A poche settimane dalla riapertura, abbiamo visitato il nuovo Norton Museum of Art di Palm Beach, in Florida, progettato da Norman Foster.

A due passi dalla spiaggia, circondato dalle palme e dalle luminose architetture del primo Novecento tipiche di questa zona della Florida, il Norton Museum of Art di Palm Beach è un’oasi di bellezza e cultura. Fondato nel 1941 per ospitare la collezione di arte moderna e contemporanea del businessman Ralph Hubbard Norton e di sua moglie, Elizabeth Calhoun Norton, il museo ha avviato nel 2016 un radicale intervento di ristrutturazione e ampliamento, affidato all’architetto inglese Norman Foster.
A poche settimane dalla riapertura, mentre i lavori si avviavano al completamento, armati di elmetto e attrezzatura di sicurezza, abbiamo visitato il cantiere e immaginato il nuovo museo che aprirà le porte il 9 febbraio con una fitta programmazione di mostre ed eventi.
L’edificio originale, progettato da Marion Sims Wyeth, lo stesso architetto che aveva firmato Mar-a-Lago, aveva già subito una significativa trasformazione nel 2001, quando lo spazio espositivo era stato più che raddoppiato grazie all’aggiunta di una nuova ala progettata da Chad Floyd di Centerbrook Architects. Ma, negli anni, una collezione in continua crescita e un mutato contesto urbano avevano reso necessario un ripensamento generale del museo, dei suoi spazi e del suo rapporto con la città.
Nel 2011 il museo ha deciso un nuovo intervento di ampliamento e nel 2016 la trasformazione a opera di Foster + Partners ha avuto inizio. Oggi gli oltre 26mila metri quadrati del nuovo campus si arricchiscono di una nuova ala, un giardino delle sculture, un auditorium, un ristorante e un ingresso ricentrato rispetto alla nuova planimetria, per un costo complessivo di 100 milioni di dollari.
Il Norton era diventato più grande della sua stessa casa”, ci ha spiegato la direttrice del museo Hope Alswang. “I nostri curatori avevano iniziato a organizzare mostre speciali e sempre più grandi e il dipartimento didattico proponeva molti programmi in concomitanza con queste mostre, oltre a intraprendere attività di divulgazione specialistica rivolta alla comunità. L’edificio non era più adeguato a servire la comunità come merita, né alle ambizioni del museo. L’espansione ha aumentato lo spazio espositivo del 35%, raddoppiato gli spazi dedicati alla didattica e creato luoghi per incontri che consentono ai visitatori di stare insieme e rilassarsi. Con l’espansione il Norton è diventato davvero un edificio del XXI secolo”.

The J. Ira and Nicki Harris Family Colonnade with Sunburst III by Harry Bertoia at right, view of garden looking west, Norton Museum of Art, designed by Foster + Partners. Image courtesy of Foster + Partners
The J. Ira and Nicki Harris Family Colonnade with Sunburst III by Harry Bertoia at right, view of garden looking west, Norton Museum of Art, designed by Foster + Partners. Image courtesy of Foster + Partners

L’EDIFICIO

Sviluppandosi in larghezza più che in altezza e cercando una continua comunicazione con l’esterno, il rinnovato edificio vuole essere un luogo di socialità, punto di incontro per la comunità locale, in relazione fluida con il paesaggio circostante.
Tutti i nostri programmi sono rivolti alla comunità locale e oltre. Siamo, nell’anima, un museo di comunità, tanto quanto siamo leader nell’ambito museale. Ogni anno la nostra programmazione didattica, che comprende conferenze sulle mostre, attività per famiglie e sensibilizzazione post-scolastica, coinvolge tra i 12mila e i 15mila studenti. Inoltre, il Norton presenta una vasta gamma di attività e intrattenimento culturale e artistico, tra cui serie di film e spettacoli di compagnie di danza, compagnie teatrali, poeti e tutte le forme di musica, da DJ set a ensemble classici, jazz e altro ancora”.
I muri esterni dell’edificio sono trattati con stucco di cemento Portland verniciato, un’applicazione tradizionale in Florida. Disegnate da listelli di alluminio che seguono il perimetro dell’edificio aggiungendo volume e ombre, fasce orizzontali alte circa un metro e mezzo creano una serie geometrica che collega l’esterno con l’interno e fornisce i riferimenti per l’allineamento di pavimenti, finestre, porte e soffitti.
A dispetto della mole e dell’ampia metratura, l’edificio di due piani non punta sull’imponenza ma risulta leggero, luminoso, penetrabile, recuperando l’estetica dell’edificio originale, pur reinventandone la logica. Se, infatti, l’ingresso originale era sul lato spiaggia, la trasformazione della viabilità urbana e delle arterie di comunicazione ha imposto una ricollocazione dell’ingresso su quello che in passato era il lato posteriore del museo. Ne è derivato un ripensamento complessivo degli spazi, concepito per una fruibilità indipendente dalle aree espositive. Affacciata su un ampio prato da cui svetta un folto baniano di ottant’anni, a cui l’architettura di Foster fa spazio “ritagliando” la pensilina metallica che sovrasta l’ingresso, le due porte aprono su foyer e reception hall, da cui si accede a teatro, caffetteria, ristorante e sale per eventi, che occupano la parte anteriore dell’edificio, consentendo l’apertura e la fruizione di questi spazi anche quando le gallerie sono chiuse.
Superata quest’area si entra nelle gallerie, alcune delle quali fanno parte dell’edificio preesistente, ormai del tutto integrato nell’architettura progettata da Foster. Sull’ampliata superficie espositiva, troveranno spazio le oltre 7mila opere che compongono una collezione specializzata soprattutto in arte europea, americana e cinese, oltre che le mostre temporanee ospitate dal museo e, per la prima volta, un nuova galleria dedicata alla fotografia. Qui la planimetria conserva la morfologia e l’orientamento dell’edificio originale: le gallerie si sviluppano intorno a un cortile interno, un chiostro silenzioso, quasi un giardino segreto in cui concedersi un momento di quiete e riposo.
Nella parte sud del museo, alle gallerie corre parallela una hall completamente vetrata e affacciata su un giardino raccolto che, tra piante subtropicali, ospiterà tredici sculture, tra cui lavori di Keith Haring, Fernand Léger, George Rickey, Mark di Suvero, Tom Otterness. Accessibile anche dall’esterno e in comunicazione diretta con il tessuto urbano, questo sculpture garden è il primo giardino pubblico mai progettato da Foster e sarà aperto al pubblico per eventi, performance e proiezioni.

