Riportiamo qui un estratto dell’intervista fatta da Alberto Fiz a Turi Simeti nel 2014 e pubblicata nel catalogo “Turi Simeti Unlimited” edito da Silvana Editoriale. Un omaggio all’artista scomparso pochi giorni fa.

L’ovale rappresenta il marchio di riconoscimento della tua ricerca sin dal 1962. Ma come sei giunto a definire questa struttura ellittica che partecipa alla trasformazione della superficie?
Si potrebbe dire che l’ovale non l’ho cercato ma l’ho trovato. In realtà è nato un po’ casualmente arrotondando e bruciacchiando gli angoli di forme rettangolari. I miei primi esperimenti risalgono al 1961 quando, influenzato da Alberto Burri, inizio a bruciare con la candela buste commerciali gialle che attacco sulla tela in maniera regolare. Da questi miei primi collage di carta con bruciature appare l’ovale di cui, immediatamente, m’impossesso ed inizio ad utilizzare in maniera continuativa.

Da una materia informe tu ricavi un segno perfettamente definito o, meglio ancora, un modulo, una struttura primaria. I tuoi primi lavori vanno in una direzione costruttivista, non meccanica ma artigianale, con gli ovali ritagliati su cartoncino e, poco dopo, su legno che vanno a ricoprire lo spazio della tela neutra e monocroma. Nelle opere dei primi Anni Sessanta gli ovali si moltiplicano secondo una ripetizione di carattere seriale.
Allora di ovali ne potevo mettere un’infinità e il mio intento era quello di occupare per intero la superficie evitando qualunque sconfinamento. C’è un’opera del 1962 che si trova attualmente nella collezione del museo di Bergisch Gladbach in Germania dove di ovali ce ne sono addirittura 414. Ma ci sono tele con 169 ovali o con 108. Ricordo che una volta ho fatto un’opera dove gli ovali erano così tanti che, al momento di appenderla, mi sono accorto che una trentina di essi non erano stati incollati.

Ma non hai mai pensato di abbandonare l’ovale?
Nel corso del tempo ho fatto molte sperimentazioni per poi ritornare sempre sui miei passi. Ho realizzato qualche rara opera inserendo il rettangolo ma l’ho scartato subito in quanto una forma spigolosa non si armonizza alla tela, diventa un corpo estraneo e questo non rientra nella mia poetica. Il quadrato, poi, l’ho detestato. Un po’ più lungo è stato il sodalizio con il cerchio che ho introdotto nel 1989 per una mia personale alla galleria Vismara di Milano. L’ho utilizzato sino al 1992 per poi tornare definitivamente all’ovale.

Turi Simeti, Quadrato su quadrato, 2015
Turi Simeti, Quadrato su quadrato, 2015

L’ARTE DI TURI SIMETI

Dal 1962 a oggi gli ovali hanno compiuto un lungo viaggio.
Direi proprio di sì. Superata la fase delle accumulazioni e dei collage, ho fatto per un breve periodo, tra il 1963 e il 1964, quadri optical con gli ovali dipinti con colori fluorescenti e, successivamente, ho sentito l’esigenza di far interagire maggiormente l’ovale con la superficie. Per questo, intorno al 1965, ho iniziato a realizzare opere incollando gli elementi su un supporto in legno ricoperto dalla tela dipinta. In questo caso ho utilizzato anche gli ovali in negativo in modo che ad emergere fosse il vuoto.

Da qui alle estroflessioni il passo è breve.
In effetti, nel 1967 ho iniziato a realizzare le estroflessioni inserendo l’ovale nella membrana dell’opera in modo da creare una musicalità sottotraccia secondo un processo che richiede una maggior complicità da parte dello spettatore. In base a questa logica, dal 1968 al 1973, ho utilizzato un solo ovale di piccola dimensione su un fondo monocromo, preferibilmente bianco o nero.

In questo caso la forma diventa mimetica, talvolta impercettibile, quasi fosse un pianeta che orbita nel cosmo. Le estroflessioni rappresentano un codice acquisito sin dal 1959 quando vengono introdotte da Castellani e Bonalumi. Ma tu ne cogli le forti potenzialità e dal 1967 non abbandoni più questa tecnica. Come maturi questa scelta? 
Rimango coinvolto dal clima di novità che si respira a Milano dove l’indagine di Lucio Fontana apre nuovi orizzonti. Il mio primo contatto con il capoluogo lombardo avviene nel 1965 quando Nanda Vigo, dopo aver visitato il mio studio romano, m’invita alla mostra Zero avantgarde proposta nell’atelier di Fontana. In quell’occasione sono presenti alcuni degli artisti più significativi delle neoavanguardie tra cui Manzoni, Castellani, Dadamaino, Bonalumi, oltre allo stesso Fontana. Ma c’erano anche Klein, Kusama, Mack, Soto e Uecker. L’anno dopo decido di trasferirmi a Milano e prendo uno studio a Sesto San Giovanni accanto a quelli di Castellani e Bonalumi. La loro vicinanza è stata per me un’occasione per approfondire una ricerca che aveva l’urgenza di trovare nuovi stimoli. La componente oggettuale non era più sufficiente e l’opera aveva la necessità d’interagire maggiormente con lo spazio e con la luce.

