Creativi in quarantena: la reazione di chi lavora con le immagini

Uno scambio di vedute con Mauro Porcini, manager nel settore del design, per commentare insieme le reazioni spontanee di chi combatte il virus con l’arte visiva.

Illustrazione di Ale Giorgini
Illustrazione di Ale Giorgini

Qualcosa è arrivato a cambiare velocemente le nostre abitudini. L’abbiamo chiamato in molti modi, abbiamo esaurito ogni parallelismo con il mondo bellico. Quasi contemporaneamente al virus è arrivata anche la reazione del mondo creativo, che ha cercato di dare una forma all’invisibile e ci ha dimostrato ancora una volta il grande potere dell’immagine: raccontare il momento.
La creatività in ogni sua forma si è messa subito al servizio delle persone più in difficoltà, dalle riconversioni produttive all’utilizzo della stampa 3D, dai tutorial per realizzare in casa una mascherina alle iniziative dedicate ai bambini. Non per ultimo, è arrivato l’aiuto di chi quotidianamente lavora con le immagini.
C’è un’Italia che combatte in prima linea e un’Italia che lotta creando, mettendo a disposizione della comunità la cosa che sa fare meglio: vestire di positività i messaggi di prevenzione e le richieste di aiuto. I creativi di tutto il Paese hanno dato una forma alle indicazioni sanitarie delle istituzioni (state a casa, lavatevi le mani, rimanete a distanza) con l’intento di trovare empatia e sdrammatizzare l’angoscia del momento. Hanno portato un attimo di bellezza là dove ce n’era più bisogno, trasformando un obbligo in una presa di posizione volontaria.
Le immagini hanno poi un ruolo che va oltre l’allietare le nostre giornate. Disegnare significa raccontare, creare con il tempo una testimonianza di questo momento. La matita, storica arma di denuncia, è diventata ora uno strumento di autodifesa e di cura verso noi stessi. Viviamo in una sospensione tra due mondi: quello di prima, irraggiungibile, quello che verrà, sconosciuto. Toccherà ai creativi disegnare il punto di atterraggio, la visione di come dovrà essere la vita terminata la quarantena.

LE REAZIONI DEGLI ARTISTI

Chi ci ha regalato un’immagine lo ha fatto in modo istintivo. Illustratori come Riccardo Guasco, Gianluca Costantini, Ale Giorgini, Simone Massoni, solo per citarne alcuni, hanno raccontato le nuove dinamiche nate nel perimetro dei nostri appartamenti.
La spontaneità di queste iniziative, non derivanti da una commissione, rende evidente il desiderio di unirsi al dibattito e favorire la visione di un’identità collettiva, rispolverando l’amore per il proprio Paese, inteso nel suo senso più alto, svincolato dalla politica.
In altri casi la creatività si è radunata con formule più strutturate. Alcuni artisti, illustratori e type designer si sono riuniti come Lettera40, dando il via a un crowdfunding per finanziare gli ospedali delle regioni più colpite dall’emergenza. Le lettere illustrate, unità basilari che compongono il nostro alfabeto, vogliono essere metafora degli individui che, uniti, danno origine alla collettività.
L’arte è anche resistenza. Il magazine Collateral ha creato una nuova rubrica Instagram, Art is resistance, dove ogni giorno un autore viene chiamato a raccontare in una live session il dietro le quinte di una sua opera, che viene poi messa all’asta su una piattaforma online.
Il contributo è arrivato anche da Covid Uncovered, iniziativa ideata dall’illustratore Emiliano Ponzi per aiutare la Croce Rossa Italiana. Due modelli hanno posato nudi, indossando diverse tipologie di mascherine: dalle illusorie maschere improvvisate, come una banale sciarpa tenuta davanti alla bocca, all’esagerazione della maschera antigas. Gli artisti coinvolti hanno dilatato il concetto di pittura dal vivo, ritraendo i modelli in diretta ma rimanendo ognuno nella propria abitazione, rispettando così le indicazioni governative.

Lettera B di Nazario Graziano, illustrazione per il progetto Lettera40
Lettera B di Nazario Graziano, illustrazione per il progetto Lettera40

PAROLA A MAURO PORCINI

Altre espressioni di creatività, ancora, sono state intercettate e raccolte in #designagainstthevirus, hashtag ideato da Mauro Porcini (Gallarate, 1975), formalmente vicepresidente e Chief Design Officer di PepsiCo, nella pratica una personalità che davvero non ha bisogno di presentazioni, più che mai attivo per diffondere il valore della comunicazione. L’hashtag lanciato da Mauro, nato da un’intuizione visiva di suo fratello, diventa un contenitore dove far confluire riflessioni progettuali eterogenee. Dalla grafica alla Street Art, dal design dell’oggetto all’illustrazione editoriale. Tutte le opere sono tenute insieme dalla volontà di prender parte alla battaglia. Il suo hashtag è diventato non solo uno strumento per collezionare contenuti, ma un osservatorio sul nostro sentimento generale verso l’emergenza.
Mauro Porcini ci ha dato la sua disponibilità per fermarci un istante in più a riflettere sugli impulsi ai quali abbiamo assistito.

