Nel 2021 ricorre il centenario della nascita di Joseph Beuys. L’artista Giorgio Kadmo Pagano, nell’ambito della rubrica “Translimen!” su Radio Radicale, ha parlato con Lucrezia De Domizio Durini, storica collezionista di Beuys e sostenitrice della sua poetica.

Non sono molti a conoscere le simpatie di Joseph Beuys per Marco Pannella, così come le loro “affinità elettive”. Ne ricordo le più significative.
L’ecologia come concetto, la questione verde e della natura. Beuys fu tra i fondatori del movimento Verde in Germania, coi quali fu anche candidato e Pannella, addirittura, acquistò il simbolo del Sole che Ride dai Verdi olandesi nel 1977 per poi donarlo ai Verdi italiani.
Il rapporto da ricostruire tra Occidente e Oriente ‒ in Beuys specificamente teorizzato con la costituzione del Partito per l’Eurasia nel 1963 ‒ con una attenzione particolare alla questione tibetana e il dialogo con il Dalai Lama, figura più volte incontrata da Pannella e, nel 1982, da Beuys a Bonn.
La nonviolenza. Certo non paragonabile alla vera e propria filosofia del con-vincere e di metodo di lotta politica quale ne fece il Gandhi europeo, ma c’è da ricordare, di Beuys, uno sciopero della fame nel 1980 in difesa dell’amico Jimmy Boyle e il trasferimento in un’unità speciale della prigione di Barlinnie.
L’uso del Referendum e della democrazia diretta. Si pensi al primo Referendum italiano sul divorzio di Pannella (1974) o alla Organizzazione per la Sociale Democrazia Diretta attraverso Referendum di Beuys (1971).
Celebre un’intervista del 1979 di Pierre Restany, che chiede a Beuys: “Sono note le tue simpatie per Marco Pannella. Cosa pensi della situazione politica italiana?”. E Beuys risponde:
Non conosco gli ultimi sviluppi della situazione italiana, ma penso che non sia cambiato molto, tranne il concetto ecologico sostenuto da Marco Pannella, che è l’uomo politico che più stimo.
I Radicali sono oggi dei rivoluzionari. Gli eurocomunisti e i socialdemocratici continuano soltanto a parlare del socialismo senza ormai sapere di che cosa si tratti ma, in realtà, il popolo italiano, che è realmente represso nella sua capacità e nella sua creatività, avrebbe una gran urgenza di questo socialismo. Se potessimo avere un popolo italiano libero nella sua espressività creativa, avremmo ben presto un modello europeo che farebbe esplodere questo sistema”.
In realtà a tutt’oggi, a quarant’anni da questa intervista, il popolo italiano non è riuscito a liberare la sua espressività creativa e tanto meno ci riuscirà se, proprio in relazione all’arte, le tendenze museali contemporanee continueranno a essere tese a distruggerne la memoria e inibirne il futuro promuovendo artisti di comodo.
Contrariamente alle convinzioni di Beuys, oggi KAPITAL = KUNST, non viceversa, la finanziarizzazione del sistema dell’arte sta uccidendo l’arte, artisti sempre più proni producono arte di intrattenimento, qualsiasi siano le forme che essi scelgono di adoperare.
La questione si fa tanto più seria in quanto siamo entrati in una sorta di Nuova Età del Ferro, dove il mondo è governato dal più forte e i vecchi amici ‒ sempre che siano stati sinceri prima (e non lo sono stati, sono stati dei colonizzatori) ‒ sono i nuovi nemici:
la Brexit si fa contro il resto d’Europa;
l’Italia e la Francia che vogliono equamente tassare le Big Tech statunitensi vengono minacciate dal massimo Paese capitalista d’essere colpite con dazi stratosferici, difendendo così implicitamente anche i paradisi fiscali che quelle stesse aziende statunitensi utilizzano.

Joseph Beuys, La rivoluzione siamo noi, cartolina
Joseph Beuys, La rivoluzione siamo noi, cartolina

