Anche Alessandro Rabottini, direttore di miart, dice la sua sull’ipotetico futuro degli eventi fieristici post Coronavirus.

Come si adatteranno le fiere all’epoca Coronavirus? Che cosa cambierà? A chiederselo, dopo Ilaria Bonacossa, Stefano Raimondi e Simone Menegoi, è Alessandro Rabottini, alla guida di miart.

Come si è organizzata la tua fiera, rispetto a quello che è successo, per rimanere in contatto con la community?
Siamo tutti stati travolti, a livello globale, da un evento traumatico che non solo mette in discussione le nostre abitudini più basilari e quotidiane ma che non sappiamo come evolverà nemmeno in un futuro immediato, per cui sono estremamente cauto nel fare delle previsioni che potrebbero rivelarsi oltre che generiche anche inesatte. In questo momento abbiamo tutti bisogno di comunicare ma comunicare vuol dire anche assumersi una responsabilità nei confronti della propria community, che nel nostro caso è fatta di galleristi, collezionisti, istituzioni, operatori del settore, stampa e pubblico. Quindi bisognerebbe forse chiedersi innanzitutto che cosa significa “comunicare”?

E cosa ti rispondi?
Che significa lanciare un messaggio che potrebbe essere smentito dopo poche settimane se non addirittura giorni oppure attendere di avere gli strumenti corretti perché alla propria comunicazione seguano delle azioni concrete che coinvolgono la professionalità e l’economia di molti soggetti? Ora, è naturale che il nostro spazio di socialità sia in questo periodo il web, e bisogna capire come usarlo non soltanto in modo “consolatorio” e come forma di palliativo ma, nel nostro caso, come vero supporto di comunicazione e di business tra le gallerie, i collezionisti e il sistema dell’arte. Per questo motivo miart può sembrare in questo momento un po’ silente ma solo perché stiamo cercando di comprendere come attivarci in questo senso in una direzione produttiva per i nostri clienti e il nostro pubblico e non risultare meramente auto-promozionali.

Evoluzione delle fiere nel mondo nei prossimi anni. Idee?
Io non amo improvvisarmi futurologo, e credo ci sia in questo momento un’eccessiva tendenza – per quanto comprensibile – allo speculare su scenari futuri. Se, come tutti ci auguriamo, un vaccino dovesse essere disponibile nel giro di un anno o poco più o si dovessero comprendere i reali meccanismi dell’immunità, tanti scenari radicali che in questo momento stiamo ipotizzando si rivelerebbero non necessari.

Mentre nell’immediato?
Sappiamo che nell’immediato futuro dovremo rivedere le regole dello stare insieme ma non sappiamo quale sarà la velocità con cui ci adatteremo alle misure contenitive. Il nostro meccanismo adattativo potrebbe sorprenderci, nonostante lo spaesamento in cui ci troviamo tutti in questo momento. Ma starei attento a rendere perentoria la discrepanza tra uno scenario pre-Covid e uno post-Covid, perché non sappiamo se e quanto sarà permanente questa situazione. E come evolveranno le fiere lo si comprenderà in dialogo con le gallerie e con il proprio pubblico.
Credo, inoltre, che il virus stia agendo come un acceleratore di cambiamenti di cui, in molti, si sono resi portavoce negli ultimi anni, come la necessità di rendere sostenibile dal punto di vista ambientale il funzionamento del mondo dell’arte, o rallentare i ritmi a vantaggio di una migliore fruizione dell’arte, o il recupero di un dialogo profondo con il proprio contesto locale.

Alessandro Rabottini. Photo Mark Blower
Alessandro Rabottini. Photo Mark Blower

Le gallerie sono il principale “cliente” delle fiere. Che idea ti sei fatto su questi soggetti e sul loro futuro?
Le gallerie che hanno impostato il proprio lavoro in modo serio, ovvero seguendo e crescendo i propri artisti nel corso degli anni, investendo sulla qualità delle mostre, dei cataloghi, delle relazioni con i collezionisti e con le istituzioni, sono un connettore vitale del sistema dell’arte, un connettore nevralgico e quanto mai vitale. Il loro ruolo è estremamente identificabile e identificato ed è per questo motivo che credo attraverseranno questa fase meglio di altri soggetti, nonostante le difficoltà che tutti avremo. Le gallerie sono un luogo di produzione di cultura e di scambio commerciale (che è una cosa vitale per la sopravvivenza degli artisti) e sono un luogo dove tutti gli attori del sistema dell’arte si ritrovano, dai curatori ai collezionisti alla stampa. Sono fondamentalmente un interlocutore per tutti noi, a prescindere dalla nostra singola professione. È per questo che, in una situazione di incertezza e di limitazioni come quella che stiamo vivendo, per quelle gallerie che hanno una rete di relazioni sana e una economia sostenibile, questo momento potrebbe rivelarsi come un momento di rinnovata centralità.

Mentre per i piccoli? O per i giovani?
Bisognerà capire a livello di sistema dell’arte – e quando dico sistema intendo tutti gli attori – come proteggere e supportare le gallerie giovani, che ovviamente sono molto esposte in questo momento ma che svolgono una funzione centrale anche e soprattutto per le gallerie più grandi. Qui bisognerà fare tutti insieme un’assunzione di responsabilità nei loro confronti.

Un altro soggetto cruciale per le fiere sono i collezionisti. Come immagini che reagiranno alla grande crisi del Dopoepidemia?
Come ciascun collezionista reagirà dipenderà ovviamente dalla salute della propria economia. Ma non dimentichiamo che la radice di ogni pratica collezionistica che possa definirsi seria risiede nel riconoscere un valore fondamentale a ciò che si decide di collezionare. Chi colleziona sa che la propria azione permette lo sviluppo delle creatività, e che comprare arte vuol dire anche prendersi cura di un bene prezioso. Per cui chi colleziona con l’idea che l’arte sia un valore – culturale, economico e sociale – continuerà a farlo (all’interno della propria disponibilità) perché riconosce la necessità tanto individuale quanto collettiva della propria azione. Si comprerà con più parsimonia e con maggiore cautela? Molto probabile, ma nella mia esperienza i migliori collezionisti hanno sempre valutato con molta attenzione i propri acquisti, documentandosi, parlando a fondo con le gallerie, a volte con gli artisti, leggendo e visitando mostre. Ma qui torno a ripetere che i collezionisti più attenti premieranno le gallerie che, negli anni, hanno dimostrato di tenere fede alla propria funzione.
Credo, inoltre, che così come sarebbe auspicabile un meccanismo associativo tra gallerie come rete di supporto collettivo, anche il collezionismo potrebbe andare incontro ad analoghi meccanismi associativi, pensando di mettere in rete le risorse di più soggetti che condividono una analoga idea dell’arte.

Massimiliano Tonelli

http://www.miart.it/

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CuratoreAlessandro Rabottini
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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune e del Gambero Rosso.