Insieme alla moglie Helen, scomparsa nel 2018, Newton Harrison è stato uno dei pionieri dell’arte ambientale e a impronta ecologica. Lo abbiamo intervistato sull’attuale pandemia e la risposta è chiara: la natura, vessata per decenni dall’uomo, sta scegliendo la strada della semplificazione.

Parlavano di ambiente quando il cambiamento climatico sembrava ancora una minaccia lontana e teorica. Hanno portato la ricerca scientifica nell’arte quando gli artisti che si occupavano di questi temi erano mosche bianche. Sono stati tra i primi a tracciare una connessione tra il femminile e l’equilibrio naturale. Helen e Newton Harrison, noti semplicemente come gli Harrison, hanno condiviso cinquant’anni di vita e lavoro nel nome dell’ecologia. Dopo la morte della moglie nel 2018, Newton Harrison ha continuato a coltivare il suo impegno verso un’arte in grado di proporre soluzioni per un pianeta sotto stress. Lo abbiamo raggiunto nella sua fattoria in California per farci raccontare quei primi approcci all’arte ambientale e come il lavoro sia cambiato negli anni. Abbiamo scoperto che, osservata dal punto di vista di chi da anni lancia l’allarme, la crisi che stiamo vivendo è l’unica risposta possibile di una natura violentata dall’uomo.

Come definisce il tipo di arte che lei e Helen avete praticato per anni?
Il nostro lavoro, in termini generali, si occupa di arte ed ecologia e il processo che seguiamo parte da una regola: non fare alcuna opera senza aver prima consultato la rete della vita. Il mio primo lavoro ecologico è Making Earth, in cui creavo terriccio. Perché? Ci avevano chiesto di fare un lavoro sulle specie a rischio di estinzione e io pensai: cos’è più a rischio estinzione che il terriccio che è oggi impoverito in tutto il pianeta. Poi Helen divenne parte del progetto e iniziammo a fare le fattorie portatili. Già dalla fine degli Anni Sessanta, prima di iniziare a lavorare insieme a Helen, avevo deciso che non avrei fatto alcun lavoro che non andasse a beneficio dell’ecosistema, anche se non sapevo cosa fosse un ecosistema. Poi Helen cominciò a dedicarsi a sua volta a questi lavori e ci rendemmo conto che, se volevamo parlare di ecosistemi su larga scala, aveva senso che fossero un uomo e una donna a farlo, in contrasto con il mondo dominato dall’uomo in cui vivevamo. Quando sposammo la causa di non fare nulla che non andasse a beneficio dell’ecosistema ci mettemmo qualche anno a capire cosa fosse un ecosistema perché un conto è usare la parola, un altro è capire cosa significa nella realtà, capire che si tratta di sistemi interconnessi, di coevoluzione, sopravvivenza, tre miliardi e mezzo di anni di evoluzione e selezione genetica.

Quale è stata la motivazione che allora vi spinse a occuparvi di temi ambientali?
Indignazione. Ovviamente non puoi lavorare a questo tipo di cose senza empatia e l’empatia è una sottocategoria dell’amore, in senso radicale. Aggiungi due intelletti forti, talento, ricerca, indignazione, appunto, e una grossa forza di volontà.

Helen & Newton Harrison, The Garden of Hot Winds and Warm Rains, 1994-95. Photo credits Vera Westergaard
Helen & Newton Harrison, The Garden of Hot Winds and Warm Rains, 1994-95. Photo credits Vera Westergaard

Come reagiva il pubblico allora? Come venivano ricevuti i vostri lavori e il vostro messaggio?
Per rispondere a questa domanda bisognerebbe prima definire cosa si intende con pubblico. Chi è il mio pubblico? Allora avevamo un pubblico potenziale di 4.5 miliardi di persone, oggi ne abbiamo 7 miliardi. Quante di queste persone dovrei considerare il mio pubblico? Voglio dire che l’idea di pubblico è come un barile di anguille, è scivoloso. Non mi interessa quello che dice il pubblico, mi interessa invece quello che l’ecosistema ha da dire. Se mi lasciassi influenzare dalla popolarità del mio lavoro, non potrei permettermi di fare affermazioni provocatorie.

Da sempre voi avete sostanziato i vostri interventi artistici con solide basi scientifiche. Crede sia necessario che un artista che voglia parlare di ambiente ed ecologia abbia conoscenze scientifiche?
Se l’argomento del tuo lavoro è il sesso, è meglio che tu ne abbia fatto tanto. Se la tua materia è la scienza, allora devi averne una conoscenza. Io e Helen decidemmo subito che per qualsiasi cosa avessimo criticato, avremmo proposto una soluzione. Non avremmo perso tempo criticando qualcosa su cui non avremmo potuto fare niente. In questo senso, il postmodernismo sembrava una perdita di tempo, perché l’industria stava decostruendo la natura fisicamente, quindi tutta quell’energia posta nel decostruire questa o quella idea non contribuiva a, né si rivolgeva verso, la risoluzione delle profonde crisi che viviamo che sono, in fondo, tutte incentrate sul fatto che la natura umana si è rifiutata di rimanere una nicchia nella rete della vita. Tutte le specie sono delle nicchie e lo eravamo anche noi nella nostra cultura pre-letteraria e c’era un alto coefficiente di efficienza nella relazione delle persone con i sistemi naturali in cui vivevano. Ma abbiamo rotto quella relazione. La selezione naturale nella razza umana ha preso la strada sbagliata quando siamo usciti dalle foreste e abbiamo iniziato a coltivare la terra, quando, circa 10mila anni fa, abbiamo iniziato a utilizzare la natura invece di fare delle transazioni con essa. Lì sono iniziati i problemi. E uno degli effetti è stata la dominazione del maschio. Abbiamo sottratto la sensibilità e l’intelligenza femminile dalla generazione di cultura e stiamo morendo in conseguenza di questo.

