L’architettura è solo un pretesto. Intervista a Matteo Vianello di Carnets

Dopo due anni di ricerca, il collettivo di architetti Carnets ha pubblicato il libro “Architecture Is Just a Pretext”. Una nuova occasione per riflettere sulla pratica architettonica contemporanea in Europa, in questo caso concepita anteponendo le identità dei trenta studi coinvolti ai risultati della loro attività professionale.

CARNETS - Architecture Is Just a Pretext (Anteferma, Venezia 2019)
CARNETS - Architecture Is Just a Pretext (Anteferma, Venezia 2019)

Avviato nel 2017, all’interno dell’Università Iuav di Venezia, il progetto di ricerca Carnets è curato dal gruppo omonimo, formato da quelli che all’epoca erano otto studenti di architettura. Dall’iniziale forma di fanzine cartacea, con distribuzione gratuita in ambito universitario, l’iniziativa si è evoluta raggiungendo nel mese di dicembre 2019 la forma compiuta di un volume, pubblicato anche grazie a una campagna di crowdfunding. Aspetto distintivo dell’esperienza Carnets è l’aver indirizzato lo sguardo sul contesto architettonico europeo: in particolare trenta giovani studi di architettura, attivi nel nostro continente e sorti dopo il 2008, sono stati sollecitati su una comune serie di domande, poi confluite nel libro. Per descrivere questo percorso di ricerca, le peculiarità, i risultati e le prospettive dell’intera operazione abbiamo intervistato Matteo Vianello, membro del collettivo.

L’INTERVISTA A CARNETS

Nel volume Architecture is Just a Pretext e nel percorso che lo ha preceduto avete adottato il punto di vista biografico, preferendolo a forme più consuete di presentazione degli studi di architettura. Perché?
Non volevamo restituire un’immagine euristica degli studi selezionati: per questo abbiamo deciso di declinare il campo dell’architettura attraverso un taglio biografico. Per esaminare la direzione che la professione sta acquisendo in Europa, in particolare tra i giovani architetti, abbiamo provveduto, quasi del tutto, a non interrogarli direttamente da una prospettiva professionale. Ci siamo concentrati precisamente sulla dimensione biografica e sul rapporto con la disciplina, chiedendoci ad esempio come la formazione personale potesse essere, in qualche modo, materia del progetto.

A livello di metodo di lavoro, come avete proceduto?
A tutti gli architetti – tra loro, Fala Atelier, Central ofaa, Paradigma Ariadné, La Macchina studio, N.d.R. – abbiamo posto sei domande identiche, non direttamente legate all’architettura. Il risultato, però, è stato che l’architettura è emersa indirettamente, comparendo tra le parole scritte dagli architetti. Si è trattato di un processo avvenuto prevalentemente attraverso i canali digitali: una volta redatta l’intervista, è stata inviata via mail agli studi selezionati.

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Come avete selezionato i partecipanti?
Innanzitutto, ponendo un parametro cronologico. Abbiamo focalizzato la nostra attenzione verso gli studi e i collettivi di architettura nati durante l’ultima decade, assumendo come data simbolica il 2008 e le conseguenze della relativa crisi economica nel mondo dell’architettura. Questo fattore storico si lega poi a uno anche anagrafico, perché volevamo intercettare la generazione immediatamente precedente alla nostra, ormai uscita dalla nostra realtà studentesca “di allora”, ma comunque ancora vicina a noi per stabilire una connessione.

La selezione come si pone rispetto alla professione?
Fondamentale è stato anche capire come questi architetti lavorano. Consideriamo infatti le realtà scelte paradigmatiche di una situazione nella quale la pratica dell’architetto non è più rivolta verso un’unica direzione, come noi stessi credevamo che fosse quando eravamo studenti. Non c’è più una sola “strada conosciuta”. Piuttosto questi architetti cercano di muoversi tra le discipline: producono libri, producono oggetti, producono eventi, spingono il livello della professione verso altri campi della progettualità, facendola di fatto sconfinare.

Quale immagine restituisce la vostra analisi?
Prima di tutto nessuno degli studi scelti è composto da una sola persona. Sono tutte realtà collettive, delle quali fanno parte persone che provengono da luoghi differenti e con formazioni eterogenee. Emerge uno scenario nel complesso frammentato e molto variegato, per noi, una ulteriore nuova immagine di Europa. Credo che multipli fattori abbiano modellato questa realtà, dallo stato di connessione permanente offertoci da Internet fino al flusso continuo di immagini di architettura attraverso i siti web specializzati e non. Parlando più nello specifico dell’analisi, l’immagine globale è per noi più interessante quando fa emergere degli atteggiamenti comuni, fra persone così diverse. Attraverso l’intervista, tuttavia, ciascuno studio traccia una propria traiettoria.

