Qual è l’idea di futuro dei giovani studi di architettura italiani? 9 risposte

Immaginare il futuro è sempre stato compito degli architetti, ma hanno ancora gli strumenti per farlo? Lo abbiamo chiesto a nove giovani studi. Tra disillusioni e speranze, ci hanno raccontato il loro punto di vista.

Giancarlo De Carlo non aveva dubbi: il ruolo dell’architetto, per definizione, è quello di prefigurare il futuro, di persuadere gli altri delle proprie ragioni, di progettare ciò che ancora non c’è e coordinare le varie conseguenze affinché esso venga attuato. De Carlo, che sta per essere omaggiato da un’importante mostra al via il 24 gennaio alla Triennale di Milano, era di certo consapevole del suo ruolo all’interno della società e sentiva come propria la capacità di poter immaginare e progettare il futuro. Ma è ancora questo il ruolo dell’architetto? Lo abbiamo chiesto a nove giovani studi, in occasione del centenario dalla nascita dell’architetto genovese, invitandoli in quello che è stato il suo ultimo atelier a Milano, attuale sede dello studio MTA Associati – Giancarlo De Carlo Associati. Con coloro che progetteranno e costruiranno il futuro delle nostre città Abbiamo riflettuto sul ruolo sociale dell’architetto nella contemporaneità e su come l’aspirazione ad avere un ruolo nel cambiamento sia al contempo alleata e nemica della pratica professionale. E queste sono le risposte…

– Marco De Donno & Derin Canturk

1. ANTONIO BERGAMASCO – A2BC ARCHITETTI ASSOCIATI

Ritengo che una delle qualità principali di un architetto sia la capacità di prevedere l’effetto delle proprie azioni, sia ad una piccola scala, nelle scelte compositive e materiche di un progetto, sia ad una scala più ampia nel prevedere gli affetti socio-culturali che la propria opera può avere sulla collettività. Credo quindi sia ancora compito dell’architetto di immaginare il futuro, ma se ciò è ancora possibile farlo… dipende. Dipende molto dalla dinamica che si riesce a creare con il cliente, con la capacità di ascolto che ha l’architetto nel rispetto delle esigenze del cliente, ma anche con la capacità del cliente di tradurre in positivo le idee progettuali dell’architetto. Ma in generale, pensando alla situazione di degrado in cui versa gran parte del nostro patrimonio costruito, sicuramente abbiamo ancora bisogno di utopie perché esse riescono a smuovere l’immaginazione. E se non c’è l’immaginazione, non c’è futuro! Penso quindi che le utopie siano necessarie per costruire un futuro e, soprattutto, per costruirne uno positivo.

2. CAMILLO MAGNI E SILVIA NESSI – ARCHITETTI SENZA FRONTIERE ITALIA ONLUS

Mi piace ricordare una frase di Mitterrand, detta in occasione dell’inaugurazione di una delle grandi opere pubbliche di Parigi, ovvero che “l’architettura è l’immagine di una società”. Ovviamente usava questa frase enfatizzando che una grande architettura rappresenta una grande società. Ed è vero! Ma Bruno Zevi, ribaltando il concetto, utilizzò questa stessa frase con un altro accenno: una società fortemente in crisi, esprime un’architettura mediocre. Perché purtroppo anche i più bravi in questa nazione sono come dei Don Chisciotte, dove il tutto non funziona, tutto è complicato. Quindi molto serenamente dobbiamo accettare che siamo una società in forte difficoltà in questo momento storico, in piena decadenza, e ovviamente l’architettura rappresenta questa decadenza. Non è negativismo, è che ci sentiamo impotenti. Ma volendo portare il discorso alla quotidianità della nostra professione, questo è un po’ quello che facciamo in tutte le commesse: all’interno delle comunità fragili accendiamo lampadine che non sono mai state accese, cerchiamo di costruire dei piccoli futuri per piccole comunità. Questo è quello che facciamo! E gli strumenti li abbiamo nonostante spesso ci si scontra con realtà che non sanno ascoltare.

