Il Vietnam 50 anni dopo. Intervista a Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli

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Presentato al MAXXI di Roma il nuovo film di Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli intitolato “Due scatole dimenticate – Un viaggio in Vietnam”, menzione speciale all’Extra Doc Festival. Il lavoro dei due autori, proiettato per la prima volta all’International Film di Rotterdam, è prodotto da Officina Visioni in collaborazione con Rai Cinema e il sostegno di Sardegna Film Commission. In occasione della proiezione del film abbiamo intervistato i due registi.

Lo scorso 2 luglio, durante il concorso Extra Doc Festival di Roma, che rientra nella settima edizione della rassegna Cinema al MAXXI dedicata alle migliori espressioni del documentario italiano, è stato presentato in anteprima nazionale all’Auditorium del Museo il nuovo film di Cecilia Mangini e Paolo Pisanelli intitolato Due scatole dimenticate – Un viaggio in Vietnam. La narrazione fa riferimento all’esperienza vietnamita vissuta in prima persona da Cecilia Mangini e dal marito Lino del Fra più di cinquanta anni fa. Nel 1954, dopo la decisione della conferenza di Ginevra, il Paese del sud-est asiatico venne diviso in due Stati, il Vietnam del Nord e quello del Sud. L’anno successivo, poco prima dell’intervento armato nel Sud della regione, che ebbe inizio con l’attacco dei Vietcong e il supporto dalle milizie del Nord, dell’Unione Sovietica e della Cina, dopo il quale seguì l’ingresso degli Stati Uniti d’America nelle operazioni militari per neutralizzare l’espansione del comunismo in Asia meridionale, le autorità governative di Hanoi decisero di rimpatriare tutte le delegazioni internazionali e straniere presenti sul territorio.
In quel momento il cortometraggio Le Vietnam sera libre, al quale stavano lavorando la regista e suo marito, venne definitivamente interrotto; a distanza di molti anni prende vita Due scatole dimenticate. La pellicola, girata interamente in casa di Cecilia, racconta il preludio della guerra, quei frenetici tre mesi di sopralluoghi, scatti, incontri, visioni e volti immortalati silentemente in centinaia di negativi 6×6. Il tempo è galantuomo e finalmente, grazie a un intenso e scrupoloso lavoro di ricostruzione storica, un sentire domestico e un montaggio dinamico e incalzante per tutto il ritmo del film, le donne, gli uomini e la gioventù vietnamita hanno avuto la possibilità di riconquistare e raccontare la propria storia. Due scatole dimenticate parla direttamente alla nostra generazione dimostrando come il popolo vietnamita abbia creduto nell’importanza degli ideali della resistenza, dell’unità e della lotta a favore dell’indipendenza e della libertà, contro tutte le oppressioni, l’imperialismo e colonialismo culturale di ieri e di oggi.

L’INTERVISTA A MANGINI E PISANELLI

Sono passati 55 anni da quei tragici avvenimenti in Vietnam. Oggi, quali sono le sensazioni, i suoni e le immagini che le sono rimaste più impresse?
Cecilia Mangini: Ricordo gli aerei che volavano sopra Hanoi minacciosi, a ondate. All’improvviso le sirene fischiavano, le bombe esplodevano, mandando in frantumi la vita pacifica del popolo vietnamita. Ciò che è rimasto impresso nella mia memoria sono i disegni dei bambini e i loro occhi vellutati. Disegnavano sui marciapiedi, sui muri, cannoni, aerei, ponti ed esplosioni di bombe. Per loro la guerra era uno spettacolo, era entrata nei loro giochi. Io la paura l’ho avuta, a volte anche molto, molto forte. Superarla però è molto bello perché, quando finisce, senti di aver vinto una battaglia. Arrivare ad Hanoi, nel Vietnam del Nord per realizzare insieme a Lino Del Fra un film documentario sulla loro guerra contro gli americani, è stata un’evasione: infatti per l’Italia succube degli americani il Vietnam del Nord non esisteva e dunque io non andavo da nessuna parte, dunque ero un’evasa senza Paese e senza garanzie. Potevo scomparire, per incidente o per malattia, nessuno se ne sarebbe accorto, ero inesistente, ero Un fantasma, ero una delle solite fate morgane del deserto che durano anche pochi secondi. Ecco i regali inaspettati che capitano a chi fa cinema. Evasa per sempre? Magari…

Cecilia Mangini, Due scatole dimenticate
Cecilia Mangini, Due scatole dimenticate

In questi tempi il mondo è scosso dalle proteste antirazziste contro l’imperialismo e il colonialismo culturale. Si abbattono le statue di Colombo e il monumento a Montanelli viene vandalizzato. Rispetto a chi ha creduto e lottato durante le proteste degli Anni Sessanta e Settanta, in che modo la nostra generazione vive e partecipa alla contestazione globale?
Cecilia Mangini: Credo sia molto importante ricordare come un popolo piccolo, pacifico, sia riuscito a mettere in ginocchio una potenza militare e politica. Questa resistenza è un valore e anche un invito a non arrendersi alle ingiustizie, a qualsiasi latitudine, per qualsiasi generazione.