L’INTERVISTA A LUCREZIA DE DOMIZIO DURINI

Sono a Bolognano, in Abruzzo, nel Palazzo-Museo di Lucrezia De Domizio Durini, la maggiore mecenate, in senso rinascimentale, di colui che ritengo il più grande artista europeo del secondo dopoguerra, Joseph Beuys, del quale ricorre il centenario della nascita nel 2021.
Baronessa, il MAXXI ha curato una mostra, La strada dove si crea il mondo, lavorandoci per due anni. Gli italiani hanno pagato per due anni lo stipendio a uno staff e al direttore artistico, il cinese Hou Hanru, per fare una mostra sul rapporto fra strada e politica, la strada dove si crea anche politica. Ebbene, non c’era la figura europea che doveva essere al centro del centro di quel contesto: Joseph Beuys. Basti pensare a La rivoluzione siamo noi, con Beuys che cammina per strada con tanto di tascapane, scarponi e gilet da caccia/pesca. Ho chiesto conto di tale assenza e Hanru ha risposto che però c’è, in un video di un artista cinese che fa vedere Beuys a Berlino Est mentre spazza la strada finita la manifestazione del Primo maggio! Francamente m’è parsa una risposta risibile, tanto più che gli artisti presentati erano in grandissima parte statunitensi e cinesi, laddove sappiamo bene che in entrambi questi Paesi cambiarne l’assetto capitalistico e social-capitalistico è praticamente impossibile. In Europa invece è tutto in movimento e basta pensare all’Eurasia di Beuys per chissà quali dibattiti aprire oggi. E figurarsi se nella mostra c’ero io, che proprio per strada, di fronte a Viale Trastevere 76, dentro un’auto, mi sono fatto cinquanta giorni di sciopero della fame contro il genocidio italiano nell’istruzione. Sa quanti sono gli artisti che hanno una loro ONG dentro le Nazioni Unite per “creare il mondo”? Nessun altro. Ma siccome l’artista in questione era europeo e, soprattutto, italiano o, meglio, “italista”, come si dichiarava Ceronetti, ovviamente al MAXXI non c’era. Siamo ai ladri di Storia nei nostri stessi musei! So che lei ha scelto la strada dell’ignorare e del silenzio, raramente rilascia interviste, e affida ai libri il suo pensiero e la sua esperienza. Però scrivere libri è come mettere messaggi in bottiglie e affidarli al mare, chissà dove arrivano e se arrivano. Nel frattempo c’è un museo nazionale, insisto sul “nazionale, italiano”, con centinaia di migliaia di visitatori ai quali viene raccontata una storia dell’arte contemporanea parzialissima se non falsa. Eppure io vivo proprio a Roma, lei è a meno di due ore di automobile dalla Capitale e con molte opere di Beuys, e l’Ipogeo, e l’incredibile Piantagione Paradise, e una mole impressionante nonché filologica di foto di Beuys e del suo lavoro fatte da suo marito Buby Durini.
Guardi, quel che lei mi racconta di questo tizio, non so se cinese, non ha senso. Ma l’Italia non ha senso. Le istituzioni italiane non hanno senso. Questa Italia ‒ che non amo più ‒ non ha senso.

Ma il danaro che costa agli italiani tale struttura un senso ce l’ha, eccome! Se un museo nazionale non fa gli interessi nazionali, non promuove e anzi nega l’eccellenza artistica italiana, significa che sta lavorando contro gli interessi degli artisti italiani, delle gallerie e dei collezionisti italiani, delle riviste italiane, obbligando, nel contempo seppur indirettamente, l’intero sistema dell’arte italiana a sostenere artisti stranieri: un danno enorme e doppio al Paese che lo finanzia.
Lei ben sa, penso anche l’80% di chi mi ascolta ‒ perché chi ascolta Radio Radicale sono delle persone speciali ‒, che dal 2008 al 2011 ben cinque musei italiani non hanno accettato la donazione di opere importanti di Beuys! E non solo. Lei è venuto qui, in illo tempore, ha visto come tutto il palazzo, 43 stanze, era pieno di opere stabili realizzate da artisti come Michelangelo Pistoletto, Bagnoli, Vettor Pisani, Gino De Dominicis, artisti che erano molto giovani fra gli Anni Sessanta e Settanta, artisti dell’Arte Povera, artisti concettuali italiani. Oggi i più bravi sono morti, quelli che sono rimasti, quei vecchi artisti, sono dei businessman. Lei è nato artista. Artista si nasce, non c’è nessuna egemonia politica, economica, istituzionale che può creare l’artista. Quindi lei sa che il vero artista ha l’arte nel suo DNA e quindi può usare sia il materiale archetipo che i nuovi linguaggi, se il pensiero è forte. E Beuys ne è testimone. Io non faccio polemica, non è nel mio DNA fare polemica, questa è un’intervista pubblica, in francese si dice je m’en fous. Parliamo invece per tutti quelli che ci ascoltano.

