Parola all’architetto Davide Vargas, autore di un tour disegnato alla scoperta di Napoli. In fondo trovate i primi 25 acquerelli, e i restanti nelle prossime settimana. Da collezionare!

Architetto, sì, ma anche disegnatore talentuoso e scrittore. Lui è Davide Vargas (1956) e qui racconta la sua guida sentimentale dedicata a Napoli e i cento racconti pubblicati sulle pagine di Repubblica.

Davide, tu sei anzitutto un architetto. E gli architetti spesso disegnano. Penso alla caricatura che Maurizio Crozza fa di Massimiliano Fuksas, o agli schizzi affascinanti di Álvaro Siza. Come si intreccia a tuo avviso la professione con la matita?
Il disegno è uno strumento di conoscenza rivolta principalmente a sé stessi. Serve a definire le prime forme dell’idea progettuale: sono gli schizzi più autentici, pieni di correzioni e annotazioni. Ma anche i disegni fatti in seguito, a lavoro in corso o anche finito, hanno un valore: ti fanno capire dove magari hai sbagliato o una certa intuizione, e infine le ragioni del processo. Vanno a collocarsi in una specie di personalissimo abaco, ben sapendo che da lì non attingerai mai più le forme, ma solo l’esperienza. Che è la cosa conta di più.

Tu sei un narratore, anche. Hai pubblicato una trilogia con l’editore Tullio Pironti, ma qui parliamo della tua rubrica sulle pagine napoletane di Repubblica. Ci racconti il progetto, arrivato ora alla 100esima puntata?
Sono tre libri che narrano dei luoghi che io definito “parlanti”. L’altra città [guida sentimentale di Napoli] del 2017 raccoglie una serie di itinerari in città, neanche tra i più noti ma che negli anni si sono insediati nella personalissima mitologia che ognuno costruisce dentro di sé. Dopo che la Repubblica aveva recensito il libro, ho cominciato una collaborazione con il giornale scrivendo ogni settimana un nuovo “racconto” su Napoli (per me sono racconti e non articoli) con relativo disegno. E coì, settimana dopo settimana, siamo arrivati a 100. È stata un’esperienza esaltante, la città si è mostrata inesauribile e generosa, ma ha chiesto in cambio attenzione, studio, approfondimento. Per mostrare i suoi lati più veri ha preteso che mettessi da parte ogni stereotipo, ogni indulgenza e ogni folclore. E poi disegnare i luoghi visitati è stata operazione di conoscenza doppia: in strada traccio un primo schizzo veloce o anche più di uno, poi in studio mi aiuto con le fotografie e faccio il disegno definitivo colorandolo con il caffè spalmato e un po’ di pastelli ad acqua. È una specie di “evocazione” dell’esperienza di strada ed è un modo per entrare nelle fibre della realtà che sono stato capace di cogliere.

Davide Vargas, Quartieri Spagnoli
Davide Vargas, Quartieri Spagnoli

Siamo così a tre forme diverse di narrazione: l’architettura, il disegno e la scrittura. Qual è la formula alchemica che ti permette di coniugarle?
È una domanda che mi hanno già fatto, ma io non so rispondere. Credo che non ci sia formula alchemica. A me sembra di fare sempre la stessa cosa, sia che progetti, sia che scriva, sia che disegni.

Il tuo andare a zonzo per Napoli ricorda naturalmente esempi celeberrimi, dalle derive situazioniste all’indietro verso la Parigi di Baudelaire e ai resoconti dei Grand Tour, ma anche avanti, alle narrazioni (corredate di immagini e con tante descrizioni architettoniche e urbanistiche) di Sebald. Quali sono i tuoi riferimenti?
Ci sono scrittori di viaggi che leggo con grande ammirazione, Paolo Rumiz, Claudio Magris, Kapuscinski, Bill Bryson, William Least Heat-Moon. Tutti viaggiano e fanno parlare le persone che incontrano, ma io preferisco stabilire un rapporto quasi esclusivo con i luoghi, la gente che vi entra ne assume in qualche modo la stessa sostanza. E i miei viaggi sono traiettorie brevi. O ancora scrittori che disegnano come Buzzati. O architetti che raccontano le città come De Carlo. Ma se devo fare dei ringraziamenti allora comincio dall’architettura che ha educato l’occhio a guardare nel retro della realtà, a misurare, scoprire relazioni, valutare, toccare, sentire i materiali.

La domanda di chiusura non potrebbe essere più banale: ci farai un libro con questi testi e questi disegni?
Spero, cerco un editore.

‒ Marco Enrico Giacomelli

www.davidevargas.it/

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.