Turi Simeti, ph. Fabio Mantegna
Turi Simeti, ph. Fabio Mantegna

TURI SIMETI E GLI ALTRI ARTISTI

Quelli sono stati anni di scambi intensi con gli artisti.
Nel 1965 ho esposto insieme a Bonalumi alla galleria Wulfengasse di Klagenfurt in Austria e l’anno dopo, insieme a Bonalumi e Scheggi, siamo andati in Germania a cercare fortuna.

In effetti quel viaggio è stato per te particolarmente importante.
Da allora i miei rapporti con la Germania sono stati ottimi tanto che in quel Paese ho organizzato oltre trenta mostre intrattenendo rapporti con gallerie importanti come la M di Bochum, punto di riferimento per il Gruppo Zero. Quando in Italia il mercato era ancora molto scarso, io avevo l’opportunità di vendere le mie opere in marchi.

Come trasportavi le tue opere?
Le sistemavo in macchina, spesso anche sul tetto. Quando mi fermavano alla dogana dicevo che erano modelli di architettura privi di valore commerciale. I doganieri, vedendo quasi esclusivamente tele bianche, mi lasciavano passare senza ulteriori approfondimenti.

Nei due anni in cui hai mantenuto lo studio a Sesto San Giovanni viaggiavi spesso.
Per sei mesi all’anno vivevo a New York dove l’architetto di origine siciliana Tom Migliore mi aveva concesso il suo loft per esporre le mie opere. Qui nel 1968 ho realizzato un private show curato dal critico americano Willoughby Sharp che ha avuto un ottimo successo e ha visto la presenza di molti artisti tra cui Christo, David Hockney e Paul Jenkins.

Ma facciamo un viaggio a ritroso nel tempo. Prima di arrivare a Milano tu sei stato per sette anni a Roma, una città importante per la tua formazione.
Sono arrivato a Roma dalla Sicilia nel 1958 senza pensare, almeno consapevolmente, di diventare artista. Qui, per vivere, vendevo libri d’arte, in particolare l’Enciclopedia Universale dell’Arte che costava 300 mila lire, una cifra per quei tempi molto elevata. Gli affari andavano molto bene e per fare gli ordini frequentavo soprattutto personaggi provenienti dal mondo dell’arte. Nel 1959 sono finito da Alberto Burri di cui non conoscevo quasi l’esistenza. L’incontro è molto cordiale e lui, senza alcuna difficoltà, compra l’Enciclopedia. L’incontro con Burri è stata per me una vera e propria folgorazione ed è probabile che il mio desiderio latente di fare l’artista si sia concretizzato proprio in quell’occasione. Poco dopo, infatti, inizio a fare il pittore e vendo una delle mie prime opere a Domenico Modugno dov’ero andato per vendere l’Enciclopedia. Tra i primi a comprare le mie opere c’è ovviamente Fontana che nel 1966, in occasione della mia personale alla galleria Vismara, acquista una mia piccola tela di colore blu.

Da allora i tuoi ovali hanno fatto molta strada creando, ogni volta, una rinnovata centralità e oggi ti esprimi con grande libertà.
Per molto tempo ho utilizzato quasi esclusivamente il bianco e il nero. Oggi, in base al mio stato d’animo, posso realizzare opere gialle, rosse, blu, azzurre o argento. Non ci sono più limiti. Ci sono stati anni in cui ho utilizzato un solo ovale quasi impercettibile, mentre oggi posso realizzare ogni tipo di variante. Molto spesso ne uso tre, il numero ideale per muovere la superficie.

Milano, studio di Turi Simeti, 14 marzo 2014

Alberto Fiz

L’intervista completa è stata pubblicata nel catalogo “Turi Simeti Unlimited” edito da Silvana Editoriale in occasione della personale alla galleria Luca Tommasi di Milano.

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AutoreTuri Simeti
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Alberto Fiz
Alberto Fiz (1963), critico d’arte, curatore di mostre e giornalista specializzato in arte e mercato dell’arte. Ha un'ampia attività pubblicistica e saggistica. Ha svolto ruoli di direzione e di consulenza artistica per amministrazioni ed enti pubblici. Ha realizzato il progetto di scultura “Intersezioni” al Parco Archeologico di Scolacium e il Parco Internazionale della Scultura di Catanzaro. Già direttore artistico del museo MARCA di Catanzaro, collabora con la Regione Autonoma Valle d'Aosta e con numerose altre istituzioni. Accanto all’attività critica, si interessa di problematiche legate al collezionismo ed è art advisor di Intesa Sanpaolo Private Banking. Collabora con Milano Finanza e Arte.