Dal 2017 gli architetti Andrea Govi, Antonio La Marca e Matteo Gullo lavorano insieme nel loro studio, Superspatial. In questa intervista raccontano le sfide e le ambizioni di chi muove i primi passi nella professione. Dimostrando di avere già le idee chiare in merito ai concorsi.

Dalla cupola di Santa Maria del Fiore di Filippo Brunelleschi, a Firenze, alla Sydney Opera House dell’allora sconosciuto Jørn Utzon, i concorsi di architettura sono sempre stati un mezzo per scegliere, in maniera trasparente e meritocratica, un progetto che soddisfa nel modo migliore le esigenze della comunità. Eppure le modalità in cui si svolgono oggi non sempre garantiscono pari opportunità di partecipazione a tutti i professionisti. Spesso bisogna dimostrare requisiti economici o esperienze pregresse che escludono a priori alcune categorie, come quella dei giovani architetti, i quali molte volte non trovano altra soluzione se non lavorare negli studi come collaboratori. A oggi in Italia il sistema più inclusivo e meritocratico sembra essere quello dei concorsi di progettazione aperti in due fasi e a beneficiarne sono studi come Superspatial, fondato da Andrea Govi (1992), Antonio La Marca (1992) e Matteo Gullo (1993), tre giovani architetti laureati al Politecnico di Milano. Il concorso per loro non solo è il modo migliore, per chi ha poca esperienza, di realizzare i propri progetti ma soprattutto consente una libertà progettuale spesso non sperimentabile con un committente privato. Tema centrale nel lavoro di Superspatial è lo spazio pubblico. Ma cosa significa progettare gli spazi di un tessuto sociale in continua evoluzione? Lo abbiamo chiesto direttamente a loro.

INTERVISTA A SUPERSPATIAL

Quando nasce Superspatial e di cosa si occupa?
Andrea Govi: Lo studio è nato nel 2017, appena ci siamo laureati. In parte abbiamo lavorato dall’estero perché in quel momento eravamo nello studio OMA di Rotterdam. Facciamo soprattutto concorsi, ma sulla tipologia non abbiamo una preferenza: ci interessano i progetti che si interfacciano con le tematiche dello spazio pubblico. Abbiamo iniziato a lavorare su molti concorsi già quando eravamo da OMA e poi, a un certo punto, abbiamo deciso di tornare a Milano. Avevamo passato la seconda fase di due concorsi: una biblioteca per Lorenteggio e una scuola a Palermo. Da lì abbiamo iniziato a lavorare a tempo pieno da Milano.

In questi tre anni avete partecipato a molti concorsi internazionali ottenendo diversi riconoscimenti: penso alla menzione per il padiglione della Corea all’Expo di Dubai 2020 o il secondo posto per il nuovo Human Technopole di Milano. Come commentate questi risultati?
Antonio La Marca: Arrivare alla seconda fase è già un buon risultato per noi; il padiglione della Corea è stata una bellissima esperienza perché lo abbiamo realizzato con un collega di OMA coreano. Il concorso per Human Technopole invece è iniziato a giugno 2019 e abbiamo affrontato la prima fase da soli, avendo ricevuto molte porte in faccia quando eravamo alla ricerca di studi di ingegneria; sicuramente non eravamo credibili per la nostra giovane età. Poi, quando sono usciti i risultati della prima fase, le porte si sono aperte. A febbraio sono usciti i risultati finali ma contemporaneamente abbiamo fatto altri due concorsi: uno a Bologna per i nuovi uffici dell’Agenzia delle Entrate e uno a Milano per lo scalo di Rogoredo. A Bologna siamo arrivati terzi; a Rogoredo abbiamo ottenuto una menzione con premio.

