Intervista ad Aut Aut Architettura, Giovane talento dell’Architettura italiana 2020

Fondato a Roma nel 2016 da quattro giovani professionisti, Aut Aut Architettura si è recentemente aggiudicato il premio Giovane talento dell’Architettura italiana 2020 assegnato dal Consiglio nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori. Progetti, valori, speranze e prospettive dello studio in questa conversazione.

Elaborato in un contesto di scarsità di mezzi e di risorse economiche si connota per la chiarezza formale e l’equilibrio tra i blocchi aula e la leggerezza della soluzione di copertura che tiene conto delle condizioni climatiche del luogo”, il progetto di una scuola con alloggi a Nosy Be, in Madagascar, ha permesso allo studio Aut Aut Architettura di essere insignito del premio Giovane talento dell’Architettura italiana 2020, attribuito dal CNAPPC e quest’anno dedicato al tema della scuola. Un riconoscimento che rende i quattro giovani professionisti di Aut Aut Architettura “molto orgogliosi! Ci teniamo particolarmente a questo progetto in quanto è la nostra prima opera di nuova costruzione completata e si tratta di un lavoro pro bono, data la natura a carattere umanitario dell’intervento, che ci ha visti impegnati nel primissimo periodo della nostra carriera” e che diventa l’occasione per un’intervista a tutto campo.

Siete il Giovane talento dell’Architettura italiana 2020, ma la vostra carriera è costellata anche da altri piccoli e grandi premi che certificano un certo riconoscimento del vostro lavoro…
Avvertiamo queste gratificazioni come stimoli: sono piccole conferme, ma ci dicono che quello che abbiamo scelto di mettere su, e che stiamo nutrendo con tanta passione e sacrificio, sta producendo valore.

Effettivamente non è sempre una scelta semplice decidere di mettersi in proprio, considerando le difficoltà e le incertezze iniziali. Come nasce in voi l’idea di voler aprire uno studio?
Più che alle difficoltà abbiamo pensato alla libertà che tale scelta ci avrebbe portato. Abbiamo tutti fatto esperienze lavorative o di tirocinio dove per lo più si facevano cose noiose o concorsi. Tanto valeva fare i concorsi in proprio! Così abbiamo iniziato, mentre alcuni di noi erano ancora coinvolti in altri contesti, e sono arrivati i primi riconoscimenti: il IX posto a Rigenerare Corviale (non sembra un granché, ma per noi fu un grande successo!) e la vittoria con Nursery Fields Forever, che era solo un concorso di idee ma ebbe un’eco mediatica internazionale che ci travolse. Ci trovammo a essere contattati da redattori italiani, giapponesi, iraniani, brasiliani che volevano raccontare entusiasti dell’asilo verde del futuro citando il nostro studio. Così ci siamo dati un nome, creato un sito web ed è nato Aut Aut Architettura!

Quali valori e quali speranza vi hanno guidato?
Valori, obiettivi e speranze in qualche modo si sovrappongono: crediamo nell’architettura e nel progetto, intendendo quest’ultimo come strumento di esplorazione del contesto fisico e immateriale e di risposta critica col quale far avanzare un determinato discorso attraverso la prefigurazione di spazi nuovi e provocatori. Il nostro lavoro mira alla definizione di spazi che favoriscano l’aggregazione, di manufatti sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale. Crediamo che l’architettura debba aspirare al miglioramento della condizione umana, di come si vive e di come si pensa, e a mantenere anche una impronta ecologica.

Aut Aut Architettura, Nursery Fields Forever. Courtesy Aut Aut Architettura
Aut Aut Architettura, Nursery Fields Forever. Courtesy Aut Aut Architettura