Chi è Joseph Beuys?
L’Italia non ha mai amato Beuys, non può amarlo perché i principi fondamentali di Joseph Beuys sono fra più insigni ed emblematici, come lei ha già detto, del secondo Novecento. Beuys amava gli uomini e la natura in cui gli uomini abitano. Beuys, bus, filobus, non lo sanno né scrivere, né sanno nulla. Ma siccome ormai questi artisti dell’Arte Povera sono diventati tutti ricchi, o quelli che hanno sbagliato a fare la Transavanguardia… Io sono stata nel 1980 alla Christie’s di Londra perché Beuys aveva venduto il suo famoso “cono” del ’56. Beuys ci teneva molto a riavere questo “cono”. Beuys chiese a Buby e a me di partecipare a quell’asta per acquistarlo ‒ un’opera bellissima ‒ a qualunque prezzo, “poi ci penso io a pagare”, ci disse. Bene! Un quadro di Sandro Chia è stato venduto a 200mila dollari, se lo contendevano; il “cono” di Beuys no, lo abbiamo acquistato a 40mila dollari, più chiaramente le tasse. Lo abbiamo dato a Beuys, ma non abbiamo voluto soldi! Abbiamo voluto dei lavori di Beuys.

Uno dei due ingressi carrai della Piantagione Paradise. Photo ® Risk, dicembre 2005
Uno dei due ingressi carrai della Piantagione Paradise. Photo ® Risk, dicembre 2005

Veniamo a un’altra occasione persa per l’arte italiana ed europea. Nel senso che nessuno ne rivendica l’autorità originaria e artistica: oggi il nome di Greta Thunberg è sulla bocca di tutti, le problematiche relative al clima sono all’attenzione del mondo intero ma, ben trentacinque anni fa, nel corso di una delle classiche Discussioni di Beuys, a seguito di un intervento di Marco Bagnoli, Beuys replicava: “Noi piantiamo gli alberi, e gli alberi piantano noi, poiché apparteniamo l’uno all’altro e dobbiamo esistere insieme. È qualcosa che accade all’interno di un processo che si muove in due direzioni diverse allo stesso momento. L’albero dunque ha coscienza di noi, così come noi abbiamo coscienza dell’albero. È dunque di enorme importanza che si tenti di creare o stimolare un interesse per questo tipo di interdipendenza. Se noi non abbiamo rispetto per l’autorità dell’albero, o per il genio, o per l’intelligenza dell’albero, troveremo che l’intelligenza dell’albero è talmente enorme da permettergli di decidere di fare una telefonata per comunicare un messaggio sulle tristi condizioni degli esseri umani”.
L’albero farà la sua telefonata agli animali, alle montagne, alle nuvole e ai fiumi” ‒ “telefonata”? Beuys aveva un’idea di “intelligenza” molto ampia, in un’altra conversazione con Restany dice: “Cerco anche di parlare dell’intelligenza in un senso molto più ampio rispetto a quest’intelligenza umana noiosissima. Una rosa ha la sua intelligenza; la terra, le onde e i venti hanno anche loro una propria intelligenza” ‒ “deciderà di parlare con le forze geologiche, e se l’umanità fallisce, la natura avrà una vendetta terribile, una vendetta terribilissima che sarà l’espressione dell’intelligenza della natura e un tentativo di riportare gli esseri umani al lume della ragione attraverso lo strumento della violenza. Se gli uomini non possono far altro che rimanere imprigionati nella loro stupidità, se si rifiutano di dare considerazione all’intelligenza della natura, e se si rifiutano di mostrare una capacità di entrare in un rapporto di collaborazione con la natura, allora la natura farà ricorso alla violenza per costringere gli uomini a prendere un altro corso. Siamo giunti a un punto in cui dobbiamo prendere una decisione. O lo faremo o non lo faremo, e, se non lo faremo, ci troveremo a dover fronteggiare una serie di enormi catastrofi che si abbatteranno su ogni angolo del pianeta. L’intelligenza cosmica si rivolgerà contro il genere umano. Adesso però, ancora per un certo periodo di tempo, ci rimane la possibilità di giungere liberamente a una decisione – la decisione di prendere un corso che sia diverso da quello che abbiamo intrapreso in passato. Possiamo ancora decidere di allineare la nostra intelligenza con quella della natura”. Mai Beuys aveva fatto una discussione così forte! Però nel 1984 aveva la speranza e la fiducia che l’uomo potesse cambiare.