SuperSpatial, Concorso Biblioteca Lorenteggio, Milano Quarto posto. Render SuperSpatial
SuperSpatial, Concorso Biblioteca Lorenteggio, Milano Quarto posto. Render SuperSpatial

Perché preferite lavorare a concorsi piuttosto che con committenti privati?
Andrea Govi: Per iniziare e creare un portfolio il concorso è la cosa migliore perché ti dà completa libertà e non hai bisogno della fiducia di nessuno, ma un po’ è anche per il tema dell’edificio pubblico. In generale ci interessa un tipo di architettura che nel concorso trova più spazio che con il committente privato.

Ovvero?
Andrea Govi: Abbiamo appena concluso uno showroom a Firenze, che è la tipologia privata per eccellenza, e grazie al committente che è stato abbastanza aperto siamo riusciti a trasformare lo showroom in una specie di hub polifunzionale dove fare anche mostre ed eventi. Con i committenti privati non è banale trovare qualcuno così aperto, mentre nel concorso sei abbastanza libero, puoi usare più creatività.
Antonio La Marca: Con il privato è una continua lotta tra budget, progetti che cambiano in corso d’opera, dissidi interni nella committenza stessa: è sempre complesso. Per questa ragione preferiremmo avere sempre la libertà che ci viene data da un concorso, anche se la stabilità e la tranquillità economica che ti assicura un privato potrebbero rendere le cose più semplici. Credo sia molto difficile poi, in una città come Milano, trovare un cliente privato per noi.

Perché?
Antonio La Marca: Qui sei davvero uno dei tanti e la rete dei tuoi rapporti si limita agli amici dell’università, tutti architetti tra l’altro. Diciamo che il nostro obiettivo fin dall’inizio era un po’ diverso, sarebbe stato forse più semplice restare nelle nostre città ma non ci saremmo trovati ad affrontare un progetto come Technopole, ad esempio.

Vista la poca esperienza, come superate la richiesta dei requisiti nei bandi di concorso?
Antonio La Marca: Abbiamo sviluppato una grande capacità di lettura dei bandi. Alcuni ti permettono di partecipare alla prima fase soltanto con l’iscrizione all’albo e poi in una fase successiva, qualora dovesse andar bene la prima, ti chiedono altri tipi di requisiti.
Andrea Govi: Dobbiamo spezzare una lancia a favore di quello che sta succedendo. Si dice sempre che rispetto ad altri Paesi europei in Italia si fanno pochi concorsi ed è vero. Però, per fortuna, se ne stanno facendo molti in cui la prima fase è aperta a tutti e questa è una cosa importantissima: è l’unico vero modo che permette a un architetto di emanciparsi dall’idea di lavorare in uno studio oppure di dover cercare committenti privati con fatica.

SuperSpatial, Korean Expo Pavilion Dubai 2020 Menzione d’onore. Concept model SuperSpatial
SuperSpatial, Korean Expo Pavilion Dubai 2020 Menzione d’onore. Concept model SuperSpatial

Nel padiglione coreano avete proposto una riflessione sul rapporto tra lo spazio pubblico e la tecnologia nella sua consistenza materica. In che modo il progetto dello spazio oggi è relazionato al processo di tecnologizzazione?
Andrea Govi: Con il padiglione della Corea eravamo partiti da un tema abbastanza classico di questi giorni: come la tecnologia sta cambiando il nostro uso dello spazio pubblico e quindi come, attraverso internet, potremmo anche smettere di utilizzare lo spazio pubblico. Ciò che ci permette di avere una connessione è visto come qualcosa di etereo, quindi avevamo ragionato sul cloud e sulla perdita di fisicità; il padiglione rifletteva su come questa mancanza di fisicità creasse in realtà delle infrastrutture fisiche, come i data center e tutto il rifiuto informatico che si ripercuote proprio sullo spazio pubblico.

In che modo?
Andrea Govi: Banalmente anche la mancanza di una panchina a favore di una telecamera oppure la mancanza di una piazza a favore di un data center in periferia sono modifiche nella fisicità dello spazio. Poi nel padiglione c’era anche la necessità di creare una piazza, di continuare a vedersi in un senso tradizionale del termine. Credo che ci sia una sorta di sfida tra il cambiamento tecnologico nello spazio in sé – che cambia dalla piazza medievale di Siena, ad esempio, alla piazza Gae Aulenti – e il modo in cui percepiamo lo spazio.

