Co-fondatrice dello studio di architettura milanese Citterio-Viel, Patricia Viel prende la parola in relazione al dibattito città VS campagna, tratteggiando l’idea di una “città di città”, un modello urbano condiviso, basato sulla reciproca fiducia e sui nuovi comportamenti.

Mentre la Fase 2 impone agli architetti di misurarsi con nuovi e temporanei ostacoli nella progettazione, all’interno della disciplina si stanno facendo largo alcune riflessioni sul destino delle città. Per gli architetti, quella di immaginare il futuro è una condizione naturale, richiesta dalla pratica stessa del progettare, la cui etimologia (dal latino projectare: gettare in avanti) chiarisce come il disegno architettonico sia sempre orientato verso un’immagine del futuro. Oggi ci si chiede che influenza avrà la pandemia sulle città di domani e come progettare lo spazio per incentivare pratiche urbane virtuose. Se da un lato c’è chi vede nella densità urbana il problema centrale da risolvere andando a vivere in campagna o nei numerosi borghi abbandonati, c’è anche chi continua a immaginare il futuro nelle città: più precisamente in città policentriche ed evolute tecnologicamente. Patricia Viel, co-fondatrice dello studio milanese Citterio-Viel, ci dà un’immagine di come potrebbero e dovrebbero evolvere luoghi come Milano, dove fino al 2012 è stata membro della Commissione per il Paesaggio.

L’INTERVISTA A PATRICIA VIEL

Città o campagna? Qual è la scelta più auspicabile per un futuro sostenibile dal punto di vista ambientale e sanitario?
Il dibattito, dal mio punto di vista, esula completamente dalle conseguenze di questa vicenda: non è la vita nei borghi che ci salva da un’eventuale futura pandemia. Ricordo che la diffusione di contagi più alta in Lombardia è avvenuta fuori da quegli ambiti; Milano rispetto al contesto territoriale nel quale si trova è stata di fatto preservata. Questo perché la città, in termini di contesto sociale e culturale, ha la capacità di rispondere molto velocemente quando gli viene dato un ordine. Quindi se da una parte la città è un luogo generativo per la cultura e per lo scambio, è anche vero che è il luogo dove il controllo è più facile. Quindi scindiamo completamente le due cose, la diffusione del virus non ha a che fare con la città o la campagna. Ha a che fare con la struttura di prevenzione sanitaria.

Cosa resta di questa esperienza?
Quello che abbiamo imparato è che per poter svolgere un’attività sociale ed economica, per non parlare semplicemente di lavoro perché non solo di questo si tratta, non abbiamo bisogno di stare in città. Abbiamo imparato tutti, con una formidabile brutalità, che se siamo bravi a organizzare la nostra vita quotidiana e a gestire un rapporto di lavoro di tipo fiduciario, possiamo lavorare anche non andando tutti i giorni, secondo delle ritualità antiche, sul posto di lavoro. Questa è la legacy che ci lascia questa avventura, non certo il fatto che in un borgo ci si ammali meno che in città.

Un ritratto di Patricia Viel. Photo Giulio Boem
Un ritratto di Patricia Viel. Photo Giulio Boem

Cosa pensa delle strategie lanciate dal Comune di Milano, in particolare delle città a 30km/h in cui ogni servizio sarà raggiungibile in 15 minuti?
A Milano il Comune si sta muovendo in modo molto intelligente, nel senso etimologico di questa parola: sta facendo intelligence sul comportamento dei cittadini. I milanesi si sono rivelati bravissime persone, molto adattive, docili per certi aspetti. E il fatto di ridurre in tre giorni il calibro di Corso Venezia o di Corso Buenos Aires della metà e costringere il flusso del trasporto privato ad altri tempi spero ci porterà ad avere larghissimi marciapiedi e spazi per bistrò con i tavolini fuori. Mi immagino, grazie a questa idea di una diffusione più capillare, una città complessa e policentrica fuori dal downtown delle nostre città; mi immagino dei negozi, dei bar dove si eroga banda larga per poter lavorare: uno che non sta andando in ufficio non deve per forza stare a casa a lavorare se nel tessuto urbano che circonda il posto dove vive ci sono i servizi che gli servono. Quello che sta facendo il Comune è interessante perché dice: approfitto delle nuove abitudini prese nella città e la “sparo grossa”.

Ovvero?
Se, come indicava la stampa in questi giorni, ci troviamo a pedonalizzare da piazza San Babila a piazza Castello ad esempio, si realizzerebbe uno splendido mall spontaneo con edifici storici che vanno dal Settecento agli Anni Cinquanta, che parlano della città. A un turista racconterebbe cosa è davvero Milano, perché va dal Castello Sforzesco alla ricostruzione del secondo dopoguerra in piazza San Babila, attraversando i palazzi umbertini di piazzale Cordusio. In centro la circolazione è chiusa dal 2016, quindi abbiamo imparato a fare altre strade; ora c’è stato questo evento per cui abbiamo capito di aver bisogno di “bolle”, bolle di spazio libero, fluido, dove la gente possa comunque interagire ma con distanze. E sembra che il Comune stia cogliendo l’occasione.

