Protagonista della mostra in attesa di essere aperta al Muntref-Centro de Arte y Naturaleza di Buenos Aires, appena la pandemia avrà allentato la sua morsa in America Latina, Bruna Esposito dialoga con la curatrice Benedetta Casini. I temi sono i cardini della sua ricerca: l’ecologia, la salvaguardia del pianeta e la lungimiranza.

Il 13 marzo Bruna Esposito (Roma, 1960) attraversava l’oceano su un volo Buenos Aires-Roma, prenotato repentinamente per eludere la chiusura delle frontiere argentine, appena annunciate dal governo come complemento della quarantena obbligatoria necessaria a prevenire la diffusione del virus Covid-19, oramai divampato in Europa. L’inaugurazione della sua personale ¿Qué puede el humo hacerle al hierro? negli spazi del Muntref-Centro de Arte y Naturaleza di Buenos Aires, organizzata in collaborazione con il MAXXI e l’Ambasciata Italiana, era prevista per il giorno stesso. A oggi la mostra è allestita nelle sale del museo e aspetta di poter ricevere i primi visitatori, non appena la pandemia rallenterà il suo corso, il cui epicentro è attualmente proprio l’America Latina. Il titolo dell’esposizione – Che può il fumo fare al ferro? – si è rivelato involontariamente profetico, preannunciando con pochi giorni di anticipo il drammatico impatto di una forza invisibile e impercettibile su un sistema sociale apparentemente solido ma, nei fatti, del tutto impreparato a contrastare l’offensiva imprevista di un agente esterno e immateriale. Fra le pieghe delle opere in mostra si affaccia ripetutamente una sensibilità ecologista che caratterizza la ricerca dell’artista e si manifesta nell’esortazione a un cambio di prospettiva e di approccio al mondo naturale che ci ospita. Bruna Esposito si racconta ed espone l’origine di queste preoccupazioni, promuovendo l’alleanza di “tutti gli inventori e le persone di buona volontà” volta all’implementazione di un approccio più sostenibile all’ambiente.

INTERVISTA A BRUNA ESPOSITO

È in opere come Venti di rivolta o rivolta dei venti che emergono in modo più evidente le preoccupazioni ecologiste e ambientali che muovono la tua ricerca. Puoi raccontarci brevemente l’opera e le riflessioni che la attraversano?
Venti di rivolta o rivolta dei venti è il titolo di una mia opera del 2009, un’installazione composta da tre comuni ventilatori da soffitto appesi a lunghi tubi di zinco, che arrivano quasi a toccare il pavimento e lo sventolano a tre velocità differenti; sparse sul pavimento tante palline di scarabeo stercorario. È un’opera che ho esposto in passato e che è al momento allestita al Muntref, a Buenos Aires, nella mostra da te curata. Dedicata proprio al tema dei venti, dei ventagli e dei ventilatori, è in programma una mostra di mie opere allo Studio Stefania Miscetti a Roma su cui sto lavorando da molti mesi; stiamo anche collaborando ad alcune progettazioni condivise con l’intento di sperimentare nuove tecnologie e nuove modalità di lavoro. Infatti credo sia oggi quanto mai necessario rimboccarci le maniche, unire le forze senza chiudersi in ruoli prefissati. A proposito di Venti di rivolta o rivolta dei venti, è probabile sia stata l’urgenza di immaginare soluzioni ecocompatibili (mentre durante la quarantena covavo sempre più preoccupazione per la salute del pianeta e avvampavano rivolte popolari) a incentivare forse le mie intuizioni per un effettivo ritorno all’uso di semplici ventagli a mano e di ventilatori a pale rotanti, le cui forme ho sempre ammirato. L’auspicio è di rendere fotovoltaici quelli domestici da interni, semplici, leggeri, di facile assemblaggio, e di ottimizzare quelli da esterni, annessi alla copertura di gazebo da giardini. Perché no? Ventagli e ventilatori per refrigerarci a consumo minimo, poiché il povero pianeta terra, come sappiamo, si surriscalda.

Venti di rivolta o rivolta dei venti, 2009. Tre ventilatori, tre tubi di ferro zincato, impianto elettrico, palline di scarabeo stercorario. Courtesy Agostino Osio. Esposizione Interior, La Nuova Pesa (Roma)
Venti di rivolta o rivolta dei venti, 2009. Tre ventilatori, tre tubi di ferro zincato, impianto elettrico, palline di scarabeo stercorario. Courtesy Agostino Osio. Esposizione Interior, La Nuova Pesa (Roma)

La maggior parte delle opere in mostra al Muntref presentano relazioni con uno dei quattro elementi naturali – acqua, aria, terra e fuoco. Per quanto riguarda l’aria mi sento di citare, oltre alla già analizzata Venti di rivolta o rivolta dei venti, la serie delle Teche, cornici di vago sentore barocco che imprigionano elementi leggeri e voltatili come le bucce colorate di cipolla…
Sì, ti confermo che le bucce di cipolla sono una mia passione da molti anni!  Sono le protagoniste dell’opera Sereno –Variabile del 2000, di Precipitazioni sparse presentata alla Biennale di Venezia curata da Rosa Martinez nel 2005 e anche nell’opera Teche ho fatto tante variazioni sul tema; prevale il fatto che siano manipolabili e le composizioni risultano variabili. Invece nell’opera Aureole presentata nel 1999 nella mostra Indoor al Musée d’Art Contemporain de Lyon in Francia e poi nel 2002 nella mostra personale al Museo d’Arte Contemporanea a Rivoli, uno degli elementi è un ventaglio fatto con merluzzi stoccafissi, che sventola grazie a un motorino alimentato da un pannello fotovoltaico.

