modo di costruire che è nella sua essenza intrinsecamente connesso alla storia e agli ideali americani. Si sente spesso dire che si sia diffuso così tanto in America per via dell’ampia disponibilità di legname, ma i due curatori non sono d’accordo. “Il legno è disponibile anche in altre parti del mondo, dove questo modo di costruire non si è diffuso”, aggiunge Preissner. “È più una questione di facilità e immediatezza, anche se si traduce in approssimazione, anzi c’è una volontà di accogliere l’approssimazione come principio intellettuale. E questo è molto americano: gli americani sono sempre stati insofferenti alle regole e, fin dall’inizio, si opponevano a un certo modo codificato di fare le cose, il metodo americano è per tentativi. In Europa per costruire edifici ci volevano competenze, esperti, grossi gruppi di lavoro, strumentazioni professionali eccetera. Questi invece sono edifici che si possono costruire dovunque anche senza esperienza, senza bisogno di istruzioni dettagliate, può farlo chiunque”.

COSA VEDREMO ALLA BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA 2021

Per esplorare la storia del wood framing, a Venezia saranno in mostra una dozzina di modelli in legno realizzati da studenti dell’Università dell’Illinois, raffiguranti diverse tipologie di edifici storici costruiti con questa tecnica: da magazzini ottocenteschi all’ormai scomparsa chiesa di St. Mary a Chicago (che, secondo i curatori, potrebbe essere stata la prima struttura realizzata con la tecnica del balloon-frame, ovvero costruendo e mettendo in piedi lo scheletro per poi aggiungervi le pareti), fino a una cupola geodetica degli Anni Sessanta. Sono tutti modelli di strutture esistenti o esistite nel passato. Muovendosi tra le diverse sale, i visitatori potranno esplorare le evoluzioni di questa tecnica e i dettagli delle strutture. A completare la mostra, due serie di foto: Daniel Shea ha documentato la materia prima, le foreste di abeti e pini; Chris Strong ha invece raccontato il lavoro che trasforma quella materia in materiale, fotografando segherie e cantieri. Nella rotonda centrale del padiglione, un modellino della cuccia di Spike, il cane del cartone animato Tom & Jerry, è un giocoso riferimento all’ampia diffusione della cultura popolare americana nel mondo. Nel cortile, i visitatori potranno riposarsi su arredi in legno creati dagli studenti dell’UIC.

Al Palmer, War housing in Erie, Pennsylvania, 1941. Courtesy Library of Congress
Al Palmer, War housing in Erie, Pennsylvania, 1941. Courtesy Library of Congress

WOOD FRAMING E CAMBIAMENTO CLIMATICO

La mostra non vuole essere soltanto un percorso a ritroso nella storia del wood framing, ma anche un modo per riconsiderare le tecniche costruttive ed esplorare nuove possibilità di progettazione.
Nel nostro lavoro, entrambi esploriamo spesso come le architetture più ordinarie possano essere piattaforme di nuove idee e conversazioni”, proseguono i curatori. In un’epoca in cui si inizia a pensare agli edifici come strutture non necessariamente destinate a durare per sempre, questo modo di costruire potrebbe nascondere importanti lezioni. “Sta iniziando a diffondersi sempre di più anche fuori dagli USA, perché è più ecologico, utilizza materiali leggeri e biodegradabili, senza sostanze chimiche e con pochissimi scarti. Inoltre gli alberi che si usano vengono da coltivazioni e crescono molto velocemente, sono rinnovabili e catturano anidride carbonica”, racconta Anderson. E tuttavia, con un clima che ci espone sempre più a fenomeni estremi, agli occhi di chi è abituato a vivere nel cemento, il legno può sembrare un po’ troppo precario, fragile, vulnerabile a potenziali disastri. E lo è: quante volte dall’America ci arrivano immagini di case che fisicamente si staccano dalle fondamenta e slittano per decine di metri trasportate dal fango o che vengono completamente rase al suolo dalle fiamme o spazzate via dagli uragani. “Sì, è vero, ammette ancora Anderson, “sono più vulnerabili. Ma si possono adattare, si possono cambiare alcuni metodi e sta già succedendo. D’altronde questa è una cosa che l’architettura fa regolarmente: trovare nuove soluzioni e adattare metodi costruttivi a condizioni diverse. Come dopo i terremoti, si creano nuovi standard costruttivi per rendere gli edifici più sicuri e resistenti. Le tecnologie costruttive stanno migliorando per cercare di rendersi più resistenti a un clima che cambia, ma, certo, restano delle architetture non adatte a tutte le situazioni e non per tutti”.
In ogni caso, rassicurano i due architetti, l’idea non era di fare evangelismo su questo metodo costruttivo: “Ci interessava esplorarlo come fenomeno architettonico e culturale”.

Maurita Cardone

www.americanframing.org

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.