Cosa auspica per il futuro politico del nostro Paese?
Cecilia Mangini: Confido in tutti coloro che scendono in piazza, che hanno il coraggio di dire ‘no’ e lo fanno in prima persona con la tranquillità e la gioia di essere protagonisti della propria storia.

Le riprese nella casa di Cecilia sono discrete e confidenziali. Da regista, come è stato entrare nella quotidianità e nell’intimità della memoria di una donna che ha vissuto la Storia?
Paolo Pisanelli: Due scatole dimenticate è un film da camera, girato interamente nella casa di Cecilia, ma è anche la storia di un’amicizia, nata nel 2005, quando la invitai per la prima volta a La Festa di Cinema del reale. Da allora è sempre stata una presenza costante, la colonna portante del festival. Sono diventato il curatore delle sue rassegne: abbiamo viaggiato in Canada, Francia, Germania, Austria, Inghilterra per far conoscere i suoi film. Con Cecilia abbiamo un passato comune: nasciamo entrambi come fotografi per poi passare al cinema, in tempi diversi naturalmente. Questo lato sconosciuto di Cecilia, la fotografa, mi ha sempre affascinato. Per iniziare a lavorare al suo film ho iniziato a lavorare al suo archivio, con la sua supervisione e quella del curatore Claudio Domini. Da qui anche il ritrovamento delle scatole da cui parte il film. Due scatole dimenticate è anche un film di guerra, di agguati e pungoli che ho teso a Cecilia e alla sua memoria, che spesso non voleva ricordare certe ferite.

Il film ha un andamento narrativo e compositivo dinamico e immersivo. Quali sono state le suggestioni e le tecniche di ripresa pensate e adoperate in fase di scrittura e produzione?
Paolo Pisanelli: Filmando è la parola chiave. Spesso alcune suggestioni sono emerse inseguendo il gatto, creando piccoli eventi all’interno delle mura domestiche. È stato un gioco di attese. A volte bisogna aspettare la luce giusta, il raggio di sole che illumina un oggetto, un’immagine. Il film nasce da un cortometraggio [Le Vietnam sera libre, N.d.R.] che è stato poi dilatato grazie al recupero delle memorie e anche ai continui ritrovamenti che venivano fatti in casa: dischi vietnamiti, fotografie, taccuini, appunti e articoli destinati alla riviste. Man mano abbiamo isolato i temi, armonizzato i materiali coi dettagli della casa e della memoria. Fondamentale è stato anche il lavoro di Matteo Gherardini, autore del montaggio, con cui c’è stato un costante confronto di idee sulla costruzione narrativa del film. Un importante contributo è stato dato poi dal sound designer Simone Altana, dal musicista Admir Shkurtaj e da una squadra affiatata che ha lavorato con impegno e passione a questo progetto.

Cecilia Mangini, Due scatole dimenticate, provini
Cecilia Mangini, Due scatole dimenticate, provini

Questo è un anno difficile. Ci sono delle novità sulla Festa di Cinema del reale a Corigliano d’Otranto?
Paolo Pisanelli: In questo momento siamo in attesa ma siamo fiduciosi che La Festa del Cinema del reale si possa realizzare. Dal vivo e online. Abbiamo moltissime novità da offrire al pubblico da parte della nostra comunità fatta di autori, artisti, musicisti, creativi. La nostra squadra è preparata agli imprevisti, ci piacciono anche le casualità, meno la paralisi che immobilizza il cinema e le attività culturali. Naturalmente il tema del virus, delle cose invisibili, attraverserà questa edizione perché si tratta di un avvenimento che abbiamo vissuto tutti sulla pelle: abbiamo raccolto molte testimonianze cinematografiche in merito. Diventerà un tema di incontro e racconto, oltre a un pensiero che andrà a chi l’ha vissuto più drammaticamente di noi.

Giuseppe Amedeo Arnesano

www.cinemadelreale.it

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AutoreCecilia Mangini
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Giuseppe Arnesano
Storico dell'arte e curatore indipendente. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali all'Università del Salento e in Storia dell'Arte Moderna presso l'Università La Sapienza di Roma. Ha conseguito un master universitario di I livello alla LUISS Master of Art di Roma. Giornalista pubblicista, iscritto all'ordine nazionale dei giornalisti dal 2011, collabora come critico d’arte con Artribune dal 2011. Nel settore della comunicazione culturale, dal 2013 a oggi, ha lavorato con la Soprintendenza Speciale del Polo Museale Romano, con la Fondazione Torino Musei e la Fondazione Carriero a Milano. Tra le mostre recenti è co-curatore del progetto “Studio e Bottega - Tradizione e Creatività nel segno dell’Arte”, ideato da Ilaria Gianni e realizzato negli spazi della Fondazione Pastificio Cerere di Roma.