Mille artisti in uno. Intervista a Daniele Formica

Nel nuovo appuntamento con la sua rubrica Studio Visit, il curatore Saverio Verini intervista il giovane artista Daniele Formica, per approfondire la sua pratica eclettica che ribalta la gerarchia della riconoscibilità

È nato in Italia, ma nel suo paese d’origine non ha ancora mai esposto. L’irrequietezza che, neanche ventenne, lo ha portato in Olanda è la stessa che si può trovare nelle sue opere. Daniele Formica (Perugia, 1995) è un artista iperattivo: pensiero e azione vanno di pari passo nel suo lavoro, come un flusso inarrestabile di coscienza e gesto. Ne nascono interventi alimentati da un eclettismo pantagruelico, che si riflette anche sulle tecniche: disegno, video, pittura, performance, scultura e scrittura sono impiegate con grande disinvoltura da Formica, dando corpo a una pratica nella quale coesistono vitalità e traumi, fibrillazione e riflessone introspettiva. Più che da sentimenti sedimentati, le opere dell’artista sembrano essere generate da intuizioni momentanee: forse è per questo che, osservando il suo lavoro, si ha la sensazione che a regnare nella testa di Formica sia una feconda incertezza.

Daniele Formica, June Art Fair Installation
Daniele Formica, June Art Fair Installation

Intervista a Daniele Formica

Nella tua pratica convivono anime diverse, come se dietro alle opere ci fosse un’autorialità collettiva e non immediatamente identificabile. Da dove nasce questa felice “dissociazione” artistica?
Il concetto di persona mi ispira e fa adirare allo stesso tempo. Come faccio a considerarmi la stessa persona quando bevo un caffè, voto o faccio sesso? Nome, leggi, fisico, linguaggio, memoria, capitale, materiali, connessioni, emozioni, sentimenti e idee: l’arte è la possibilità di trasformarmi in quello che penso e sento in determinati momenti; di reinterpretare e ricomprendere facendo esperienza del processo di significazione della vita e della persona. Questa proto-performance nasce proprio per ripensarmi verso un trascendentale e continuo miglioramento. Per esempio, nel 2022, su una busta di carta dal mercato di piazza Vittorio a Roma, scrissi la lista “IO NON SONO […]”, sottolineando la fuggevolezza dell’identità quando ci si impegna a pensare di dire ciò che veramente si è.

In un sistema dell’arte che spesso invoca immediata riconoscibilità, la tua posizione sembra piuttosto controcorrente. Quali sono i limiti e le opportunità che derivano da questa attitudine?
Sono interessato a utilizzare l’arte proprio per smontare la familiarità con la quale si conquista il circostante, posizionandomi contro la strumentalizzazione della facilità, che automaticamente porta al conformismo. Questo può causare difficoltà nel coinvolgere chi non conosce a fondo il mio lavoro, e come artista emergente posso contare su pochi sostenitori. Promuovere il mio lavoro è una sfida, perché quello che faccio è difficile da verbalizzare sinteticamente, ma in ciò ho potuto contare sul supporto di Ellen De Bruijne, una delle gallerie più riconosciute in Olanda, dove nel 2021 ho avuto la mia prima mostra personale, Boys by the pool. È una collaborazione che va ancora felicemente avanti.

La molteplicità di tecniche e mezzi espressivi lascia intendere un orizzonte di riferimenti piuttosto largo. Quali sono – per così dire – le tue fonti d’ispirazione?
Il mio orizzonte di riferimenti è largo perché vivo, mutabile, come un paesaggio o una volta celeste: nuove nozioni ed esperienze permettono di approfondire e tessere spontanee connessioni con ciò che ho appreso precedentemente, cambiando la forma del sapere, l’ordine di pensieri e idee. Per esempio, la serie Le Pause (2025) è scaturita, tra altri riferimenti, da letture sul corpo e sulla danza contemporanea, in particolare di Steve Paxton, e dai concetti di esperienza pura e di nulla nel buddismo Zen. Quindi, ispirato ulteriormente dal testo Il farmaco di Platone di Jacques Derrida, dove l’impermanenza della trasmissione orale e la sostanza della forma scritta vengono lette nelle loro influenze sul sapere umano, ho cercato di combinare danza e coreografia con il segno e la sua evanescenza, fra impermanenza e traccia, imprimendo il mio corpo in una successione di pose su tele semitrasparenti.

Quale deriva ti spaventa di più del fare arte?
Tutto mi spaventa e ispira. Più di ogni cosa, temo di diventare arrogante e cinico, perdendo passione e curiosità. Per quello che riguarda la mia pratica, evito di ripetere lavori che non siano necessari, specialmente quando ho concluso una sequenza di riflessioni. Non mi piace tornare indietro, almeno finora, e preferisco spostarmi altrove, aggiungendo e andando verso pensieri nuovi.