Credete che l’uso della tecnologia sia un fattore di differenza tra la vostra generazione e quelle precedenti?
Andrea Govi: Secondo me ci manca un po’ di prospettiva per dire che oggi è diverso rispetto al passato. Credo che nel mondo dell’architettura, dove i giovani non sono molto aiutati, la facilità tecnologica o l’accessibilità ai concorsi ci diano la possibilità di far sentire la voce della nostra generazione, come è giusto che sia perché alla fine disegniamo noi gli spazi che useremo un giorno; questa nuova dimensione tecnologica ci permette di accelerare un po’ i tempi. Allo stesso tempo con la digitalizzazione molto si riduce al render, al disegno, e perde contatto con la realtà. Questa cosa è pericolosa perché se da un lato ti permette di esprimerti, di far vedere un progetto anche se non l’hai costruito – che ai tempi di Aldo Rossi non era pensabile perché il disegno circolava meno e dava meno l’idea dell’architettura in sé –, dall’altro molti della nostra generazione dicono: “Ok, produco un disegno invece di un’architettura”.
Antonio La Marca: Quello che vediamo è che la nuova generazione è presa dalla produzione quasi infinita di immagini. Noi abbiamo preso dalle generazioni precedenti invece la necessità di rappresentare lo spazio attraverso un modello fisico.

SuperSpatial, Borgo Ognissanti, Firenze. Photo Delfino Sisto Legnani Alessandro Saletta DSL Studio
SuperSpatial, Borgo Ognissanti, Firenze. Photo Delfino Sisto Legnani Alessandro Saletta DSL Studio

A ogni modo la rappresentazione dei vostri progetti è sempre molto curata…
Andrea Govi: Per quanto sia necessaria in un concorso per riuscire ad avere un buon risultato, per noi la grafica è meno importante rispetto al progetto e al modello del progetto. È “giocando” con il modello fisico che arriviamo all’idea finale. Poi, forse, abbiamo anche qui un po’ di contraddizioni.

Quali sono gli ambiti di ricerca dai quali nascono i vostri progetti?
Andrea Govi: Dipende molto dal progetto, non scegliamo dall’inizio qualcosa che ci possa chiudere già altre strade. Forse, un po’ influenzati dall’impostazione di OMA, tra AMO e OMA, ricerca e pratica. Iniziamo sempre con una parte di ricerca molto astratta, non per forza relazionata al progetto. In questo modo si aprono altre strade, ambiti che possono essere quello storico o quello ambientale.

A cosa state lavorando in questo momento?
Andrea Govi: Stiamo seguendo la costruzione dell’headquarter di un’azienda a Firenze, stabilimento industriale più uffici, i cui lavori iniziano il prossimo autunno. Allo stesso tempo stiamo facendo altri concorsi, come sempre.
Antonio La Marca: Non ci siamo fermati a fare concorsi neanche in questo periodo con tutte le difficoltà del caso: ci piace tantissimo.

Miriam Pistocchi

http://www.superspatial.eu/

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Miriam Pistocchi
Miriam Pistocchi è nata a Teramo nel 1992. Vive a Milano, dove lavora come architetto, coltivando l’interesse verso la teoria e la critica di architettura. Si è laureata nella Scuola di Architettura e Design “Eduardo Vittoria” di Ascoli Piceno (2017), Università di Camerino. Ha collaborato alla realizzazione della mostra “The Undomestic House”, presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2019), nella quale ha inoltre esposto la sua tesi di laurea “Abitare l’abitudine”. Tra i suoi interessi principali ci sono gli ambiti di intersezione tra architettura, urbanistica e società, in particolare sul tema della casa e dell’abitare.