Rendere accessibili i musei non significa soltanto abbattere le barriere architettoniche
Finanziato dal PNRR all’interno della Scuola Nazionale del Patrimonio e delle Attività Culturali, Personeper si occupa di accessibilità culturale. Anna Chiara Cimoli e Domenico Sergi, che per il progetto hanno curato tre libri, ci hanno raccontato le loro scelte e le questioni aperte sul tema
Cosa ci ha lasciato la parentesi dei finanziamenti PNRR destinati a migliorare l’accessibilità al patrimonio culturale? Lo abbiamo chiesto ad Anna Chiara Cimoli e Domenico Sergi, curatori di una collana editoriale nata all’interno dell’articolato progetto Personeper della Scuola Nazionale del Patrimonio e delle Attività Culturali.

Intervista ad Anna Chiara Cimoli e Domenico Sergi sui libri di Personeper
Come e quando è nata l’idea dei tre volumi e la scelta degli ambiti da affrontare?
L’idea è nata nell’ambito del progetto Personeper. Accessibilità nei luoghi della cultura, un progetto molto articolato, composto da una serie di momenti di formazione e disseminazione, rivolto a chi lavora nelle istituzioni culturali – in particolare musei, biblioteche, archivi, parchi archeologici. L’obiettivo del progetto era quello di diffondere una visione dell’accessibilità quanto più trasversale e ampia possibile, al di là di quegli specialismi che a volte la fanno percepire come un elemento “aggiuntivo” rispetto all’offerta dell’istituzione e non, invece, come un elemento di metodo centrale e, quindi, necessariamente condiviso da tutte le figure professionali che operano entro l’istituzione.
Quindi, a che punto è oggi il discorso sull’accessibilità?
Come dice il Presidente della Scuola Nazionale, Gerardo Villanacci, “fino a pochi anni fa, il tema dell’accessibilità era associato prevalentemente al superamento delle barriere fisiche. Oggi il dibattito si è ampliato e ci invita a riflettere sul ruolo che musei, archivi, biblioteche, parchi archeologici e istituzioni culturali possono svolgere nella vita delle comunità, come luoghi di partecipazione, inclusione e pieno esercizio della cittadinanza culturale. Con il piano di formazione Personeper la Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali ha accompagnato questo cambiamento, investendo nelle competenze di chi opera quotidianamente nei luoghi della cultura. La collana si inserisce in questo percorso con l’obiettivo di consolidare e mettere in rete le esperienze e le riflessioni, contribuendo a rendere l’accessibilità una dimensione strutturale e permanente delle pratiche culturali del nostro Paese, anche in sintonia con la visione del Piano Olivetti per la cultura“.
Allora come avete impostato il vostro lavoro?
Abbiamo deciso di impostare i tre volumi non a partire da tassonomie – accessibilità linguistica, cognitiva, fisica… – né dal profilo delle diverse istituzioni, ma intorno a macro-temi trasversali. Dal punto di vista concettuale e metodologico, infatti, abbiamo convenuto sull’importanza di considerare i luoghi della cultura come un insieme organico, chiamato ad armonizzare terminologie, sguardi e prospettive, pur nel rispetto delle diverse missioni e della specificità di ciascuno. Abbiamo quindi studiato un’architettura che prevedesse un saggio iniziale di chi ha curato ciascun volume, una serie di interventi di persone esperte, traduzioni di saggi e, infine, una sezione di interviste a community members.
Personeper tra PNRR e sguardo verso l’estero
Come il grande e ambizioso progetto di accessibilità del patrimonio, possibile grazie ai fondi PNRR, ha cambiato l’approccio alla tematica o meglio a quella che dovrebbe essere una vera e propria nuova cultura?
Personeper, nel suo insieme, ha avuto il merito di affrontare l’accessibilità nei luoghi della cultura non come una serie di interventi occasionali o emergenziali, ma come un processo strategico, strutturato e coordinato, che mette la ricerca e la formazione al centro. In questo senso il progetto ha cercato di rendere accessibile lo stesso approccio all’accessibilità, riconoscendo che le istituzioni culturali si trovano in condizioni strutturali molto diverse tra loro, operano in contesti geografici, economici e sociali differenti, e si rivolgono a pubblici con esigenze non sovrapponibili. Da qui la consapevolezza, maturata lungo tutto il percorso, che non possa esistere una soluzione valida per tutti – nessun approccio univoco, buono in ogni circostanza – ma che ogni istituzione debba costruire il proprio percorso a partire dalle proprie condizioni concrete, avendo però come bussola un metodo e una visione condivisi. Le esperienze raccolte nei tre volumi vanno in questa direzione: non si limitano a enunciare princìpi generali, ma entrano nel merito, offrendo suggerimenti operativi e concreti su come rendere accessibili, passo dopo passo, le diverse realtà culturali.
Lo studio e il paragone con esempi, modelli e buone prassi anche stranieri, ha evidenziato uno o più caratteri peculiari italiani nel nostro agire?
Ci sembra problematico ragionare per ambiti geografici, anche se certamente esistono territori che per sensibilità culturale, storia sociale e politica, flussi economici di vario tipo hanno potuto coltivare una particolare apertura e capacità di ricerca e sperimentazione; i viaggi-studio organizzati nell’ambito di Personeper hanno permesso di conoscere alcune di queste realtà. Ci sembra emergere piuttosto un paesaggio molto discontinuo, in cui sono le singole istituzioni, ovunque esse siano, a decidere o meno di impegnarsi nell’acquisizione di strumenti per una più vasta accessibilità, sapendo che la trasformazione è un processo lungo, complesso, che deve toccare tutte le professioni e i livelli, non esauribile in azioni cosmetiche o “iper-locali” ma chiamato a riguardare, appunto, tutta l’istituzione. Ciò detto, certamente, speriamo che le pratiche internazionali raccontate nei volumi – anche dalle voci di chi le ha disegnate – possano contribuire a una circolazione più vasta di modelli e di strumenti.

Il futuro dell’accessibilità culturale
Quali i prossimi passi da fare al fine di nutrire costantemente questa pacifica rivoluzione?
Lo spirito rivoluzionario coglie bene l’energia necessaria, oggi, per rendere i luoghi della cultura pienamente accessibili. Ci sembra utile leggere questo processo come la battaglia per un diritto finora negato. Costruire una cultura dell’accessibilità significa infatti comprendere che rendere accessibili i luoghi della cultura è, prima di tutto, una questione di democrazia culturale, da attuare al pari di altri diritti, come quello di cittadinanza, in quanto condizione necessaria per una vita pienamente integrata nella società. La responsabilità di ciascuna persona deve essere posta al centro di questo processo di trasformazione culturale, a più livelli.
Come?
C’è innanzitutto una dimensione di vita quotidiana: l’accessibilità va portata al centro delle discussioni di ogni giorno, perché deve diventare responsabilità di tutte e tutti, e non di uno specialismo isolato. C’è poi una dimensione professionale: ognuno, nel proprio ambito di competenza, deve continuare a sollecitare le istituzioni affinché questi principi vengano concretamente attuati. Infine, a livello di policy, un passo fondamentale in un futuro speriamo prossimo ci sembra quello di non ripartire da zero, ma di utilizzare le valutazioni prodotte nell’ambito di Personeper come base solida da cui muovere ulteriori passi avanti, costruendo a partire da ciò che è già stato sperimentato e verificato.
Annalisa Trasatti
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