Nel 1982, su richiesta di Beuys, suo marito dà la disponibilità di 15 ettari di terreno per la messa a dimora di 7mila alberi e arbusti di diverse specie rare o in via di estinzione. Nasce così a marzo dello stesso anno la Piantagione Paradiso. Un progetto che durerà fino alla morte di Beuys, ma che lei stessa sta continuando, e che anticipa l’altro progetto, quello delle 7000 Eichen” del luglio dell’82 a Documenta VII di Kassel. Pistoletto parla oggi di Terzo Paradiso che, se analizzato nel dettaglio, con quella che io ritengo una deriva meramente funzionalistica dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU, a me pare portare di molto indietro il dato politico di Beuys. Lo dico a ragion veduta perché conosco molto bene i meccanismi di funzionamento delle Nazioni Unite, essendo anche il dirigente di una ONG dell’ECOSOC delle Nazioni Unite. E non voglio più di tanto girare il coltello nella ferita parlando della scultura di Pistoletto con la Mela alla quale è stato ricucito il morso dato da Eva e che, francamente, è più degna di una vignetta in 3D che di un’opera d’arte.
Pistoletto è un grande, però si è montato la testa, perché i soldi fanno montare la testa. Sa cosa diceva Pierre Restany a me? “Sai Lucrezia, ho aiutato tanti artisti, tutti sono diventati importanti, alcuni sono morti ma, quelli vivi, quando mi vedono girano l’angolo perché gli ricordo che erano nessuno”. Pistoletto sta sbagliando le politiche, come si può permettere Michelangelo Pistoletto, parlo scientificamente in relazione proprio al suo lavoro ‒ io gli voglio bene e lo stimo ma si è perso ‒, come si può permettere alla Stazione Centrale di Milano, della città più europea d’Italia, di mettere quella mela. Come si può permettere di fare delle azioni politiche scientificamente non conformi al suo lavoro, quando lui, da grande artista, ha rifiutato di stare nella Pop Art rifiutando un importantissimo contratto. Non so, sono impazziti tutti.

Guido Ceronetti a Cetona, dover volle farsi fotografare accanto all’auto nella quale Giorgio Kadmo Pagano condusse lo sciopero della fame davanti al MIUR. Photo Giorgio Kadmo Pagano
Guido Ceronetti a Cetona, dover volle farsi fotografare accanto all’auto nella quale Giorgio Kadmo Pagano condusse lo sciopero della fame davanti al MIUR. Photo Giorgio Kadmo Pagano

Beuys dava molta importanza al potere della parola, una delle sue più continuative attività artistiche è stata quella di promuovere Discussioni su Discussioni. Ma c’era anche metodo nel promuoverle.
Questa è una storia che va molto ben chiarita. Beuys non ha mai fatto il Maestro! Un anno prima si diceva il tema, noi, in senso di pluralia maestatis, lo promuovevamo per un anno intero, si sceglieva il luogo della Discussione intorno a questa tematica, preparavamo le lavagne, e tutti potevano intervenire, perfino i direttori dei musei. Gliel’ho detto prima, chi ha il pensiero forte può osare tutto, usare tutti i linguaggi. Il problema è che non ci sono più uomini di fede, oggi io parlo dell’Italia, ma possiamo parlare del mondo, del globo terrestre, oggi c’è una sola strada: il potere! E questa strada finisce con due vicoli chiusi: il business e l’immagine. Io, un giorno, in una mia conferenza, ho chiesto a un ragazzino di 12 anni: “Vuoi andare in televisione o vuoi mille euro?” Il ragazzino di 12 anni mi ha detto: “Vado in televisione perché prendo molto di più di mille euro”. Questo è il problema!

Giorgio Kadmo Pagano

L’intera intervista, di cui questa trascrizione è un parziale adattamento, è andata in onda su Radio Radicale nella rubrica Translimen! in quattro parti.

Dati correlati
AutoreJoseph Beuys
CuratoreLucrezia De Domizio Durini
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Giorgio Kadmo Pagano
Giovanissimo, espone per la prima volta agli Incontri Internazionali d’Arte. Ha una preparazione culturale costruita in anni di frequentazioni con il meglio dell’arte italiana, da De Dominicis a Pisani a Kounellis a Ontani, e politica con il “Gandhi europeo”, Marco Pannella, col quale condivide migliaia di ore di riunioni nonché prassi di lotta nonviolenta, che lo portano nel 2014 a fare 50 giorni di sciopero della fame in auto davanti al MIUR contro il genocidio culturale italiano. Architetto, nel 1985 pubblica il saggio “Arte e critica dalla crisi del concettualismo alla fondazione della cultura europea”. Dal 1989 dirige l’ERA, una ONG dell’Ecosoc delle Nazioni Unite. Giornalista dal 1993, nello stesso anno diventa Direttore responsabile del periodico culturale Translimen, oggi rubrica di Radio Radicale. Nel 1996 idea, progetta e pubblica, con la direzione del Nobel per l’Economia Selten, il primo saggio europeo di Economia Linguistica “I costi della non-comunicazione linguistica europea”. Oggi, col suo nuovo pamphlet, ci guida sul “Come divenire la super potenza culturale che siamo”.