I concorsi? Solo se truccati

Non è plausibile che uno Stato civile, per realizzare le sue opere pubbliche, eviti i concorsi di architettura. Per farli basta selezionare tre o cinque progettisti tra coloro che sono interessati, affidare loro il compito di elaborare una proposta, scegliere la migliore, affidare l’incarico.

Concorsi pubblici

I concorsi di architettura sono uno spreco di tempo? No, se l’attività diventa una prassi regolare e regolata, svolta da uffici preposti. Maggiori costi? No, perché pagare da tre a cinque progetti incide in modo trascurabile sul costo finale dell’opera, mentre invece avrebbe benefici sensibili sul piano della qualità.
In Francia, dove da tempo vige l’abitudine, i risultati ci sono e si vedono. Ma da noi fare concorsi è una condizione necessaria ma non sufficiente; mai a prova di bufale. Come ci insegnano le vicende universitarie, infatti, non è detto che da una gara esca il migliore. E non solo perché molte sono palesemente truccate, ma anche perché da noi vige un residuo di cultura vetero-sovietica che ha fatto teorizzare il concorso pilotato: consiste nel predisporre un certo tipo di risultato scegliendo tra i giurati persone, anche di specchiata buona fede, che appartengono alla stessa cerchia culturale del predestinato.
L’amministrazione, teorizzano gli assertori del concorso pilotato con la segreta speranza di esserne i beneficiari, ha pur il diritto di scegliere la propria linea culturale e di nominare i commissari che più gli aggradano. Certo, ma in questo modo è inutile fare il concorso. Anzi, sarebbe meno vergognoso l’affidamento diretto, perché l’amministrazione dovrebbe così almeno giustificare la propria scelta senza trincerarsi dietro la foglia di fico di una commissione di gara.

RISCO architects & Vittorio Gregotti - Cultural Centre Belém - 1993 - Lisbona

E allora? Dobbiamo avere il coraggio di sostenere che ogni concorso dev’essere imprevedibile: quindi giudicato da personaggi estranei alle beghe locali e di orientamenti culturali tra loro decisamente diversi. Certo, in questo modo correremo il rischio che a vincere qualche volta sia un gregottiano e qualche altra un portoghesiano (dico per dire, tanto per fare l’esempio di due tipi di approccio che culturalmente mi repellono). Pazienza. La volta successiva sarà la stessa imprevedibilità che ci garantirà un buon progetto. Invece per adesso, le poche volte che i concorsi si fanno, abbiamo solo risultati che possono essere previsti in anticipo in base al manuale Cencelli della politica amministrativo-culturale. Con un margine di errore trascurabile.

Luigi Prestinenza Puglisi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #3

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Luigi Prestinenza Puglisi
Luigi Prestinenza Puglisi (Catania 1956). Critico di architettura. Collabora abitualmente con Edilizia e territorio, The Plan, A10. E’ il direttore scientifico della rivista Compasses (www.compasses.ae) e della rivista on line presS/Tletter. E’ presidente dell’ Associazione Italiana di Architettura e Critica (www.architetturaecritica.it ). E’ il curatore della serie ItaliArchitettura (Utet Scienze Tecniche). Da non perdere la sua Storia dell’architettura del 1900 che appare a puntate sul sito www.presstletter.com . Tra i libri: Rem Koolhaas, trasparenze metropolitane, Testo&Immagine ,Torino 1997. HyperArchitettura, Testo&Immagine , Torino 1998 e Birkhäuser, Basilea 2008 ( HyperArchitecture). This is Tomorrow, avanguardie e architettura contemporanea, Testo&Immagine , Torino1999. Zaha Hadid, Edilstampa, Roma 2001. Silenziose Avanguardie, una storia dell’architettura: 1976-2001, Testo&Immagine , Torino 2001. Tre parole per il prossimo futuro, Meltemi, Roma 2002. Introduzione all’architettura, Meltemi, Roma2004. New Directions in Contemporary Architecture, Wiley, Londra 2008. Breve Corso di scrittura critica (Lettera 22, Siracusa 2012)