Il 25 febbraio è stato pubblicato online l’archivio dell’azienda Slam Jam, leader internazionale della street culture. Pensato come un atlante che si snoda fra immagini ad altissima risoluzione e contributi musicali, il progetto di digital publishing curato dallo Studio Nationhood si presenta nella sua estetica brutalista come innovativo esperimento culturale.

L’azienda Slam Jam è una delle realtà più consolidate e importanti della street culture. Fin dalla costituzione nel 1989, il “marchio-selezionatore” aggrega capi e accessori legati alla cultura underground e li distribuisce attraverso iniziative di retail marketing, dando voce a uno stile unico e distintivo.
Per oltre trent’anni Luca Benini, fondatore di Slam Jam e rappresentante di quello stesso mondo underground, raccoglie oggetti dando forma a una collezione che oggi possiamo definire patrimonio storico. Quest’archivio di oltre ventimila pezzi ha appena aperto le sue porte, fisicamente nella sede di Ferrara, presso gli Head Quarters dell’azienda, e online, attraverso un progetto d’arte e cultura visiva. La sua sistemazione e la sua reinterpretazione in formato digitale sono affidate allo studio multidisciplinare torinese Nationhood, fondato da Achille Filipponi e Matteo Milaneschi e attivo nella comunicazione culturale. Nel Manifesto del progetto si legge della necessità e dell’urgenza di rileggere questa raccolta organica come nuova risorsa culturale, all’interno di un melting pot complesso ma unificato: l’archivio diventa riferimento per un’antropologia del look.

INTERVISTA AD ACHILLE FILIPPONI E MATTEO MILANESCHI DI NATIONHOOD

Cosa contiene l’archivio Slam Jam? Come l’avete trovato al vostro arrivo?
Abbiamo messo piede per la prima volta nella sede di Slam Jam a inizio 2020. Nella sede di Ferrara, progettata dallo studio Diener & Diener Architekten, siamo partiti da un primo censimento. La collezione privata di Luca Benini contiene più di 10mila dischi, documenti, vestiti, sneaker, accessori, opere d’arte fra cui tele, sculture e fotografie d’autore, poi una parte digitale, fra hard disk, floppy disk, dvd, e ancora gadget e articoli vari, toy di designer, campionari di materiali, e infine album di famiglia, personali e dell’azienda, come rullini fotografici, negativi, diapositive, filmati degli eventi organizzati nel tempo.

Gli archivi che contengono oggetti variegati possono essere una sfida a livello conservativo e organizzativo, e spesso richiedono l’intervento di professionisti di diverse discipline. Quali figure professionali avete coinvolto nella risistemazione dell’archivio?
Con il nostro team siamo partiti da zero. Prima occupandoci della sistematizzazione del fondo e la messa in sicurezza di alcune sue parti, poi creando ad hoc tutto il processo di digitalizzazione e catalogazione del patrimonio, che prevede una piattaforma dedicata alla consultazione accessibile solo in loco e un progetto di editoria digitale fruibile in remoto, fondato sul racconto immersivo.

Courtesy © Slam Jam
Courtesy © Slam Jam

SLAM JAM IERI E OGGI

La storia di Slam Jam è intrecciata alla vicenda del fondatore, Luca Benini. Che ruolo avete dato al dialogo con lui, che è testimone e committente?
L’archivio, nato da una iniziativa di Giulia Benini, figlia del fondatore e responsabile del progetto, si fonda interamente sulla memoria storica di Luca. Molto del lavoro preliminare che ci ha portato a sviluppare il progetto è incentrato sulle lunghe conversazioni avute assieme a lui. Le storie dei suoi viaggi, gli incontri e tutto il clima culturale della scena underground di cui ha fatto parte, hanno definito il perimetro del racconto.

