L’eredità di Osvaldo Cavandoli raccontata dal figlio Sergio
Creatore dell’iconica “Linea”, Osvaldo Cavandoli ha segnato la storia dell’animazione europea. In questa intervista il figlio Sergio ripercorre la sua visione artistica e racconta come lo Studiocine Cavandoli continui oggi la sua eredità creativa
Pochi personaggi della nostra cultura visiva sono stati in grado di resistere allo scorrere del tempo come La Linea, la buffa creazione di Osvaldo Cavandoli, esempio eccellente di essenzialità. Autore poliedrico capace di attraversare con originalità il disegno, il fumetto e il cinema d’animazione, il “Cava” è considerato ancora oggi (a quasi venti anni dalla scomparsa) un pioniere assoluto del cartone animato italiano. Ne abbiamo parlato, in occasione di Museocity a Milano, con il figlio Sergio Cavandoli, che da tempo è impegnato a conservare e a far conoscere l’eredità del padre, aprendola soprattutto alle nuove generazioni.

Intervista al figlio di Osvaldo Cavandoli
Parto dalla domanda più semplice, ma forse la più complessa per te: chi era Osvaldo Cavandoli?
Per me era prima di tutto mio padre, una persona a cui ho voluto e voglio un bene immenso. È stato anche un amico e un maestro: mi ha insegnato il rispetto, la bontà, la determinazione. Quando decideva di fare una cosa, andava fino in fondo senza scoraggiarsi. Amava l’allegria e i giovani. In pubblico era semplice e disponibile: gli piaceva far ridere, parlare con tutti, fermarsi a disegnare o firmare autografi. Era una persona cordiale e genuina.
Qual è il tuo primo ricordo legato alla professione di tuo padre? Quando hai capito che faceva l’animatore?
Sono nato nel 1951 e mio padre già lavorava con i pupazzi animati, per cui per me è sempre stato normale vederlo tra pellicole e set. All’inizio lavorava con Ugo Moroni (in arte Ugo Gelsi) in una cantina in via Londonio, a Milano. Accompagnandolo al lavoro, gli chiedevo: “Vai in cantina?” e lui rispondeva: “Non dire cantina, di’ ufficio”. Poi si trasferì in via Giuseppe Prina 10, dove ancora oggi c’è lo Studiocine Cavandoli. Quando entravo mi sembrava il paese dei balocchi, ma mi fecero accedere solo un paio di volte perché combinavo sempre qualche guaio. Ricordo ancora il set illuminato con i pupazzi: rimasi senza fiato per la bellezza dei colori e delle luci, per l’atmosfera magica che emanava. Ho provato la stessa emozione anni dopo, entrando per la prima volta in uno studio televisivo.
Osvaldo Cavandoli pioniere dell’animazione
I primi esperimenti del “Cava” nel mondo dell’animazione risalgono a un periodo di grande fermento per questo settore – sono gli anni in cui vedono la nascita film come I Fratelli Dinamite di Nino Pagot e La rosa di Bagdad di Domeneghini. Come si inserisce tuo padre in questo clima di grande curiosità e sperimentazione?
Mio padre ha sempre amato disegnare. Già durante la guerra lavorava come grafico tecnico all’Alfa Romeo e alla CEMSA. Inoltre, realizzava vignette nello stile dei grandi umoristi dell’epoca, dedicate alla vita quotidiana nella Milano del periodo bellico: ironia, sintesi e versatilità grafica facevano già parte del suo DNA.
Nel dopoguerra, quando Milano divenne un vivace centro di scambio tra disegnatori e animatori, si inserì pienamente in quel clima effervescente di creatività e ricostruzione. Quando seppe che i fratelli Pagot cercavano disegnatori, si propose subito come collaboratore. In quello studio imparò le tecniche di animazione e assimilò lo stile cartoon di matrice disneyana, ampliando così il suo repertorio grafico e affinando le sue capacità registiche. Tra le sue principali fonti d’ispirazione figuravano i disegni di Norman Rockwell, le illustrazioni pubblicitarie americane e le vignette umoristiche de Il signore di buona famiglia di Giuseppe Novello.