The Pamela and Robert B. Goergen Garden at the Norton Museum of Art, looking east, designed by Foster + Partners. Image courtesy of Foster + Partners
The Pamela and Robert B. Goergen Garden at the Norton Museum of Art, looking east, designed by Foster + Partners. Image courtesy of Foster + Partners

LA RIAPERTURA

Il 9 febbraio il nuovo museo schiuderà le porte, dopo tre anni di cantiere e solo pochi mesi di completa chiusura. Per la riapertura sono in programma otto mostre. Per la serie RAW (Recognition of Art by Women), alla quale il Norton Museum of Art ha legato il proprio nome e successo dal 2011, saranno in mostra le opere dell’americana Nina Chanel Abney, il cui lavoro esplora questioni di discriminazione attraverso diversi filtri, tra cui quello della razza e del genere. Con la mostra Going Public: Florida Collectors Celebrate the Norton, il museo rende invece omaggio ai collezionisti locali esponendo una cinquantina di opere in prestito da collezioni private del sud della Florida, tra cui lavori di Romare Bearden, Mary Cassatt, Nick Cave, Bruce Conner, Jean Dubuffet, Robert Henri, Roy Lichtenstein, Edward Ruscha, Kara Walker. Due delle mostre saranno dedicate alla fotografia, attingendo dalla vasta collezione permanente del Norton.
L’inaugurazione includerà anche installazioni site specific commissionate per la riapertura. Per la Great Hall l’artista Pae White ha creato un arazzo di 12 metri di larghezza e 4.5 di altezza. Integrando una sua opera preesistente installata in una delle hall del museo, l’artista newyorkese Rob Wynne ha realizzato un lavoro composto da circa 6mila pezzi di vetro versato a mano ispirati al sole, al surf e alla vita marittima, che sarà collocato sulla scalinata che conduce i visitatori al primo e secondo piano, dove si trovano altre gallerie, un centro didattico, spazi per eventi e gli uffici del museo.
In linea con il concetto di Foster di un “museo in un giardino”, l’artista Paul Morrison ha creato un’opera site specific composta da fiori colorati di grandi dimensioni, rifiniti in foglia d’oro, che avvolge la Korman Event Room. Nel ristorante, infine, saranno proiettati lavori del fotografo e video artist Gregory Scott. Nel nuovo spazio didattico troverà posto un’esposizione che mette in luce il talento degli studenti delle scuole superiori.
La programmazione dei prossimi anni” ‒ ha commentato ancora la direttrice ‒ “sfrutta tutti gli spazi comuni creati dal nuovo progetto e interessa tutto l’edificio, compreso il giardino. Inoltre, grazie al nuovo edificio, trovano spazio nelle gallerie molti più pezzi della collezione permanente: mai prima d’ora siamo stati in grado di esporre così tante opere”. E la collezione continua a crescere. Come ha spiegato Hope Alswang, infatti, in concomitanza con la decisione di espandere il museo, il Norton ha creato la 21st Century Society con la missione di acquisire donazioni di opere del livello di quelle della collezione del fondatore Ralph Norton: “La 21st Century Society è stata lanciata nel maggio 2016 con l’acquisto di “Super Blue Omo” di Njideka Akunyili Crosby da parte di Irene e Jim Karp. Alla fine della campagna, la 21st Century Society ha assicurato al museo più di 230 opere d’arte, tra cui dipinti, disegni, sculture, ceramiche e fotografie di artisti, tra cui opere di Gilbert & George, Thomas Hart Benton, Richard Diebenkorn, Njideka Akunyili Crosby, Rineke Dijkstra, Olafur Eliasson, Theaster Gates, Jenny Holzer, Donald Judd, Anish Kapoor, Anselm Kiefer, Jeff Koons, Dorothea Lange, Louise Nevelson, Pipilotti Rist, Kiki Smith, Wayne Thiebaud e Irving Penn”.

Maurita Cardone

www.norton.org

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.

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