LA FIGURA DELL’ARCHITETTO NELLA SOCIETÀ

Avete affrontato in diversi progetti il tema della scuola: oltre all’edificio in Madagascar, pensiamo al nido di Manifattura Tabacchi a Firenze, alla Nursery Fields Forever di Londra o al primo premio nell’ambito di Scuole Innovative in Sardegna. Qual è il ruolo dell’architettura in ambito educativo?
Crediamo che l’architettura e lo spazio abbiano un ruolo didattico fondamentale: come sempre più spesso avviene e come da architetti cerchiamo di suggerire, gli spazi della scuola devono riuscire a integrare spazi dal carattere pubblico di riferimento per la comunità locale. Da un lato i bambini, attraverso l’osservazione, l’esplorazione e l’interazione elaborano la loro esperienza del mondo e costruiscono i riferimenti cognitivi, sociali e ambientali della loro formazione identitaria; dall’altro, l’edificio pone all’intera comunità degli spunti di riflessione sull’ambiente antropico. Ci piace molto l’idea dello spazio come terzo insegnante, insieme a genitori e docenti, che ci ha regalato Loris Malaguzzi, fondatore del metodo Reggio Children, affidandoci, contestualmente, una grande responsabilità.

Quest’idea che l’architetto rivesta un ruolo fondamentale all’interno della società si rifà al fatto che in passato aveva anche il compito di prefigurare e progettare il futuro in qualche modo. Pensate sia ancora così? Qual è, o quale dovrebbe essere, il ruolo dell’architetto nella società contemporanea?
Purtroppo la figura dell’architetto in Italia non sembra più avere il riconoscimento sociale che aveva un tempo. Questo è in parte dovuto alla decadenza culturale che ha investito le classi medio-alte nel nostro Paese e, non lo neghiamo, anche da una certa svalutazione della professione da parte degli architetti stessi. Ormai l’architetto serve solo per firmare la pratica edilizia. Ma noi, saremo un po’ naïve in questo, crediamo ancora che l’architetto sia tra quelle figure capaci di cambiare il mondo e, quindi, in dovere di farlo! Non ci riferiamo a cambiamenti da super-eroe, ma a interventi significativi anche alla piccola scala. L’architetto, anche grazie all’utilizzo del disegno come strumento analitico, ha un punto di vista privilegiato per intervenire e gli strumenti per prefigurare e descrivere il cambiamento. Le esigenze che condizionano l’ambiente antropizzato sono in continuo mutamento e, alla grande e piccola scala di intervento, vanno comprese, guidate e soddisfatte con intelligenza.

Nel descrivervi parlate di “contaminazioni dall’interno e dall’esterno della disciplina”. In che modo questi mondi esterni alla professione riescono a convivere nel vostro fare architettura?
Si sente spesso dire che l’architetto deve essere una figura capace di parlare un po’ con tutti: dall’ingegnere all’artigiano, dall’impiantista al curatore. Crediamo in questo ruolo di dialogo e coordinamento che, in primis, ci permettere di imparare molto. Oltre a ciò, cerchiamo di essere iper-ricettivi, di captare quanto più possibile stimolati dalle nostre passioni individuali (la musica, il cinema, la botanica, la viticoltura e l’enologia, l’arte figurativa) e di riversare questi contenuti nella conoscenza collettiva dello studio sublimandoli insieme. Fino a poco tempo fa, abbiamo condiviso lo spazio del nostro studio con una designer di moda: anche questa prossimità ci ha interessati e stimolati.

Aut Aut Architettura, Le intoccabili. Piazza di Spagna. Courtesy Aut Aut Architettura
Aut Aut Architettura, Le intoccabili. Piazza di Spagna. Courtesy Aut Aut Architettura

ROMA E L’EMERGENZA SANITARIA

Avete partecipato alla mostra collettiva VISIONI ROMANE – THE UNTOUCHABLES, in occasione del Festival CHANGE, nella quale vi è stato chiesto di ripensare, in maniera inedita, un luogo simbolo di Roma, la vostra città. Cosa rappresenta Roma per voi?
La premessa della mostra con cui si palesava l’intorpidimento della nostra città era pienamente condivisibile. Non crediamo, però, che molti dei divertissement proposti abbiano aiutato la causa. Anche giustamente, certe provocazioni forse non sono state intese abbastanza come tali. Noi, e forse non c’è stato ancora lo spazio per raccontarlo, abbiamo cercato di avanzare una proposta differente, effimera, non irreparabilmente deturpante, più simile a un’installazione che riesumasse la naturalità impervia del luogo e le pratiche ludiche che si svolgevano a Roma in contesti oggi intoccabili. Questo al fine di contestare politiche che riteniamo violenti attacchi alla vivibilità urbana e assecondanti gravi processi come quello di “disneyficazione”: vedi il divieto di sedersi sulla scalinata di Trinità dei Monti con cui questa diventa, almeno col deretano, letteralmente intoccabile!

