Come vedremo l’infinitamente piccolo dopo la pandemia? E quali “oggetti viventi” ci aiuteranno a conciliare tecnologia e rispetto per l’ambiente? Risponde lo studioso e divulgatore americano William Myers, profondo conoscitore di tutte quelle pratiche in cui la progettazione si sposa con la biologia.

Per chi si interessa a ciò che avviene all’intersezione tra design, arte e scienza, William Myers è una specie di figura mitologica. Statunitense trapiantato ad Amsterdam, nel 2012 ha curato una delle prime pubblicazioni importanti sul tema, Biodesign: Nature + Science + Creativity (pubblicato negli Stati Uniti dal MoMA, con prefazione di Paola Antonelli, e nel resto del mondo da Thames & Hudson), un catalogo ragionato di oltre settanta progetti basati sull’uso di materiali “vivi” con finalità che andavano dal miglioramento delle performance ecologiche di oggetti o edifici alla ricerca di nuove possibilità espressive e alla riflessione, talvolta provocatoria, su rischi e limiti della manipolazione della materia vivente da parte dell’uomo.

BIODESIGN E FUTURO

A quell’exploit è seguito tre anni dopo un nuovo libro, Bio Art: Altered Realities, sulle incursioni dell’arte contemporanea nel territorio della biologia, attraverso l’uso diretto da parte degli artisti di microorganismi e altri elementi organici come partner nella creazione oppure attraverso la riflessione su un futuro immaginario, e distopico, in cui animali e piante sono stati modificati geneticamente per rispondere ai desiderata dell’uomo (come avviene, per esempio, nella Post Natural History del fotografo francese Vincent Fournier). Il suo ultimo lavoro è la curatela di una mostra per la Science Gallery di Rotterdam, (UN)REAL, su come la tecnologia possa mettere in crisi la percezione della realtà e lo stesso concetto di “reale”. Lo abbiamo incontrato, virtualmente s’intende, in occasione di una lezione ‒ virtuale anch’essa ‒ che ha tenuto per il centro di ricerca sulla cultura digitale MEET, e abbiamo avuto modo di affrontare con lui vari temi, dall’impatto della germofobia che è corollario del clima pandemico sulla ricerca bio-based alla nuova estetica del post COVID-19 e alla necessità di riparare un uso disfunzionale della tecnologia.

Uno snodo centrale nella sua lezione, e più in generale nel suo lavoro, è il rapporto tra biologia e tecnologia. Sono davvero in conflitto tra loro?
Questa dicotomia è un buon punto di partenza per parlare di come sviluppiamo la tecnologia, di chi la controlla e di quali siano il suo scopo e il suo impatto su di noi. Per farla breve, penso che la tecnologia rifletta i nostri valori come società e che quindi possa essere un veicolo per le ideologie. Nel nostro mondo, così com’è oggi, mi sembra che l’ideologia dominante sia con largo margine quella capitalistica, per questo la tecnologia che sviluppiamo punta prima di tutto a fare di noi lavoratori e consumatori più efficienti. È un peccato per noi, che ricaveremmo maggiori benefici da una tecnologia che ci aiutasse a vivere vite più sane e più soddisfacenti. Ed è un peccato per le altre specie, perché i prodotti della nostra tecnologia, per esempio la plastica e i motori a combustione, danneggiano loro e i loro habitat. Quindi, la tecnologia non è intrinsecamente cattiva o in opposizione con la biologia, ma la sviluppiamo e usiamo in maniera disfunzionale. Ci sono però anche altri approcci, che affrontano questo problema e cercano al contrario di aiutare le altre specie a prosperare.

William Myers
William Myers

Ci fa un esempio?
Diversi anni fa lo studio Scape di New York ha elaborato un progetto, su commissione del MoMA [per la mostra Rising Currents: Projects for New York Waterfront, che aveva lo scopo di immaginare una serie di soluzioni per contrastare l’innalzamento del livello del mare nella metropoli americana, N.d.R.], che si basava su una “barriera vivente” multifunzione composta da ostriche e altri organismi. Ma ci sono moltissimi casi, per esempio i ponti vegetali del Meghalaya, nel nord-est dell’India, che invece di essere costruiti crescono…
Tutto questo per dire: biologia e tecnologia possono trovare una sintesi se facciamo più attenzione alle altre specie e alle nostre necessità più a lungo termine, come esseri umani.