3. MARCELLO BONDAVALLI E NICOLA BRENNA – STUDIO WOK ARCHITETTI ASSOCIATI

Pensiamo ai nostri genitori: hanno vissuto il dopoguerra e gli anni Sessanta, avevano una grande voglia di cambiare il futuro e sentivano di poterlo fare. Io ho dei dubbi che nel presente ci possano ancora essere dei grandi cambiamenti governabili. Poi, l’avvento di tanta tecnologia ci ha condotto all’iper–connessione e alla continua condivisione, senza sapere però dove tutto questo ci stia portando. Non so quanto possiamo ancora incidere nel mondo, e in che modo farlo. Non sono un pessimista, ma è che veramente non ho l’orizzonte chiaro per poter dire dove poi tutto quello che faccio andrà a finire. Ecco: credo ci sia più bisogno di utopie. O meglio di ideali, che spesso, smuovendo la rigidità della realtà, riescono a trasportare con sé anche idee utopiche.

4. VERONICA CAPRINO E ALESSANDRO BONIZZONI – FOSBURY ARCHITECTURE

La domanda vera è: che idea di futuro abbiamo? Ai tempi di De Carlo, e della sua generazione, almeno c’era un’idea condivisa di futuro: un futuro sicuramente meglio del passato e ricco di potenzialità. Noi, invece, viviamo una fase un po’ diversa che è quella di costruire un’idea di futuro. Non solo noi come collettivo ci poniamo costantemente questa domanda, ma noi come generazione: qual è l’idea che abbiamo di futuro? Prima si viveva in un’epoca ideologica, e forse più semplice poiché l’ideologia era un assunto; invece in un’epoca post ideologica come la nostra, bisogna formulare anzitutto gli obiettivi. Viviamo in questo slittamento, nel quale è anche molto difficile dichiarare quali sono gli obiettivi della nostra generazione. Altrimenti si rischia di progettare un futuro del quale non siamo convinti, o che ci convince un giorno e non ci convince l’altro.

5. MARCO DI NALLO – PLUSULTRA STUDIO

Per riuscire a dare una risposta farò un esempio molto concreto: recentemente ho partecipato ad un convengo sull’architettura scolastica dove ci si questionava su quanto il ruolo dell’architetto sia importante nell’avere una visione verso il futuro. L’architetto deve seguire quelli che sono i principi pedagogici contemporanei, e tutta la normativa che ne consegue, o deve proporre nuove possibilità, fare un passo in avanti? In passato tanti sono stati gli esempi di proposte architettoniche innovative, che in alcuni casi si son rivelate anche fallimentari. Fallimentari non tanto dal punto di vista spaziale, ma più che altro perché la società non era pronta in qualche modo a recepirli. Io ritengo che per l’architetto sia indispensabile di fare degli azzardi, anche con il rischio dell’insuccesso. Abbiamo bisogno di quei passi avanti, di quella proiezione verso il futuro per spingere un po’ più in là la società e non chiuderci all’interno di confini fisici e mentali.

6. ALESSIO BATTISTELLA – ARCÒ ARCHITETTURA COOPERAZIONE

Non puoi pensare di fare l’architetto per occuparti solo del presente: mediamente una qualsiasi opera architettonica dura un numero considerevole di anni da riuscire a influenzare e condizionare la vita delle persone che vivono una città. Quindi credo che il compito dell’architetto sia ancora quello di immaginare un futuro. E ne abbiamo gli strumenti. Sempre, però, in un contesto interdisciplinare, nel senso che non possiamo farlo da soli. Non è detto, infatti, che in tutti i contesti dobbiamo essere noi a dover dirigere: forse un passo indietro sarebbe anche ora di farlo! Noi architetti siamo in grado di dare forma a delle visioni, siano esse utopiche o politiche. Ma purtroppo viviamo in un momento storico in cui non c’è pensiero politico, e quindi non vi è nemmeno un pensiero architettonico: questa cosa porta al piattume. Il concetto stesso di progetto vuol dire lanciare il pensiero in avanti, immaginare un futuro possibile attraverso il processo della progettazione.