Cosa sperate possa cambiare?
Ci auguriamo che Roma venga tutelata, ma non resa un pezzo da museo: la città è viva e le città vive vengono vissute, appropriate e modificate da chi le abita. Poi c’è l’altra Roma, quella che i turisti non visitano o che attraversano solo per andare altrove: quella Roma è sicuramente da ripensare, a iniziare dalla mobilità.

Durante il lockdown di primavera, molti architetti hanno affermato che da lì in avanti avremmo vissuto le nostre città in modo inedito. Tutto sommato, forse è presto per dirlo, ma grossi cambiamenti non ci sono stati; in estate siamo tornati a vivere le nostre città come facevamo prima, quasi negando ciò che era stata l’emergenza sanitaria dei mesi precedenti. Secondo voi, come vivremo lo spazio pubblico in futuro?
Preferiremmo sorvolare sulle “cavolate” che sono state fatte e dette quest’estate sia dall’amministrazione che dai singoli: un po’ più di buonsenso a tutti i livelli avrebbe aiutato. Noi riteniamo che la “bolla COVID”, come tutte le bolle, prima o poi grazie a vaccini e terapie specifiche, scoppierà facendoci ritornare alla normalità. Certamente da questo scoppio si formeranno delle goccioline che si sedimenteranno nel quotidiano: ad esempio, ora che si hanno le prove che è possibile fare molte riunioni a distanza, forse in maniera anche più produttiva, si continuerà a farle così, limitando la presenza fisica solamente a questioni speciali. Prima di questa pandemia, nella metropolitana di Hong Kong c’erano cartelli che intimavano gli utenti, se raffreddati o influenzati, a non salire a bordo o comunque a proteggersi naso e bocca con la mascherina. Fino a poco tempo fa questa era una cosa strana per noi occidentali, ma ora ci sembra giusta e pienamente condivisibile. Pensiamo quindi che, più che rivoluzioni strutturali, ci saranno cambiamenti nel modo in cui agiremo e vivremo, come l’instaurazione di sistemi di regolazione e controllo che speriamo virtuosi e non coercitivi, o lo sviluppo di processi di resilienza avanzata che non portino allo stato precedente la crisi, ma a uno migliore, per lo meno a livello di consapevolezza. Lo spazio pubblico tornerà a essere quel dominio in cui iniziano e si potenziano le relazioni, in cui l’aggregazione e lo scambio sono possibili e auspicabili.

Su cosa state concentrando la vostra ricerca ora e quali sono i prossimi progetti?
Oltre a portare avanti alcuni progetti, stiamo continuando a fare concorsi sia in Italia che all’estero e, in particolare, abbiamo in agenda di continuare con la ricerca nell’ambito dell’architettura per l’educazione. Riteniamo sia un settore che, nel nostro Paese soprattutto, necessiti, a prescindere dall’emergenza sanitaria, di un rinnovamento consapevole per offrire alle generazioni future dei luoghi funzionali all’apprendimento, piacevoli e sostenibili.

Marco De Donno & Derin Canturk

www.autautarchitettura.it

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Marco De Donno & Derin Canturk
Marco De Donno e Derin Canturk sono due giovani professionisti con base a Milano, ma originari rispettivamente di Gallipoli e Istanbul. Entrambi studiano Architettura al Politecnico di Milano, ma ben presto seguono carriere diverse, sempre in continuo scambio tra loro: Marco comincia a lavorare nel mondo della comunicazione collaborando con Triennale Milano, Giancarlo De Carlo Associati e Mario Cucinella Architects; Derin lavora come freelance designer realizzando allestimenti e arredi artigianali, e scrivendo reportage per alcune riviste turche. Entrambi condividono la passione per il Mediterraneo e la cultura multiforme dei popoli che lo abitano.