Come è nato il tuo interesse per questi elementi, oggi centrali nel dibattito sulla sostenibilità ambientale?
Forse posso dirtelo esattamente, di certo a Berlino Ovest dove vivevo, quando grazie a due borse di studio dell’IBA nel 1987-88 progettai Zwei Öffentlisches Biotoiletten (Due gabinetti pubblici biologici). Ho vissuto un clima in cui questi temi erano già centrali e forme di sperimentazione fattuali; ma probabilmente ancora prima, quando agli inizi degli Anni Ottanta a New York convivevo preoccupata con gli impianti di aria condizionata che gelano eccessivamente l’aria nelle case, nei negozi, sui bus, ecc. In piena estate era addirittura necessario portarmi un maglione per coprirmi all’occorrenza; purtroppo oggi questa abitudine è stata adottata come regola ovunque. Credo che l’aria condizionata sia un indice di evidenti problematicità concatenate: il gas che la fa funzionare, nonostante i recenti miglioramenti, contribuisce comunque all’espansione del buco nell’ozono; il motore surriscalda l’aria che viene espulsa all’esterno; il consumo altissimo di elettricità; i blackout di elettricità nei momenti di picco dei consumi d’estate; l’aria che respiriamo negli interni sigillati è malsana; gli sbalzi di temperatura entrando e uscendo da interni gelidi ed esterni afosi, e viceversa, creano malanni; dulcis in fundo, nell’attuale situazione epidemica è necessario igienizzare in modo speciale i filtri e si ignora se l’acqua espulsa dalla deumidificazione sia contaminata. In sintesi mi vado convincendo che l’aria condizionata, così com’è, sia diventato un lusso che non ci possiamo più permettere, oserei dire che è ormai quasi un vizio se non addirittura una sorta di dipendenza sociale. Mi domando quindi: perché perseveriamo con l’abitudine di congelare l’intera casa mentre ogni persona ne occupa circa 60 centimetri cubi? Perché mentre aumenta il global warming, ossia il riscaldamento del pianeta, noi raffreddando i nostri ambienti surriscaldiamo il pianeta stesso? È come un gatto che si morde la coda… Sono convinta (e spero) che presto a livello globale si valuterà quanto l’aria condizionata sia uno standard (come i wc, i water closet, gabinetti che sprecano acqua potabile) che ha insinuato nelle nostre vite un’abitudine confortevole ma, in realtà, tremendamente costosa e insalubre per noi e per il pianeta. Insomma è un bene di consumo, anzi, oserei dire, è un “male di consumo”.

Bruna Esposito, In teca, 2011. Legno, ganci, buccia di cipolla, acrilico. Courtesy Federico Luger (FL GALLERY) e l’artista
Bruna Esposito, In teca, 2011. Legno, ganci, buccia di cipolla, acrilico. Courtesy Federico Luger (FL GALLERY) e l’artista

L’aria condizionata è stata installata la prima volta nel 1914 da W. Haviland Carrier a Minneapolis, in Minnesota, negli Stati Uniti; da lì è nata la sua corporation che poi negli Anni Trenta ha aperto filiali in Giappone e Corea ed è tuttora attiva. Nel mondo, a oggi, l’offerta propone diverse marche e modelli commerciali, utilizzando molteplici tipi di gas refrigeranti di cui ultimamente si usa l’R32, meno inquinante del vecchio Freon vietato in Europa dal 2015 perché micidiale per il buco nell’ozono. Non credi sia plausibile che nei prossimi anni si arrivi a soluzioni innovative per rendere ecosostenibile anche questa tecnologia?
Appare sempre più evidente che l’aria condizionata crea e creerà in futuro seri problemi, sistemici e tra loro concatenati, quindi speriamo ne siano ulteriormente discussi norme, regole, limiti e soluzioni più ecologiche. Vorrei approfittare di questo spazio per lanciare un appello, un’esortazione a tutti gli inventori e alle persone di genio, ai mecenati, alle istituzioni, a tutte le persone di buona volontà per immaginare e creare forme di refrigerio ecocompatibili, semplici e alla portata di tutti, per le nostre case, per incentivare nostri nuovi gesti, nuovi comportamenti, nuove abitudini. Concludo con il sogno che mi motiva: che io sappia, da millenni, dai tempi degli antichi egizi, in estate grazie a piccoli e grandi ventagli di piume e di foglie il refrigerio era creato dall’aria in movimento. È talmente insensato sprecare energia per gelare l’aria d’estate proprio perché l’aria si rinfresca col suo stesso movimento a costo minimo; da millenni così è stato e mi auspico così sarà, saggiamente, nei millenni futuri.

Prossimo appuntamento?
Se vuole il cielo a ottobre: Quadriennale di Roma.

Benedetta Casini

https://untref.edu.ar/muntref/es/

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AutoreBruna Esposito
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Benedetta Casini
Benedetta Casini è storica dell’arte e curatrice. Attualmente vive a Buenos Aires e lavora come coordinatrice di produzione e curatrice presso il MUNTREF – Museo de la Universidad Nacional de Tres de Febrero. Dal 2016 è parte del consiglio curatoriale di BIENALSUR – Bienal Internacional de Arte Contemporáneo de América del Sur, per la quale si occupa delle relazioni con l’Italia. Si dedica all’approfondimento teorico dell’impatto della post-globalizzazione nell’arte contemporanea dell’America Latina attraverso studi sul campo, studio visit e conversazioni con artisti emergenti. Laureata in storia dell’arte all’Università La Sapienza di Roma, ha in seguito ottenuto un Master in Arte Contemporanea presso il Sotheby’s Institute of Art di Londra.