Quali sono le grandi innovazioni da lui introdotte all’interno di questo mondo?
Prima de La Linea, mio padre cominciò con i pupazzi animati di Pupilandia insieme a Ugo Moroni. In Italia erano in pochi a lavorare con i pupazzi animati “a passo uno”, la tecnica che oggi è conosciuta come “stop motion”, e nessuno rivelava i propri segreti. Dovettero perciò inventarsi tutto dal nulla per le animazioni dei pupazzi, dai materiali agli espedienti tecnici per creare movimenti e inquadrature. Inoltre, non esisteva la plastica, per cui usarono legno, gomma, fil di ferro, ottone, rame. Per animare i personaggi idearono soluzioni ingegnose, come bocche e occhi magnetici intercambiabili per fargli cambiare espressione. Era un lavoro artigianale e pionieristico.
La Linea è certamente la creazione più nota del “Cava”: un personaggio universalmente riconosciuto, capace di parlare a tutti con la sua lingua incomprensibile eppure immediata, e una grafica squisitamente minimale. Da dove nasceva questo suo desiderio di sintesi?
Dopo anni di lavorazioni lunghissime con i pupazzi – medialmente quattro/sei mesi di lavoro per due minuti e mezzo di spot – voleva qualcosa di essenziale, che potesse realizzare in autonomia e in tempi più rapidi. Nacque così La Linea, un personaggio che si avvicina più al design che all’estetica disneyana, caratterizzata da molti dettagli, personaggi, fondali, eccetera. Ha voluto togliere tutto il superfluo e lavorare solo con segno e movimento. I colleghi gli dicevano che era matto: come si può animare un personaggio senza occhi, senza bocca, senza alcun dettaglio? La Linea è stata la sua sfida: dimostrare che con pochissimo si può ottenere il massimo. E direi che ci è riuscito.

Le attività di Studiocine Cavandoli a Milano
Da anni sei impegnato a mantenere viva l’eredità artistica di tuo padre, con attività di promozione, laboratori e momenti di divulgazione. Mi parli delle attività di Studiocine Cavandoli e delle vostre ambizioni in ottica futura?
Dopo la sua scomparsa, abbiamo ristrutturato e trasformato lo spazio in cui lavorò in uno studio-museo. Dal 2017 apriamo al pubblico su appuntamento con visite guidate: vogliamo far conoscere mio padre e la sua opera soprattutto ai più giovani, attraverso attività con le scuole secondarie di primo e secondo grado, accademie come l’Accademia di Brera, istituti di moda e grafica. In questi anni ci siamo impegnati a farlo conoscere di più in Italia, dove era meno celebrato rispetto all’estero. Una grande emozione è stata l’iscrizione, nel 2017, tra i Cittadini illustri al Famedio del Cimitero Monumentale di Milano.
Partecipiamo a iniziative come Milano MuseoCity con visite e laboratori per bambini, coinvolgendo artisti e animatori che l’hanno conosciuto e hanno lavorato con lui. L’anno scorso abbiamo nominato alcuni “CAVAmbasciatori”: persone che, ciascuna con la propria esperienza, contribuiscono a diffondere la storia del “Cava” in Italia e all’estero.
C’è poi la mostra itinerante Osvaldo Cavandoli, lo stile dell’essenziale, che sta girando tra biblioteche, scuole e spazi espositivi in Lombardia, Piemonte e in futuro ci auguriamo in altre regioni. La prossima tappa sarà a maggio nella biblioteca comunale di Rozzano Cascina Grande (MI). Ad aprile, presso Palazzo Pirola a Gorgonzola (MI), inaugurerà un’altra mostra dedicata al Cava, aperta al pubblico fino al 6 giugno. A maggio, presenteremo al Salone Internazionale del Libro di Torino l’omonimo libro Osvaldo Cavandoli, lo stile dell’essenziale, pubblicato da Edizioni Astragalo.
Tutte queste attività nascono proprio con questo intento: fare in modo che il lavoro di mio padre venga custodito, valorizzato e trasmesso nel tempo, così che il suo spirito e la sua fantasia continuino a vivere e a parlare anche ai giorni nostri.
Alex Urso
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