Un testimone sociale. Intervista a Ennio Calabria

Palazzo Cipolla, Roma ‒ fino al 27 gennaio 2019. Dal 1958 a oggi l’arte di Ennio Calabria continua a essere fuori moda, fiera di essere inattuale e controcorrente. A Roma l’artista mostra il suo “fatto pittorico”, le sue molteplici visioni del mondo.

Si può dire che l’esposizione di Ennio Calabria (Tripoli, 1937) a Roma, curata da Gabriele Simongini, sia un grande risarcimento nei confronti di un artista con sessant’anni di pittura alle spalle.
Da molti identificato, negli Anni Sessanta, con una parte politica all’opposizione, esce di scena proprio in quel periodo a causa dei disaccordi creati dal pittore Renato Guttuso – come documentato da Marco Bussagli nell’intervista con il pittore e come si legge nel testo di Ida Mitrano, entrambi pubblicati in catalogo.
Una questione che l’artista si limita a raccontare come un fatto storico, documentabile.
L’esposizione, promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, fortemente voluta da Emmanuele F. M. Emanuele, e realizzata da POEMA, con il supporto tecnico di Civita Mostre, si compone di circa ottanta opere di grande e piccolo formato, che spaziano dalla pittura a olio all’acrilico al pastello, e di una selezione di dodici manifesti originali che fanno parte di una più ampia collezione composta da più di novanta pezzi, tutti di proprietà dell’artista. Ad accompagnare le opere si trovano alcuni testi scritti ah hoc dall’artista stesso, alcuni dei quali compaiono all’interno delle didascalie.
Continuando a dipingere incessantemente, Ennio Calabria conduce il suo viaggio nella storia della società italiana registrando i mutamenti dell’uomo contemporaneo. Oggi lo fa affrontando il rapporto con la tecnologia. “Il tema fondamentale di questi tempi, per Calabria, è la nuova trasformazione che ha accelerato moltissimo gli scambi umani e sociali, tramite WhatsApp o i socia network in generale”, sottolinea il curatore. “L’artista pone un interrogativo: come cambia tutto questo l’identità della specie umana? Da qui nascono i mutanti, uomini o donne che stanno cambiando”. E continua: “In questa mostra il percorso va a ritroso, dalle opere più recenti fino alle prime opere. Volevamo mostrare la potenza della sua pittura oggi, e non quella di un pittore il cui percorso è ormai chiuso. Molti quadri in esposizione sono stati dipinti nel 2018”.

Ennio Calabria. Photo Alessandra Pedonesi

Ennio Calabria. Photo Alessandra Pedonesi

L’INTERVISTA

La sua attuale ricerca ha incluso un nuovo elemento, con l’aggiunta dei dispositivi elettronici dipinti all’interno delle sue opere. Sembra però che l’interazione con essi non porti a un progresso per l’umanità, anzi, la renda schiava della tecnologia, facendola regredire a una dimensione istintuale.
Io distinguo tra progresso ed evoluzione. Oggi c’è uno strano pasticcio, sembra che l’evoluzione sia il processo tecnologico. L’evoluzione è misteriosa, non è che hai tutti gli strumenti per identificarla. Mentre il progresso lo vedi, l’evoluzione è qualcosa di misterioso, ed è quella che conta, che segna il passo.
Tanti anni fa ci fu una grande polemica mondiale, la missione spaziale che per prima portò gli uomini sulla Luna, e allora alcuni sostenevano che tecnologia significasse evoluzione, mentre altri si opponevano, sostenendo che l’evoluzione fosse il corretto funzionamento delle strutture ospedaliere. Stiamo vivendo un’epoca spaventosa da un lato, dall’altro bisogna sempre cercare il vagito dietro la maschera di morte.

