Il cambiamento dei musei. Spazio del reale e dell’immaginario

Come cambierà l’esperienza di visita nei musei non appena verranno riaperti? Attivo nel settore della museografica e della progettazione di allestimenti per mostre e musei, l’architetto Lorenzo Greppi condivide possibili scenari del prossimo futuro.

Lorenzo Greppi (progettazione e direzione dei lavori), Museo di storia naturale di Firenze
Lorenzo Greppi (progettazione e direzione dei lavori), Museo di storia naturale di Firenze

Tento di trasformare questo periodo di confinamento forzato in opportunità di riflessione sulle prospettive del mio mestiere di scenografo museale: un tentativo legato alla spaventosa dilatazione/contrazione del tempo e dello spazio imposta dalla pratica alienante del telelavoro nella sua assenza di facce, ascolti, incontri, scambi, condivisioni, spostamenti, che abitualmente accompagnano la mia dimensione professionale; un tentativo che diventa tanto più vitale e urgente di fronte all’horror vacui che si profila all’orizzonte e che mi spinge ad acuire i sensi, interrogarmi, provocare, fino a rimettere in causa idee e regole ormai consolidate. Partendo dal fatto che trovo paradossale constatare che, dappertutto in Europa, non si sia mai parlato tanto di musei come in questo periodo, in cui di fatto i musei sono chiusi e privi del loro pubblico in carne e ossa. E se da una parte quest’anomalia sottolinea l’importanza della loro presenza istituzionale come bene rifugio patrimoniale e strumento di svaghi virtuali, dall’altra appare ancora più urgente ridefinire il loro ruolo nella società post-COVID. Una sfida enorme e decisiva per il loro destino, nella quale si tratterà di trasformare vincoli e problematiche in opportunità per giungere a una migliore qualità complessiva dell’offerta museale nel suo insieme.

IL CAMBIAMENTO DEI MUSEI: PUBBLICO VIRTUALE E REALE

Perché quando tutto questo sarà infine finito, niente potrà essere più come prima (o per lo meno non nell’immediato). E, a questo proposito, quale sarà il nuovo posto del pubblico dei musei? Parto dalla constatazione, purtroppo abbastanza verosimile, che viaggeremo tutti molto meno e che la nostra mobilità sarà estremamente ridotta: il timore di malattie e infezioni, le norme restrittive sulla libera circolazione e la forte contrazione economica limiteranno forzatamente i nostri spostamenti allo stretto necessario.
In questo scenario, i musei dell’era post-COVID dovranno pertanto prendere in considerazione due grandi tipologie di pubblico potenziale. Da una parte il pubblico virtuale: un pubblico distante, globale, multilinguistico, multiculturale, connesso in vaste community e network, che dovrà necessariamente accontentarsi di forme di turismo digitale e di visite online. Dall’altra, il pubblico reale: un pubblico essenzialmente locale, più domestico e di prossimità, espressione di comunità e di reti di utenti alla scala del territorio, che avrà più facilmente la possibilità di visitare il museo in situ. Due pubblici, completamente diversi, che i musei saranno costretti ad affrontare contestualmente e nell’ambito di una medesima strategia integrata: variare e adattare le forme e i target del loro marketing culturale; declinare le due scale della prossimità e della distanza; umanizzare la visita digitale e rendere più immaginifica l’esperienza di visita reale ecc.

Lorenzo Greppi (progettazione e direzione dei lavori), Museo di storia naturale di Venezia
Lorenzo Greppi (progettazione e direzione dei lavori), Museo di storia naturale di Venezia

L’ASCESA DEL PUBBLICO LOCALE

Partendo dal mio punto di vista disciplinare, mi limiterò a cercare di prendere in esame la parte reale del pubblico, tanto più che è quella che si avvicina a mio avviso maggiormente alla vocazione principale del museo intesa, secondo la definizione ICOM, di “istituzione aperta al pubblico” (e non solo accessibile). Si tratta della parte del pubblico “in carne e ossa”, quella che di fatto continuerà a pagare il biglietto, a percorrere le sale, a fermarsi fisicamente davanti alle opere, a scattarsi selfie e a comperare gadget sul posto. La parte di pubblico locale, composta da persone potenzialmente conosciute, identificabili, che hanno un nome e una faccia, abitano sul posto e sono suscettibili di ritornare, che condividono col museo la stessa lingua e la stessa topografia, lo stesso cielo nel quale si riflette lo stesso contesto sociale: un pubblico troppo spesso dimenticato, o quanto meno trascurato, soprattutto da parte delle grandi istituzioni, che i musei dovranno quindi cercare di recuperare, interessare, motivare, conquistare nella prospettiva di rapporti reali, concreti, più fidelizzati, personalizzati e durevoli.

IL MUSEO COME CASA COMUNITARIA

In questo contesto non si tratterà assolutamente di trasformare i musei in “musei locali e/o del territorio”, ma di appoggiarli su solide basi territoriali, di riprendere innanzitutto i contatti con la propria geografia di riferimento, di stabilire prioritariamente nuovi legami identitari e forme di dialogo aperto da e verso i diversi contesti sociali e culturali locali, di ricercare una nuova attenzione verso le realtà di espressione specifiche del territorio alle sue diverse scale, di mettere a punto forme privilegiate di fidelizzazione, di ascolto e di comunicazione continua e continuata, ecc. E questo nel doppio intento sia di ancorare maggiormente ogni visitatore alla propria comunità di appartenenza, sia di offrirgli gli strumenti e i mezzi che gli consentiranno di appropriarsi del “suo” museo e diventarne parte attiva. Dove si tratta in definitiva di accogliere ogni visitatore nel museo come in una grande “casa” domestica e comunitaria.