Questi cambiamenti raggiungeranno anche i quartieri più periferici?
Sicuramente sì. Attualmente stiamo lavorando in piazzale Loreto; si tratta di uno dei progetti promossi da Reinventing Cities. Siamo partiti da due considerazioni di fondo: la prima è come innescare una mobilità lenta in un posto che è un hub della circolazione del trasporto privato ma anche un nodo di scambio del trasporto pubblico; la seconda questione è capire se nel raggio di 15 minuti a piedi c’è davvero la potenzialità per far diventare quell’area un quartiere.

Cosa la renderebbe un quartiere?
Non è un problema di sviluppo immobiliare gigantesco: stiamo parlando di ragionare sulla larghezza dei marciapiedi, sul semaforo intelligente, sulla ciclabile che non necessariamente è dentro un binario ma che, magari, consente di attraversare degli spazi condivisi, perché gestiti con intelligenza, limitando la velocità del traffico a 30 km/h. Per cui non è che vieti la permeabilità al veicolo a motore, semplicemente ci sono delle zone dove il veicolo a motore deve andare molto piano perché condivide lo spazio in cui transita con un pedone o con un ciclista. È più un problema di comportamenti e di creare degli spazi abilitanti per questi comportamenti. Anche dal punto di vista della capacità di investimento, si tratta di progetti interstiziali, di progetti di riconversione, di aggiornamento di determinate tipologie edilizie e quindi alla portata di modelli di sviluppo che non sono necessariamente i grandi fondi internazionali. Anche, ma non solo.

Antonio Citterio & Patricia Viel, Progetto piazzale Loreto, Milano. Courtesy of Systematica
Antonio Citterio & Patricia Viel, Progetto piazzale Loreto, Milano. Courtesy of Systematica

Quali abitudini urbane dovremo eliminare insieme al virus?
Intanto non bisogna più lasciarsi vivere, cioè avere l’orario di lavoro senza pensare tanto a quello che devi fare. Ti alzi al mattino, prendi il caffè mentre pensi ad altro e vai in ufficio, perché c’è questa forma mentale ottocentesca per cui nel momento in cui tu varchi la soglia del tuo posto di lavoro sei autorizzato a farti pagare. Dobbiamo uscire da questo modello. Dobbiamo pensare che siamo tutti padroni del nostro tempo, siamo tutti responsabili della nostra giornata: dobbiamo ragionare sui nostri compiti, su quello che dobbiamo fare affinché le cose accadano. Quindi progettare la giornata, la settimana, gestirla; non nasconderci dietro la scusa del “devo essere in ufficio alle otto” e poi non riesco mai a finire quello che devo fare perché magari ho speso ore su internet o a bere il caffè, arrivo tardi a casa e non ho tempo per la mia famiglia. Credo che abbiamo capito che questa routine può essere diversa. Quindi la prima cosa sono i comportamenti e una maturazione del rapporto che si ha con il proprio tempo, perché ne siamo responsabili.
I nostri datori di lavoro ci daranno più fiducia, ci metteranno in mano le chiavi per una gestione della nostra vita più responsabile. Dobbiamo imparare a farlo.

E cosa otterremo?
Se questo dovesse accadere, staremo più a casa, vivremo meglio il nostro quartiere, andremo a fare la spesa al mercato comunale o al mercato scoperto, e non di corsa riempiendo la macchina il sabato e facendo chilometri per andare in un centro commerciale. Attiveremo abitudini più condivise all’interno della famiglia: insomma, cambia tanto. Vai a fare la vita del borgo a piazzale Loreto, cioè abiti in via Padova e vivi il tuo contesto urbano come se fossi in un borgo. È una città di borghi quella che ci dobbiamo immaginare, non tanto il fatto di scappare sulle montagne o sugli Appennini.

Dal punto di vista urbanistico, come possiamo rispondere a potenziali nuove epidemie?
Non credo che ci sia una relazione diretta tra la diffusione del virus e la conformazione urbana. Credo piuttosto che dipenda da problemi di carattere organizzativo, dalla mancanza di informazione diretta su quello che fanno i cittadini. Non è che la città deve essere le strumento di rilevamento della vita della comunità, il concetto di smart city non è solo il semaforo attivato con un sensore. È qualcosa di più, che ti consente di raccogliere delle informazioni per cui individui immediatamente il paziente 0 attraverso lo smartphone o i suoi pagamenti: in mezz’ora riesci a tracciare che cosa ha fatto nell’ultima settimana, dove è stato e con chi ha interagito. Credo che il tema sia gestire il rapporto con i dati personali e le informazioni di tipo diverso, uscendo da questo incubo della privacy che deve riguardare altri aspetti.