E dopo la pandemia? In questi ultimi anni il biodesign si è affermato moltissimo, fino a diventare praticamente la nuova frontiera del design, ma questa nuova esperienza potrebbe portare molti di noi a vedere l’infinitamente piccolo come una minaccia per la nostra salute piuttosto che come una risorsa…
È una preoccupazione lecita, non è escluso che la paura possa renderci meno pronti a lavorare in maniera collaborativa con le altre specie. Prevedo però che le persone saranno anche più consapevoli dei benefici di carattere generale che l’esposizione ai microbi e l’avere un microbioma personale e ambientale sano possono fornire. I virus, comunque, di solito sono molto più piccoli di quelli che chiamiamo “microbi” e tecnicamente non sono vivi [se i virus possano essere considerati “vivi” è oggetto di dibattito scientifico, possiedono lo stesso tipo di proteine e le stesse molecole di acidi nucleici delle cellule viventi ma hanno bisogno di queste ultime per replicarsi e diffondersi, N.d.R.]. Credo che la ricerca progredirà in ogni caso, con la consapevolezza che per rendere le cose più efficaci ed efficienti sia necessario lavorare alla nanoscala, che è la scala della genetica, e che la biologia attraverso l’evoluzione ha già scritto una pratica enciclopedia su come le cose funzionino a quel livello.

L’influenza spagnola del 1918-19 ha avuto senza dubbio un impatto sulla creatività. Nel suo libro Biodesign scrive che una parte importante dell’estetica del Modernismo aveva a che fare con il “rendere le cose pulite e prevedibili”. Che impatto avrà il COVID-19 sul design e sugli altri settori creativi, a livello estetico?
Bella domanda. Potremmo vedere un ritorno all’enfasi sull’igiene e alcuni segnali esteriori di questa tendenza, che si tratti dell’uso del colore bianco o di un come-back dell’estetica della macchina come fonte di ispirazione. Più in generale, credo che questa pandemia accelererà il movimento verso prodotti creativi che possono essere fruiti attraverso degli schermi, attraverso la realtà virtuale o la realtà aumentata. Spero anche in una proliferazione di piattaforme sempre migliori che aiutino le persone a lavorare insieme da remoto.

“Life Support Respiratory Dog”, progetto di due giovani designer del Royal College of Art di Londra, Revital Cohen e Tuur Van Balen, in cui un cane viene usato come sostituto di un ventilatore meccanico
“Life Support Respiratory Dog”, progetto di due giovani designer del Royal College of Art di Londra, Revital Cohen e Tuur Van Balen, in cui un cane viene usato come sostituto di un ventilatore meccanico

Con circa un miliardo di persone sotto lockdown, abbiamo visto piante e animali riprendersi lo spazio che avevano perso per mano dell’uomo. C’è qualcosa che possiamo imparare dalla natura e portare con noi nel dopo pandemia?
Quello che sta succedendo ci offre un’opportunità di misurare l’impatto dell’uomo sul paesaggio, ma credo che durerà poco. Più in generale, comunque, non è mai una cosa buona “sprecare” una crisi. È un ottimo momento per ripensare come disegniamo i nostri spazi pubblici, per esempio il bilanciamento dello spazio riservato alle auto o alle biciclette. Abbiamo un’opportunità per ridisegnare le nostre città, che a oggi funzionano per pochi. Di recente ho letto un eccellente articolo di Justin Davidson su questo tema, sul New York Magazine.

Per concludere, in che direzione sta andando la ricerca tecnologica bio-based? Quali “oggetti viventi” ci aiuteranno domani a risolvere alcuni dei nostri problemi rispettando l’ambiente?
Credo che una direzione promettente sia l’iper-localizzazione [traduciamo così “hyper-localization”, termine che nel mondo anglosassone si riferisce a tutta una serie di pratiche basate sul chilometro zero e la possibilità di consumare un prodotto fresco lo stesso giorno della sua raccolta, N.d.R.] della produzione di cibo, per esempio attraverso piccole fattorie di insetti. In generale, però, penso che sia l’approccio a essere importante, al di là delle singole soluzioni object-based.

Giulia Marani

www.william-myers.com
www.meetcenter.it

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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.