La moda italiana come Patrimonio dell’UNESCO? Una scelta politica oltre che culturale
Con la scomparsa di Armani e Valentino si è chiusa un’epoca. Quella in cui la moda italiana si è affermata, non solo come settore economico, ma come sistema culturale che, in quanto tale, merita il doveroso riconoscimento
Dopo la morte degli ultimi due grandi nomi Armani e Valentino, la moda italiana deve candidarsi a patrimonio culturale immateriale UNESCO. C’è un momento in cui un sistema non può più nascondersi dietro ai nomi e, per la moda italiana, quel momento è arrivato.
Con Armani e Valentino, si chiude un’epoca della moda italiana
Con la morte di Giorgio Armani nel 2025 e di Valentino Garavani nel 2026 non si è chiusa solo una stagione creativa. Si è chiuso un assetto culturale. Una generazione di fondatori che ha retto, da sola, il peso simbolico dell’intero sistema: progetto, industria, identità nazionale, racconto internazionale. Finché c’erano loro, la domanda poteva essere rimandata. Ora no.
Il punto non è il lutto. Il punto è il vuoto di riconoscimento che emerge quando i padri non ci sono più. Per decenni la moda italiana ha vissuto di un equivoco conveniente: essere trattata come settore economico mentre agiva, nei fatti, come sistema culturale. I numeri hanno funzionato da anestetico. E sono numeri imponenti. Secondo ISTAT, il sistema moda vale oltre 110 miliardi di euro, impiega più di 600 mila addetti e supera i 70 miliardi di export, costituendo una delle principali voci attive della bilancia commerciale nazionale. Tutto vero. Ma non sufficiente.
Il valore strutturale della moda italiana
Perché il valore reale della moda italiana non è solo economico. È strutturale, incorporato, non delocalizzabile. Sta nei saperi, nelle competenze, nei gesti, nella relazione tra progetto e produzione. Sta in ciò che, una volta perso, non può essere ricostruito né con capitali finanziari né con accelerazioni tecnologiche.
È esattamente questo che la Convenzione del 2003 dell’UNESCO definisce patrimonio culturale immateriale: pratiche, conoscenze, saperi riconosciuti dalle comunità come parte della propria identità. Se osservata nelle sue filiere, nei distretti, nei laboratori e nelle scuole, la moda italiana risponde pienamente a questa definizione. Eppure, continua a esserne esclusa. Non per mancanza di requisiti, ma per assenza di volontà politica.
Gli effetti negativi dell’aver trattato il Made in Italy come brand e non come bene culturale
La scomparsa dei grandi maestri ha reso visibile anche ciò che per anni si è preferito ignorare. Le indagini giudiziarie sui laboratori a gestione cinese inseriti nelle filiere del lusso – tra Lombardia, Toscana ed Emilia-Romagna – hanno mostrato un sistema di subfornitura opaco, fatto di sfruttamento del lavoro, violazioni contrattuali, compressione sistematica dei costi. Non deviazioni marginali, ma effetti strutturali di una filiera trattata esclusivamente come industria, mai come bene culturale.
Qui il nodo è politico, non morale. Quando una filiera non viene riconosciuta come patrimonio, viene governata solo da tempi, prezzi e margini. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il Made in Italy sopravvive come marchio, mentre si consuma il capitale culturale che lo rende credibile.
All’estero la moda italiana è già da tempo percepita come patrimonio culturale
Eppure, è l’audiovisivo a raccontare ciò che le istituzioni faticano a riconoscere. Il film dedicato a Brunello Cucinelli, insieme ai documentari su Giorgio Armani, Valentino Garavani e Gianni Versace, hanno trovato un pubblico vasto sulle grandi piattaforme internazionali – Netflix, Prime Video, Sky. Non è semplice fascinazione per il lusso. È riconoscimento culturale. Questi prodotti funzionano perché raccontano una civiltà del lavoro, un’etica della produzione, un’idea di tempo e qualità che il pubblico globale percepisce come distintiva. La moda italiana, fuori dall’Italia, è già vista come patrimonio culturale. Il paradosso è che questo riconoscimento arriva dalle piattaforme globali, non dallo Stato che quel patrimonio lo ha generato.
Riportare la moda italiana alle origini del fatto bene, del lavoro qualificato, della responsabilità territoriale non è nostalgia. È strategia industriale di lungo periodo. Gli stessi dati ISTAT mostrano che le imprese che investono in qualità, tracciabilità e competenze sono più resilienti, trattengono valore sul territorio e mantengono posizionamenti competitivi più stabili.
La moda italiana un “fatto culturale” che produce economia
Per questo la candidatura della moda italiana a patrimonio culturale immateriale UNESCO non è un’operazione simbolica. È una scelta politica necessaria. Serve a vincolare il futuro, non a proteggere il passato. A riconoscere che esiste un valore inestinguibile e inestimabile nella filiera quando funziona come comunità di saperi e non come catena opaca di subfornitura. Dopo Armani e Valentino non servono nuovi miti. Serve una decisione. Continuare a trattare la moda come una voce di bilancio, o riconoscerla finalmente per ciò che è sempre stata: un fatto culturale che produce economia, non il contrario.
Il percorso per il suo riconoscimento come patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’UNESCO può rappresentare un punto di svolta fondamentale per riconoscere il valore della manifattura italiana e darle, nel contempo, responsabilità nel tutelare quel valore, senza il quale tutto crolla e i numeri, purtroppo, ne daranno la definitiva certificazione. Tutto ciò può essere evitato, basta volerlo. Non serve uno slogan pubblicitario ma scelte concrete e tangibili.
Angelo Argento
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