Avete rilevato dei caratteri ricorrenti negli studi basati nell’area mediterranea rispetto ai colleghi del Nord Europa o, comunque, una dimensione riconducibile a luoghi e culture di appartenenza?
Il quadro è estremamente ibridato. Siamo di fronte ad architetti che si sono formati viaggiando, studiando in luoghi diversi da quelli di origine: abbiamo trovato architetti portoghesi di formazione svizzera oppure architetti greci che hanno una formazione londinese, per fare degli esempi. Tuttavia, anche a fronte di formazioni “itineranti”, molti hanno poi deciso di tornare “a casa” per iniziare a lavorare. Forse gli studi del sud Europa ci hanno parlato di più delle difficoltà economiche…

CARNETS - Architecture Is Just a Pretext (Anteferma, Venezia 2019)
CARNETS – Architecture Is Just a Pretext (Anteferma, Venezia 2019)

Pur nella piena indipendenza e autonomia, questa ricerca presenta delle affinità con il lavoro di Gianpiero Venturini e con il volume ATLAS of emerging practices: being an architect in the 21st century. Con esiti distinti, condividete il medesimo “territorio di indagine”…
La messa a sistema dei due lavori è assolutamente coerente. Abbiamo conosciuto Venturini in occasione del suo evento al MACRO, a Roma. La sua più recente ricerca è basata su un’operazione di data mapping: ci sono numeri, diagrammi, schemi. Partendo dallo stesso territorio, noi abbiamo percorso tutt’altra traiettoria. Ci siamo messi alla ricerca di segnali che dimostrassero quanto potesse essere diversa la professione dell’architetto rispetto all’immagine che si ha durante il percorso di studi.

E ci siete riusciti?
Sì. Pensiamo che il percorso personale, l’intuizione, una propria “incalcolabile somma di coincidenze” permettano a un nuovo tipo di architettura di sorgere. Come, in effetti, sta accadendo. Spero almeno che questo progetto possa aver funzionato per il suo obiettivo iniziale: ricucire la frattura tra studenti e architetti, sviluppando delle biografie come possibile terreno comune di incontro e scambio.

Concentriamoci sulla natura editoriale del volume. Come lo avete concepito? E come avete individuato gli autori “esterni”?
L’idea di un progetto che raccogliesse tutte le nostre esperienze, le interviste, alcuni nostri saggi, era già emersa da tempo, per molti motivi. Il primo è molto semplice: non avendo mai pubblicato i nostri contenuti su internet, ma solo su carta (distribuita a Venezia, allo Iuav) avevamo percepito l’interesse di diffonderlo oltre le mura veneziane, di fatto “lasciando la casa” che ci ha ospitato fin dalle origini. Il secondo motivo è legato al desiderio di collezionare anche tutte quelle riflessioni, approfondimenti di autori che abbiamo conosciuto in questi anni. Quindi, oltre ai nostri saggi personali, abbiamo invitato Davide Tommaso Ferrando, che illustra lo scenario del disegno post-digitale, alcuni protagonisti di esperienze editoriali passate come The Ship (Marco Provinciali) e San Rocco (Ludovico Centis), oltre a Saul Marcadent, il quale sta portando avanti allo Iuav una ricca stagione di eventi e momenti di scambio sui temi di editoria, moda, architettura.

CARNETS - Architecture Is Just a Pretext (Anteferma, Venezia 2019)
CARNETS – Architecture Is Just a Pretext (Anteferma, Venezia 2019)

Ora che è stato pubblicato, quali sono i prossimi obiettivi?
Abbiamo intrapreso una sorta di “tour europeo” del progetto, in luoghi accademici e non. Di recente siamo stati a Versailles, alla Facoltà di architettura, quindi a Berlino, ospiti di un centro culturale di arte e architettura. Naturalmente abbiamo presentato il nostro lavoro a Venezia, dove viviamo e dove tutto è nato, in un bellissimo posto che non smette di alimentare queste esperienze editoriali e di ricerca [Magwall @Declare, N.d.R.] Abbiamo in programma altre date per gennaio e febbraio, ci teniamo molto a viaggiare con il nostro libro.

Perché?
Parlarne di persona è l’aspetto che più ci interessa: la condivisione fisica è stata un fondamento del progetto, anche nel biennio del suo svolgimento. E, specialmente, in uno scenario in cui ricerche analoghe stanno avvenendo solo in una dimensione digitale.

Come potrà evolvere questa esperienza?
In questi due anni abbiamo vissuto una metamorfosi sia individuale che collettiva, già il fatto di affrontare la pubblicazione di un libro fa parte secondo me di una coscienza di noi molto diversa dalle premesse di partenza di Carnets. Tuttavia i temi che sono stati sprigionati dal percorso, l’atteggiamento di proporci come un “osservatorio” che analizza le dinamiche in corso, secondo un proprio modo di interrogare il panorama esistente, con l’obiettivo di illustrare possibili nuove traiettorie per concepire cosa vuol dire ‘fare architettura’ oggi sono input che crediamo possano condurre verso altre esperienze.

Valentina Silvestrini

CARNETS – Architecture Is Just a Pretext
Anteferma, Venezia 2019
Pagg. 224, € 30
ISBN 9788832050479
www.anteferma.it

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.