La sua riflessione sposta il punto sull’uso che le persone fanno della tecnologia, delle chat, dei social network.
Ormai è come se avessimo dentro di noi un archivista misterioso, occulto, di cui non conosciamo la metodologia archivistica ma che di sicuro disfunzionalizza dal tempo di origine non solo la cultura ma i fenomeni in generale e li usa come un nuovo carburante della personalità. Ecco, ora si passa dalla locuzione cogito ergo sum (che significa letteralmente penso dunque sono) al sum ergo cogito. In poche parole, è la vita che determina il pensiero e non più il pensiero che illustra, codifica la vita. In sostanza: io sono il pensiero. Il mio pensiero non media più tra informazioni esterne, ma io sono come un ventriloquo che usa l’aria interna per parlare all’esterno.
La gente oggi pensa e percepisce di essere essa stessa, il proprio essere fisico, la nuova cultura. So che questa cosa stupisce ma indica il vero nuovo mostro che dobbiamo affrontare, quello della quantità. Cioè: noi oggi abbiamo una quantità presentista e non abbiamo più strumenti selettivi.

Ennio Calabria, La giuria, 1959. Photo Alessandra Pedonesi

Ennio Calabria, La giuria, 1959. Photo Alessandra Pedonesi

E per quanto riguarda le giovani generazioni?
I giovani che si interfacciano con le nuove tecnologie non sono vanitosi, egocentrici, narcisi, sono solo convinti che hanno da dire e sono convinti di dire qualcosa. La dicono per il colore del vestito che hanno usato, per il modo di muovere gli occhi, per come si muovono. Loro sono convinti di questo. Sono delle persone che pensano di fare cultura ma attraverso di sé.
Una volta si diceva: è la tua opinione personale, poi c’è la voce della storia. Ora la voce della storia non c’è più perché la collettività, la dimensione collettiva della personalità, ha perso i suoi caratteri – chiamiamoli – umani; si è tecnicizza, non si fa più carico dei valori.
C’è una situazione inedita per cui la soggettività diventa una vera struttura nuova, dalla quale rinascerà la dimensione comunitaria. I giovani sono i primi approcci di una mutazione che è la nostra sfida del futuro. Ognuno di loro ha oggettivamente, da ragioni storiche, il diritto di essere. E come Lenin ripeteva: “I fatti sono testardi”, oggi è come se si dicesse: tutto ciò che è vivo, vivente, è testardo, cioè ha il diritto a esistere in quanto vivo.

Spostandoci in ambito artistico, crede che il presentismo che domina il nostro tempo tolga respiro, serietà, credibilità all’opera d’arte?
Prima prevaleva una gerarchia per cui non tutti avevano il diritto di esprimere la propria idea. Ora tutto questo castello culturale non c’è più. Oggi ognuno ha il diritto di essere, ha il diritto di rappresentarsi. Da questo punto di vista qual è il vero problema? È che c’è una quantità enorme di presunti o reali artisti. Che facciamo? È un quesito per ora senza risposta, bella sfida del domani. Da questo momento questi sono i problemi con i quali misurarci. Credo che non si possa valutare l’opera di un giovane artista con i codici culturali precedenti, perché parliamo di una nuova epoca, di persone che hanno subito una mutazione.

Ennio Calabria, Quando viene l'estate, 1965. Photo Alessandra Pedonesi


Ennio Calabria, Quando viene l’estate, 1965. Photo Alessandra Pedonesi

Qual è la sua posizione di fronte a tutto questo?
Questa è l’epoca della radicalizzazione di tutto, per cui io difendo oggi la creatività, la difendo come una categoria oggettiva. In poche parole, quello che la società della superficie ha rimosso io lo sostengo e voglio riproporlo in una nuova funzione compatibile con le trasformazioni in atto, non mi posso contrapporre.

Donatella Giordano

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Donatella Giordano

Donatella Giordano

Nata in Sicilia, vive a Roma dal 2001. Ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove nel 2006 ha conseguito il diploma di laurea con una tesi che approfondiva la nascita dei primi happening e delle azioni performative…

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