Ci sono strategie da mettere in pratica, invece, a livello del singolo edificio?
Anche qui, non credo davvero che ci sia una relazione diretta nel momento in cui tu puoi tracciare quello che fa un potenziale paziente. Quello che abbiamo capito però è che, non tanto negli edifici per il lavoro ma nelle case, è molto importante creare quelli che definisco “spazi ancillari”. Se vuoi avere una casa con un soggiorno grande perché hai tre figli e ti piace vederli giocare, devi ricavarti anche dei piccoli ambienti, magari con una finestra: ci devono essere dei luoghi dove puoi comunque isolarti. Dobbiamo imparare ad avere una percezione delle misure vitali del nostro spazio che non siano sempre uguali.

Un esempio?
Su una barca tu hai una percezione dell’unità di misura molto diversa in funzione dello spazio che stai progettando. Quando progetti una cabina ospiti col suo bagno ragioni in millimetri, perché le funzioni sono quelle di una navicella spaziale e non ti interessa erogare spazio lì dentro. Quindi ragioni sulle scansie, sull’apertura, sulla relazione degli spazi in sequenza con gli usi, sul numero di persone; c’è proprio un’attenzione all’ottimizzazione. Quando invece ragioni sugli spazi da vivere, connessi con i ponti esterni, allora l’unità di misura è diversa, passi al decimetro, neanche al centimetro. Dovremmo applicare questo modello alle case, in modo che ci siano spazi conviviali sì, ma anche spazi dove ti puoi isolare, dove anche se siete in due a lavorare da casa, puoi spendere due ore chiuso in un posto dove nessuno ti disturba; un posto piccolo, attrezzato, confortevole, ma ci deve essere.

Antonio Citterio & Patricia Viel, Progetto piazzale Loreto, Milano. Courtesy of Systematica
Antonio Citterio & Patricia Viel, Progetto piazzale Loreto, Milano. Courtesy of Systematica

Alcuni progetti del vostro studio hanno subito modifiche per rispondere al distanziamento?
All’interno di ACPV abbiamo creato subito un gruppo di ricerca utilizzando uno strumento che, in base ai parametri che introduci, genera uno studio automatico di opzioni possibili su cui stiamo già lavorando. Abbiamo la fortuna di lavorare per grandi corporate che possono essere messe a confronto e ci sono dei casi studio che stiamo confrontando. Non credo che le restrizioni che derivano da questa vicenda resisteranno per molto; quello che invece deve rimanere, che deve decantare, è proprio la capacità degli spazi per il lavoro di esser fluidi, adattivi, prenotabili, configurabili e generare non tanto efficienza nell’uso del metro quadro, che ha davvero poco senso oggi, ma efficienza nel performare quello che devi fare. Di conseguenza stiamo facendo uno studio legato all’acustica, alla vicinanza tra attività, tra aree di business, alla distanza dei percorsi.

Cosa cambierà e cosa è già cambiato nel vostro modo di progettare?
Credo che ci chiederanno di progettare ancora meglio gli spazi per il lavoro e la loro relazione con il suolo urbano perché devono diventare attraenti, più di prima. Prima i grandi sviluppatori di questo tipo di prodotto immobiliare facevano tale ragionamento per attrarre le corporate e i giovani talenti; oggi si va ben oltre: il luogo per lavorare deve essere attraente per tutti, perché deve essere un’opzione che scegli. Dev’essere meglio lavorare in ufficio con i tuoi colleghi in persona che non via Zoom da casa e devi avere l’opportunità di fare anche altre attività, magari mangiare o comprare un libro, in modo tale che il viaggio che fai per arrivare fin lì abbia ancora più senso. Quindi dovranno avere più qualità, essere riconfigurabili, non esistere in quanto spazi di lavoro e basta. Prevedo che si consumerà ancora più spazio di prima e non meno, come stanno pensando tutti, proprio perché diventeranno luoghi per attività collaborative ad alta prestazione.

Miriam Pistocchi

https://citterio-viel.com/

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AutorePatricia Viel
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Miriam Pistocchi
Miriam Pistocchi è nata a Teramo nel 1992. Vive a Milano, dove lavora come architetto, coltivando l’interesse verso la teoria e la critica di architettura. Si è laureata nella Scuola di Architettura e Design “Eduardo Vittoria” di Ascoli Piceno (2017), Università di Camerino. Ha collaborato alla realizzazione della mostra “The Undomestic House”, presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2019), nella quale ha inoltre esposto la sua tesi di laurea “Abitare l’abitudine”. Tra i suoi interessi principali ci sono gli ambiti di intersezione tra architettura, urbanistica e società, in particolare sul tema della casa e dell’abitare.