Siamo capaci di grandi reazioni spontanee, com’è nata la tua?
Ti rispondo utilizzando la piramide di Maslow, usando dei bisogni umani come filtro. Io sono estremamente fortunato, ho ancora un lavoro, una casa, sono in salute, la base dei miei bisogni essenziali è coperta. Anche le mie esigenze sociali sono in qualche modo coperte. Vivo con la mia fidanzata e ho vicino i miei cari attraverso le nuove tecnologie. La connessione digitale è comunque un buon surrogato per ora. Se ci spostiamo su bisogni più elevati possiamo parlare di purpose, di significato. Come designer, il mio modo di reagire è dare informazione. Avevo un team in Cina quando è arrivata la crisi, avevo dei familiari in Italia quando l’emergenza è migrata lì. Ho cercato di condividere la situazione qui negli Stati Uniti quando ancora non c’era consapevolezza. Quindi da un lato informazioni, dall’altro emozioni e concreto ottimismo, collettivo e personale. Tutti noi possiamo trovare in questa fase di difficoltà un modo per crescere come individui, professionisti, esseri umani.

Queste settimane sono state permeate dall’esigenza di fare azioni concrete, contrapposte all’obbligo di rimanere in casa. In questa situazione così pragmatica, il valore dell’immagine riesce davvero a dare il proprio supporto?
Come esseri umani comunichiamo tutto il tempo. Alcune delle nostre forme di espressione sono la scrittura, l’arte, il design, decifrabili grazie alla semantica. Ogni volta che comunichiamo c’è un contenuto, un ricevente, un codice, un medium, il contesto e i suoi rumori. Tutti questi elementi insieme creano significato. Se applichiamo questa struttura all’immagine, il medium è la tela, il codice è il segno utilizzato. Se usiamo questi strumenti in modo corretto, creiamo un impatto reale. Il fine delle immagini in questo momento è creare attenzione e generare condivisione. Lo stesso messaggio veicolato attraverso media e formule inaspettate richiama più attenzione. E l’immagine aggiunge una forma poetica, che potrebbe essere piacevole da condividere per l’esperienza in sé che ci procura.

Illustrazione di Riccardo Guasco, www.riccardoguasco.com
Illustrazione di Riccardo Guasco, www.riccardoguasco.com

Stai trascorrendo il tuo isolamento negli Stati Uniti. Vedere dall’esterno l’emergenza del proprio Paese aiuta a sviluppare una visione d’insieme più chiara o ci si sente con le mani legate?
Se fosse necessaria la mia presenza fisica nel Paese, allora avrei l’impressione di avere le mani legate. Se fossi un medico, un infermiere, se lavorassi per produrre o distribuire, avrei questo senso di impotenza. Per il lavoro che svolgo, non c’è bisogno che io sia fisicamente in Italia, sono allineato a tanti altri pensatori in questa situazione. Non conta dove siamo, la tecnologia ci dà la possibilità di raggiungere chiunque. C’è un vantaggio, o quantomeno una diversità, nella mia situazione: la distanza crea due tipi di valori. Da un lato mi permette di avere una visione d’insieme. Dall’altro lato, avendo quindici team di lavoro in altrettanti Paesi, mi è possibile comparare quanto accaduto in Italia con quello che accade in altri Paesi. Identificare in modo più chiaro positività e negatività, senza essere trasportato nella satura giungla dell’informazione quotidiana. Saturazione che spesso ci toglie la possibilità di vedere in modo più chiaro pericoli e opportunità.

L’arte visiva ci ha sempre accompagnato durante il nostro percorso, aiutandoci a definire abitudini, valori, difficoltà collettive. Ci riconosciamo nei nostri segni? 
Oggi siamo bombardati da contenuti consumabili rapidamente. Molte volte creano valore, altre no. L’arte è un’espressione nobile dell’uomo, qualcosa che rimane nel tempo e diventa una testimonianza storica. Questo può essere un momento di rinascita valoriale, unità, amore e resilienza. La rappresentazione visiva ha saputo testimoniare i difficili momenti durante le grandi guerre. Difficoltà che, anche se con forme diverse, tornano da noi a distanza di un secolo a privarci delle persone care. Ma visualizzare il pericolo ci permette di renderlo meno spaventoso. Ciò che vediamo risulta più facile da affrontare.

Fabio Servolo

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Fabio Servolo
Managing Partner di Panama Design.