Nel Consolato d’Italia in Brasile un murale riscrive la storia della nostra emigrazione. Il racconto dell’artista e della curatrice
Nella futura sede del Consolato Generale d’Italia a Porto Alegre, Hanna Lucatelli ha firmato un’opera monumentale che mette al centro una figura rimasta ai margini del racconto dell’emigrazione: la donna. Abbiamo intervistato l’artista e la curatrice Giulia Lavinia Lupo
A Porto Alegre, sulla facciata della futura sede del Consolato Generale d’Italia nel Rio Grande do Sul, Hanna Lucatelli (San Paolo, 1990) ha realizzato MADRE, inaugurato il 24 marzo: un murale alto 45 metri e largo 9 che affronta un tema carico di memoria senza trasformarlo in una celebrazione prevedibile. L’ho incontrata insieme alla curatrice Giulia Lavinia Lupo, che ha accompagnato il progetto, e fin dai primi scambi è apparso chiaro che l’opera nasce da un’esigenza precisa: sottrarre il racconto dell’emigrazione italiana al suo asse più consueto. Al centro non c’è l’uomo del lavoro, della fondazione, della genealogia patriarcale, ma la donna. La madre che attraversa, custodisce e trasmette lingua, memoria, abitudini, fede, forza.

Le donne viste da Hanna Lucatelli
Lucatelli lavora da anni sulla presenza femminile nello spazio urbano. Nei suoi murali le donne non sono figure decorative né allegorie passive, ma presenze capaci di cambiare l’energia di un luogo. In MADRE questa ricerca incontra una memoria collettiva ancora fortissima nel Sud del Brasile, dove l’eredità italiana continua a essere parte viva dell’identità culturale.
Intervista a Hanna Lucatelli
Nel tuo lavoro la figura femminile ritorna come una presenza forte, ma mai stereotipata. Da dove nasce questa urgenza?
Nasce da una percezione molto precisa. Ero una giovane madre, cresciuta da donne forti, e nello spazio pubblico continuavo a vedere immagini femminili riduttive, spesso sessualizzate, costruite per uno sguardo maschile. Quando ho iniziato a dipingere in strada ho sentito che quello spazio mi permetteva di proporre un’altra immagine della donna. Non un modello perfetto, ma una presenza vera, con dignità, forza e complessità. Da allora il mio lavoro è diventato anche politico, perché cambiare le immagini significa cambiare l’ambiente simbolico in cui viviamo. MADRE continua questa ricerca. Volevo una donna vera, non addolcita, capace di stare sul muro con forza.
La strada, nel tuo percorso, resta il luogo decisivo. Che cosa ti offre il muro che la tela non può offrirti?
Io vengo dalla strada. La tela è arrivata dopo, soprattutto durante la pandemia, ma il muro resta il luogo in cui la pittura, per me, diventa davvero politica. Nello spazio urbano l’immagine incontra persone che non stanno cercando l’arte. Deve parlare anche a chi passa di corsa, a chi non ha strumenti teorici, a chi forse non entrerebbe mai in un museo. Per questo il mio linguaggio resta figurativo, leggibile. Mi interessa che la bellezza attiri, ma che dentro l’immagine resti qualcosa di più profondo. Ogni murale nasce in dialogo con il luogo. Non imposto un’immagine dall’esterno. Cerco di ascoltare lo spazio, la sua storia, quello che chiede.
Come sei arrivata alla figura di questa madre?
Il processo è stato intuitivo, ma non improvvisato. Ho ricevuto racconti, materiali, testimonianze sulla comunità italiana e mi ha colpito subito una cosa: quasi tutto ruotava intorno agli uomini. I nonni, i padri, il lavoro, la costruzione, la discendenza. Io invece continuavo a pensare alle donne. Nella mia esperienza sono loro, nel quotidiano, a trasmettere davvero la cultura: la lingua, le abitudini, il rapporto con la famiglia, con la religione, con la memoria. Così ho iniziato a chiedermi chi fosse quella donna che attraversava l’oceano centocinquant’anni fa, che cosa provasse, quanto coraggio servisse. Da questa domanda è emersa la figura del murale. Non volevo il ritratto di una persona precisa, ma una presenza capace di raccogliere un sentimento collettivo.
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Quanto entra in MADRE la tua esperienza personale di madre?
Entra moltissimo. Essere madre e artista è molto difficile. La maternità frammenta il tempo, mentre l’arte richiede durata, concentrazione, continuità. A volte sembra quasi impossibile far convivere le due cose. Però la maternità mi ha resa anche più vulnerabile, più aperta, più connessa alle emozioni. In MADRE c’è anche questo. La barca è piena, i figli sono presenti, eppure quella donna è sola nel compito di reggere tutto. Mi interessava proprio questa tensione: la madre come figura d’amore, ma anche di responsabilità, fatica, esposizione. E credo che la figura della madre oggi sia quasi fuori moda nell’arte contemporanea. Anche per questo sentivo il bisogno di riportarla al centro.
Giulia, come è nato il progetto e perché era importante evitare i cliché sull’emigrazione italiana?
Giulia Lavinia Lupo: È un progetto nato circa un anno fa con il Consolato Generale d’Italia a Porto Alegre. Fin dall’inizio mi era chiaro che non volevo un’operazione celebrativa in senso convenzionale. L’emigrazione italiana in Brasile è un tema fortissimo, ma è anche piena di immagini già pronte, di cliché, di narrazioni rassicuranti. Qui c’era la possibilità di affrontarlo in modo meno prevedibile e più profondo. La prima cosa che ho chiesto è stata di coinvolgere la comunità e ascoltarne le storie, senza limitarsi a usare un muro come supporto. E per me, fin dall’inizio, l’artista era Hanna. Sapevo che avrebbe potuto portare un’opera forte, libera, non illustrativa. Prima della storia ufficiale dell’emigrazione, c’è stata una donna che ha deciso di partire. Per me tutto nasce da lì.
In quest’opera volevi anche correggere un immaginario?
Sì. Non mi interessava aggiungere un’altra immagine rassicurante alla memoria dell’emigrazione italiana. Mi interessava spostare il punto di vista. Se al centro c’è una donna, cambia tutto: cambia il tono della storia, cambia il coraggio che si vede, cambia anche il modo in cui pensiamo l’eredità. La donna che parte non accompagna soltanto. Porta con sé un mondo.
Che cosa ti auguri che il pubblico senta davanti a MADRE?
Vorrei che si fermasse, anche solo per poco. Vorrei che sentisse che non sta guardando semplicemente un omaggio all’emigrazione italiana, ma una presenza umana. Una donna che regge una storia troppo grande per essere raccontata in modo semplice. E mi piacerebbe che in lei si riconoscesse non solo il passato, ma qualcosa che riguarda ancora il presente: il coraggio di attraversare, la fatica di tenere insieme, la dignità di chi rimane invisibile eppure sostiene tutto.
La ricerca di Hanna Lucatelli
La forza di MADRE sta qui: nella capacità di riattraversare una memoria collettiva da un punto di vista rimasto troppo a lungo laterale. Hanna Lucatelli non cerca il folklore, ma una verità emotiva più profonda. E la frase dipinta sul muro, “Madre della memoria attraverso l’oceano per seminare futuro”, finisce per restituire all’emigrazione non solo una storia, ma il volto umano da cui tutto è cominciato.
Antonino La Vela
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