Il vostro metodo di lavoro si può dividere in tre fasi: scomposizione / interpretazione / comunicazione. Come avete isolato e poi unito i singoli pezzi?
Con connessioni culturali, anche fra oggetti apparentemente distanti: da una copertina di un disco a un certo periodo storico a una camicia, a una certa area geografica, a un viaggio. Creare queste connessioni mostra che non si può estromettere la moda dalla storia, poiché è immersa in un contesto, ne è influenzata, e a sua volta reagisce cambiando la società.

Nationhood crea codici all’interno della comunicazione culturale. Come avete scelto la tipologia editoriale più adatta per la realtà di Slam Jam? Come si traduce la filosofia del brand in un nuovo linguaggio?
Sul piano estetico siamo partiti dalla multiforme identità di Slam Jam per esplorare nuovi codici visivi coerenti e contemporanei. Da qui siamo approdati all’estensione digitale che connota l’habitat principale del brand. Primaria per noi è stata l’esperienza immersiva dell’utente, per cui abbiamo scelto una modalità di navigazione a scroll verticale che fosse familiare e intuitiva.

Come definite la piattaforma online?
Parliamo di ‘atlante visivo’ perché ci sono correlazioni fra le immagini e composizioni visive di forme e colori che attivano nuove riflessioni e rimandano ad altri mondi. Se un archivio tradizionale è catalogato e incasellato, nell’atlante troviamo elementi che non dovrebbero stare insieme in base ai criteri classici di catalogazione, ma che sono insieme per associazione. Spesso il più grande limite nei processi di valorizzazione degli archivi consiste proprio nella dipendenza con certe regole ferree.

Courtesy © Slam Jam
Courtesy © Slam Jam

LA PIATTAFORMA ONLINE DI SLAM JAM

C’è spazio per l’interazione con i visitatori del sito?
È possibile creare dei gruppi, trascinare gli elementi con libertà sullo schermo, condividere screenshot sui social media. Le composizioni realizzate sono scaricabili in schede che ne facilitano la consultazione presso l’archivio. I codici che di solito vengono nascosti, se non sulla scheda tecnica per ragioni di consultazione, sono un pretesto estetico per richiamare la attitude di Slam Jam, spesso gelida, urban, ma soprattutto rappresentano un ponte con una visita reale all’archivio.

Da cosa deriva l’estetica brutalista del progetto?
C’è coerenza di luogo, di ambiente digitale, in cui il pubblico specifico si sente orientato. Inoltre, si tratta del sito di un’azienda che vende abbigliamento, ed è giusto far vedere questa brutalità della vendita.

Nella fruizione del sito risulta dirompente l’elemento musicale, derivato proprio dai vinili della collezione. Qual è il suo ruolo nell’ecosistema del progetto?
Luca Benini è stato un dj, ci sono molte foto di lui dietro la console nell’archivio. In fondo il processo di selezione dei brand che ha connotato la storia di Slam Jam segue un processo simile alle tecniche di campionamento.

Come funzionerà l’aggiornamento del sito?
C’è un lavoro di catalogazione in essere. Serve tempo, e restituiremo questo patrimonio al territorio e alle nuove generazioni, un punto importante per Luca Benini.

Monica De Vidi

archivio.slamjam.com

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Monica De Vidi
Di origini italiane e brasiliane, Monica De Vidi attualmente vive nei Paesi Bassi. Si laurea a Milano in Storia e Critica dell’Arte, con specializzazione in Museologia, e dopo un’esperienza lavorativa a Palazzo Morando – Museo del Costume e della Moda, si appassiona al legame tra moda e arte. Partecipa al progetto editoriale “Moda, Storia e Stili” per il Sole 24 Ore con singole voci enciclopediche dedicate a fashion designer. La passione per i tessuti e il loro valore socio-culturale la porta a frequentare un corso al Textile Research Center di Leiden, dove di recente ha iniziato a collaborare per la catalogazione e la digitalizzazione della collezione permanente. Si dedica a interviste ad artisti e scrive di mostre d’arte e fotografia, costume e moda. Collabora con la rivista tedesca LeMile Magazine, con la rivista britannica Aesthetica Magazine e con la pubblicazione The Fashion Studies Journal di New York.