7. LAURA IMBRIANI, ALESSANDRO FERRATINI E ALESSANDRO GRASSI – SUPERCAKE STUDIO

Inevitabilmente l’architettura ha a che fare con la nostra società, con il nostro vivere, e forse noi architetti, proprio perché siamo educati a questo, dovremmo essere quelli che agiscono per il bene comune. L’architetto ha il compito di fare scelte consapevoli per migliorare il futuro. Ma molto spesso il problema è l’avere una committenza miope rispetto a certe esigenze. A risentirne, poi, è lo spazio urbano che è una conseguenza di scelte necessariamente politiche ed è il risultato di quell’attitudine, di quella mancanza di volontà di cambiare le cose. Anche senza andare necessariamente sulla Luna, se solo si riuscisse a mettere a posto tutto quello che già abbiamo, per noi, sarebbe una utopia realizzata. Perché tutto sembra sempre troppo complesso.

8. LARA SAPPA E FABIO REVETRIA – STUDIO OFFICINA 82

Sicuramente è ancora compito degli architetti progettare il futuro e sicuramente non abbiamo più gli strumenti per farlo. Il nostro contributo è dare un valore aggiunto, stimolare attraverso l’architettura e spostare l’asticella sempre più avanti. Ma nel farlo bisogna anche stare attenti a non spostarla troppo in avanti: quando si progettano delle cose che non sono subito comprensibili, bisogna farlo per gradi, bisogna dare la possibilità all’utente di comprendere il progetto. Perché facendo un passo troppo lungo, si crea un gap culturale che non è sempre facile da colmare. E poi c’è una riflessione da aggiungere: secondo noi, non siamo in grado di gestire tutta questa dematerializzazione della conoscenza. Mi spiego: abbiamo vissuto fino al Duemila in un’epoca analogica; ora siamo in piena epoca digitale. Questo ha causato negli architetti uno spaesamento nella misura in cui, lavorando e vivendo costantemente in rete, spesso ci creiamo dei mondi immaginari che non hanno sempre un corrispettivo materico nella realtà. Saremo in grado di gestire questo distacco dalla realtà?

9. PIERPAOLO TONIN – GATTO TONIN ARCHITETTI

Se un progettista è consapevole, sa che quando progetta, anche nell’operazione più banale, l’idea di futuro è implicita nel suo agire. Se si possiede questa consapevolezza, si può decidere dove andare. Quello che cerchiamo di fare costantemente è trovare una via pragmatica per il futuro, una via operativa. Non si può più proporre soluzioni utopiche, senza però dire come possono essere realizzate, quanto costa farlo, quali sono i tempi. Questa è la nostra sfida: è nostro dovere immaginare qualcosa di diverso ma non possiamo rifugiarci in un mondo ideale dove tutto è possibile. Dobbiamo sporcarci le mani, confrontarci con la realtà, ed anche avere l’umiltà di assecondare gli input che vengono da essa, cercando di farli rientrare all’interno del nostro discorso per migliorare la realtà stessa.

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Marco De Donno & Derin Canturk
Marco De Donno e Derin Canturk sono due giovani professionisti con base a Milano, ma originari rispettivamente di Gallipoli e Istanbul. Entrambi studiano Architettura al Politecnico di Milano, ma ben presto seguono carriere diverse, sempre in continuo scambio tra loro: Marco comincia a lavorare nel mondo della comunicazione collaborando con Triennale Milano, Giancarlo De Carlo Associati e Mario Cucinella Architects; Derin lavora come freelance designer realizzando allestimenti e arredi artigianali, e scrivendo reportage per alcune riviste turche. Entrambi condividono la passione per il Mediterraneo e la cultura multiforme dei popoli che lo abitano.