Come le appare il futuro?  Pensa che saremo in grado di recuperare un modo migliore di vivere in relazione con la natura?
Certo, tutto il mio lavoro va in quella direzione. In alcuni nostri lavori abbiamo, per esempio, fatto delle proposte per l’adattamento delle nazioni alle ondate di caldo. Allo stesso tempo, abbiamo fatto uno studio in cui ci chiedevamo se fosse possibile per la Gran Bretagna supportare i propri cittadini con le risorse interne ed è risultato che sarebbero riusciti a supportarne tra i 10 e i 20 milioni, ma il Paese ha una popolazione di oltre 60 milioni di persone. Che possiamo fare? Possiamo ridurre la popolazione del pianeta. Come? Beh, le guerre non fanno abbastanza morti, ma i batteri e i virus sì.

Helen & Newton Harrison, Greenhouse Britain Triptych, 2007 09
Helen & Newton Harrison, Greenhouse Britain Triptych, 2007 09

Come stiamo vedendo in questi giorni….
Quando hai un ecosistema profondamente compromesso e le temperature si innalzano, i grandi mammiferi, noi compresi, sono svantaggiati, mentre sono avvantaggiati i virus e i batteri, perché si riproducono molto velocemente, mutano e si adattano, resistendo alla nostra abilità di curarci. La natura si sta riequilibrando diventando meno produttiva e più semplice. Tornando a offrire un vantaggio ai microrganismi, che sono quelli che hanno generato inizialmente la vita, la natura creerà le condizioni per una forte riduzione della popolazione umana che a sua volta si riorganizzerà in democrazie migliori basate su comunità più piccole, superando il capitalismo.

Insomma non sarà l’uomo a migliorarsi ma sarà la natura a liberarsi di noi?
Distruggendo le foreste, inquinando le acque e depauperando gli oceani delle proprie risorse, stiamo forzando il nostro ecosistema, il sistema di supporto della vita sulla terra, a semplificarsi e a sua volta il sistema forzerà la razza umana a semplificarsi. Se dovessi dare un nome alla prossima era la chiamerei l’era della semplificazione: stiamo andando verso l’era della semplificazione. Abbiamo preso tre miliardi e mezzo di anni di formazione della vita e invece di contribuire positivamente a quel processo l’abbiamo distrutto, ma questo ci si rivolterà contro e distruggerà noi. Il meglio che possiamo fare è rallentare un processo che abbiamo già avviato, cercare di non andare troppo oltre i tre gradi di innalzamento delle temperature e a quel punto riorganizzare la cultura in virtù della nostra stessa morte. Abbiamo interferito con le grandi forze della natura ed esse ora interferiscono con noi. Una delle cose più interessanti è il controllo delle nascite attuato dalla natura. Funziona in questo modo: in Europa abbiamo inquinato tutto il possibile e ora negli uomini europei è drammaticamente diminuita la quantità di spermatozoi.

Ci sono però segnali incoraggianti almeno in termini di consapevolezza. Come vede la nuova ondata di ambientalismo e il movimento creato da Greta Thunberg?
Lei è una forza spirituale alla Giovanna D’Arco. La sua vulnerabilità ha funzionato. E questo cosa mostra? Empatia. C’è una grossa riserva di empatia nel mondo che Greta è stata in grado di evocare.

Che qualità dovrebbero avere secondo lei gli artisti che oggi volessero occuparsi di temi ambientali?
Direi che la risposta è: conosci la tua materia. Presta attenzione a quello che succede nella rete della vita e affrontane i problemi. Come lo fai? Devi sapere qualcosa di biologia, non serve un dottorato ma devi capirne le basi, devi capire come funziona il cambiamento climatico e diventare un artista-ricercatore.

Maurita Cardone

https://theharrisonstudio.net/

LE PUNTATE PRECEDENTI

EARTH DAY #1 ‒ Intervista a Marco Scotini
EARTH DAY #2 – Intervista ad Agnes Denes
EARTH DAY #3 – Arte e clima
EARTH DAY #4 – Arte & ambiente in 17 date
EARTH DAY #5 – 7 artisti italiani che lottano per l’ambiente
EARTH DAY #6 – L’ambiente delle arti

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.