La tua formazione artistica è avvenuta integralmente all’estero. Come mai hai scelto di lasciare l’Italia subito dopo la scuola?
Sono nato a Perugia quasi per caso. Lì sono cresciuto sognando nei vicoli stretti e bui, sotto le arcate di chiese e palazzi che s’innalzano screpolati, sentendomi oppresso, insicuro e confinato. Già durante il liceo volevo fuggire, e restare in Italia non era sufficientemente lontano. È stata una fuga per cause socioculturali più che economiche. Non volevo restare, non mi piaceva il modo in cui pensavano le persone intorno a me. Amo sentirmi straniero, non appartenere, allontanarmi e vedere dov’ero da nuovi punti di vista, allargando il mio orizzonte biografico.

Ti piacerebbe tornare in pianta stabile?
Mi piace guardare il tutto da lontano, come fossi tra le stelle. Il paese continua a vestirsi di antichi cimeli per farsi bello e nascondere le deformità umane della sua anima bugiarda. Sulle pianure nordeuropee si respira l’attesa di un miracolo che viene piano, troppo piano, e che forse non ti raggiunge mai. Il mio viaggio alla scoperta non è ancora finito.  In futuro tornerò a pagare le tasse in Italia così da sentirmi più partecipe?

Qual è l’opera da te realizzata alla quale ti senti più attaccato?
La massa di disegni (2025) è una scultura fatta con miei disegni, schizzi e appunti su carta (prodotti tra il 2010 e il 2025) che ho strappato minuziosamente e ridotto in una poltiglia grigia con dei frullatori da cucina aggiungendo acqua. Successivamente ho pressato questa poltiglia in una scatola di cartone per traslochi, che si è deformata per il peso, dando stampo a uno strano blocco grigio che lentamente si è essiccato. Quello che mi piace di questa opera è la compressione analogica di informazione, pensieri e idee di una vita, che diventano irreperibili ed essenzialmente ridotti alle loro dimensioni fisiche di massa, peso, volume e densità. Suggerisce di dare attenzione alla vita e all’arte in termini “quantitativi”.

Puoi raccontare un progetto a cui stai lavorando o che tieni nel cassetto e vorresti realizzare?
C’è una piccola incudine a casa di mia nonna. Apparteneva al mio bisnonno, che faceva coperchi per pentole coi barili contenenti combustibile per areoplani durante la guerra. C’è una poltrona nella camera da letto di mia madre, dove dice di avermi allattato. C’è un mattoncino di fango fatto da un bambino, su cui ha inciso le sue iniziali. Ci sono i giochi del gatto, una Fiat Cinquecento rossa impolverata, e tanti altri oggetti, muti e parlanti, in una stanza immaginaria dove il domestico e il simbolico si intrecciano, astraendo la narrazione di una vita e delle sue cosmiche possibilità. La stanza potrebbe essere un cassetto, un teatro della memoria, o forse esiste davvero, da qualche altra parte nello spazio-tempo.

Rewritinng Trio A, 2025, screenshot
Rewritinng Trio A, 2025, screenshot

Chi è Daniele Formica

Daniele Formica è nato nel 1995 a Perugia. Nel 2015 si è trasferito a L’Aia, in Olanda per studiare all’Accademia Reale di Belle Arti (KABK), dove si è diplomato nel 2019 ricevendo il Premio di dipartimento. Nello stesso anno fonda Hgtomi Rosa (realtà attiva fino al 2024), che studia e realizza esperimenti collettivi che riguardano il processo artistico e le modalità attraverso cui viene presentato. Dal 2021 è rappresentato dalla galleria EDB Projects di Amsterdam, dove ha tenuto due mostre personali, Boys by the pool (2021) e Lonely Legionnaires (2024). Nel 2022 è tra i fellow del programma di studi CASTRO, a Roma, mentre nel 2024 è in residenza a St.A.i.R. (Styria Artist in Residence), in Austria. Sempre nel 2024 ha esposto in Belgio, alla galleria Fred&Ferry di Anversa, e ha partecipato a fiere d’arte olandesi e internazionali come June art fair (2025) a Basilea, in Svizzera. Attualmente sta lavorando a una mostra personale in dialogo con opere di Joseph Beuys, che inaugurerà al Museum Schloss Moyland di Kleve, in Germania, nel 2026.

Saverio Verini

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Saverio Verini

Saverio Verini

Saverio Verini (Città di Castello, 1985) è ideatore e curatore di progetti espositivi, festival, cicli di incontri legati all’arte e alla cultura contemporanea. Ha collaborato con istituzioni quali La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, l’Accademia Nazionale di San Luca,…

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