Lorenzo Greppi (progettazione e direzione dei lavori), Il genoma umano. Quello che ci rende unici, Museo delle Scienze di Trento
Lorenzo Greppi (progettazione e direzione dei lavori), Il genoma umano. Quello che ci rende unici, Museo delle Scienze di Trento

L’EVOLUZIONE DELLA DOMANDA

La domanda che segue implicitamente in questo caso è: quale sarà il nuovo posto dei musei? Partendo dal diluvio di immagini virtuali che gli stessi musei ci hanno riversato tramite il web durante tutto questo periodo, i visitatori “reali” del post-COVID avranno voglia di passare dalla visita “online” alla visita “dal vivo”? Non saranno delusi da tutte le attese e le promesse sbandierate via internet? Perché sul digitale i musei sono più puliti, hanno servizi migliori e sono gratuiti: si possono vedere da casa comodamente seduti sul divano, non ci sono code, basta seguire il flusso delle immagini senza dover prendere decisioni (se non quella di un clic). L’attenzione è abilmente canalizzata sulle opere e qualche storia creata ad hoc, cancellando così l’inconsistenza delle scenografie, degli impianti narrativi, delle illuminazioni e l’incongruenza degli innumerevoli dettagli che ne disturbano la percezione.
Al termine di questa overdose di immagini virtuali (così come di immagini irreali e surreali) i musei saranno chiamati alla doppia sfida di sfruttare la comprensibile voglia delle persone di riconquistare il piano del reale e di approfittare nel contempo di alcune prospettive “positive” del virus – come la rarefazione del pubblico, lo scaglionamento delle visite, lo spaziamento dei visitatori, il silenzio, ecc. – per mettere a punto esperienze di visita innovative capaci di esaltare la dimensione museale “dal vero” e “a vera grandezza”: capaci cioè, da una parte, di qualificare i musei come momenti spazio-temporali reali insostituibili per la socializzazione, la condivisione e l’incontro “dal vivo” e, dall’altra, di presentarli come una delle rare esperienze e occasioni concrete di “spostamento” e “viaggio” ancora praticabili e percorribili. Per un “viaggio” al tempo stesso fisico, mentale ed emotivo tra immagini, immaginario e immaginazione. Nel quale il lavoro dello scenografo parte dalla messa in scena delle immagini, delle opere, dei beni del patrimonio materiale e immateriale e delle collezioni museali, per stimolare il visitatore a utilizzare la propria immaginazione, provocare le sue emozioni, la sua fantasia, i sogni, le memorie, facendo leva sull’enorme potenziale del suo immaginario, la sua sete accresciuta di paesaggi, geografie, storie, canti, poesie, il vuoto degli incontri, delle alterità e delle diversità frustrate dal virus.

RIPORTARE I VISITATORI ALL’INTERNO

Per un museo del reale e dell’immaginario, che non rimane richiuso in se stesso a difesa dei propri limiti fisici ma che si proietta al contrario nella sua quarta dimensione extra-murale, segnando la traccia e la trama di una serie di aperture da e verso l’esterno, l’alterità, il territorio, il tempo, per esplorare – a partire dalla specificità del suo punto di vista ‒ le contraddizioni e le grandi sfide della nostra società contemporanea: un punto di vista privilegiato che impone tuttavia – e più che mai ora in un’epoca di notizie virtuali se non di fake news ‒ un patto di fiducia e di verità condivise tra il visitatore e il “suo” museo che non potrà essere tradito, a partire dalla messa in scena di un allestimento coerente al servizio dei contenuti e della poetica delle emozioni. Dove la grande sfida sarà, in definitiva, quella di riportare il visitatore “all’interno” del museo: non al suo centro, bensì nel vivo, nel cuore pulsante delle sue complesse dinamiche tra contenuto, contenitore, opere, patrimonio, storie, pubblico, scenografie, immagini, immaginazione. Per un museo “inevitabile”, assolutamente necessario, al tempo stesso domestico e pubblico, di uno e di tutti, di appropriazione e di condivisione, del reale e dell’immaginario: un ruolo unico, insostituibile, non riproducibile altrove o in altri modi, luogo di verità e d’identità, luogo di complessità e di conoscenza, luogo di emozioni.

Lorenzo Greppi

www.lorenzogreppi.com

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Nasce a Torino. Abita a Bruxelles, poi a Lussemburgo e quindi a Firenze, dove risiede tuttora. È sposato, con tre figli. Studi scolastici presso la Scuola Europea di Bruxelles e di Lussemburgo, Diploma di maturità europea. Laurea in Architettura con il massimo dei voti e lode, Istituto di Restauro dei Monumenti, Facoltà di Architettura di Firenze, Relatore Prof. Giuseppe Rocchi (1983). Dal 1991 opera come progettista nel settore della riqualificazione e della valorizzazione dei Beni Culturali, orientando gran parte della propria attività lavorativa e di ricerca alla museografia applicata e alla progettazione integrata di allestimenti per mostre e musei.