La dignità non conosce nazione. Intervista a Patrick Charpenel

Parola al direttore esecutivo del Museo del Barrio di New York, che pochi giorni fa ha divulgato la netta posizione della sede museale sulla drammatica vicenda dei bambini migranti separati dai loro genitori al confine con gli Stati Uniti.

Dreaming up North, Children on the Move Across the Americas, exhibition view at El Museo del Barrio, 2017. Photo Valentina Glockner Fagetti
Dreaming up North, Children on the Move Across the Americas, exhibition view at El Museo del Barrio, 2017. Photo Valentina Glockner Fagetti

Il 10 luglio scorso Patrick Charpenel, direttore esecutivo del Museo del Barrio di New York, fa circolare via email un messaggio inequivocabile con cui prende una posizione netta sulla drammatica vicenda dei bambini migranti trattenuti in centri di detenzione e separati dai genitori e sul loro destino. Vicenda che ha scosso gli Stati Uniti e la comunità internazionale e non priva di conseguenze per il futuro di questi bambini. “Come istituzione radicata nella giustizia sociale e creata per e dalla comunità” ‒ si legge nella comunicazione ‒ “siamo seriamente preoccupati per il destino di più di tremila bambini che sono stati trattenuti in centri di detenzione, rifugi e alloggi temporanei a El Barrio e in tutto il Paese. Famiglie e bambini stanno sopportando traumi inutili con possibili danni a lungo termine per la loro salute mentale e fisica… Esortiamo l’amministrazione e i nostri leader nazionali a intraprendere azioni rapide per sviluppare politiche d’immigrazione che siano umane e nel miglior interesse dei nostri bambini e famiglie”. E il direttore incoraggia chiunque a difendere ciò che è giusto a sostegno degli immigrati. Appellandosi alla preghiera e al supporto di tutti, invitando chiunque a cliccare un link che rimanda a un elenco di organizzazioni che offrono supporto ai bambini e alle famiglie colpite. Un atto, quello di Charpenel, inaspettato, coraggioso e soprattutto non comune da parte di un’istituzione artistica. Il sistema dell’arte è quasi sempre restio ‒ salvo nel caso di artisti che lavorano specificatamente su determinati aspetti o di mostre a tema ‒ ad azioni radicali, quando si entra nel vivo di questioni sociali e politiche.
Il museo, l’anno scorso, aveva già manifestato un pensiero chiaro, ospitando la mostra Dreaming up North: Children on the Move Across the Americas incentrata sulle testimonianze di bambini immigrati che si spostano attraverso le Americhe. Le opere raccolte da un gruppo di sei antropologi e tre fotografi raccontavano i bambini migranti dal Messico, El Salvador, Guatemala, Honduras, Ecuador e Nicaragua.
Abbiamo raggiunto Patrick Charpenel per farci raccontare il perché della sua scelta e del modo in cui ha risposto la comunità artistica americana e internazionale. Considerando come in Europa e in Italia il cruciale e urgente tema dell’immigrazione sia diventato una questione di neanche-troppo-diplomatico “scarica barile”, il semplice ed efficace gesto di Charpenel dovrebbe farci riflettere. Tutti.

L’INTERVISTA

Che cosa l’ha spinta a diffondere l’email? 
Come istituzione culturale radicata nella giustizia sociale e rappresentante della cultura latina e latinoamericana negli Stati Uniti, è nostro dovere morale e civico difendere le nostre comunità. Al momento migliaia di bambini, che sono fuggiti dai loro Paesi d’origine a causa di condizioni di vita ingiuste e in circostanze di pericolo di vita, sono stati separati dalle loro famiglie e sono stati trattenuti in centri di detenzione, rifugi e alloggi temporanei a El Barrio e in tutto il Paese. I musei non possono più rimanere neutrali di fronte a problemi sociali e politici che hanno un impatto sugli stessi costituenti che sono chiamati a servire.

Ha rafforzato il suo messaggio introducendolo con una citazione dell’artista cubana Tania Bruguera. Perché?
Nel 2013, l’artista cubana Tania Bruguera ha parlato al TED Global, dove ha descritto la sua esperienza personale con la censura, il concetto di arte come agente di cambiamento sociale e le conseguenze della globalizzazione. Attraverso il suo discorso sulle nuove realtà della nostra interconnessione, ha osservato che in un mondo globale dovremmo essere tutti cittadini perché la dignità non ha nazionalità. Come istituzione aperta e inclusiva di tutti, ci viene ricordato che la dignità è l’essenza di chi siamo, come esseri umani. Grazie a quest’apertura possiamo ottenere molta più comprensione ed empatia.

Ritratto di Patrick Charpenel, dettaglio
Ritratto di Patrick Charpenel, dettaglio

Ha illustrato la sua email con un’immagine tratta da Dreaming up North: Children on the Move Across the Americas, una mostra ospitata dal museo da lei diretto nell’autunno del 2017.
Sì, nella nostra galleria della comunità, in collaborazione con Colectiva Infancias e una rete di antropologi e fotografi sociali. Il progetto evidenziava l’esperienza dei bambini migranti principalmente dal Messico, El Salvador, Guatemala, Honduras, Ecuador e Nicaragua. La nostra speranza era di contribuire a una visione più complessa e più sfaccettata della migrazione dei bambini che riconosca la tremenda sofferenza, lo stress e il pericolo che questi piccoli migranti provano. Quando migrano, rivendicano un diritto umano, tornano a casa dai loro genitori dopo anni di separazione, cercano un reddito che fornirà ai loro fratelli e sorelle le opportunità che non hanno avuto, resistendo alle bande e alle strategie di paura e dominazione dei cartelli della droga. È importante che El Museo del Barrio serva come spazio per questo tipo di mostre e dibattiti che hanno un forte impatto sulle comunità latinoamericane negli Stati Uniti.

Come ha risposto la comunità artistica internazionale?
Dal nostro punto di vista, la comunità artistica internazionale, dagli artisti ai musei, non solo ha sostenuto le famiglie e i bambini colpiti, ma ha anche fortemente difeso i diritti umani. Ho ricevuto un incredibile sostegno da colleghi di tutto il mondo per quanto riguarda la nostra dichiarazione e il lavoro in corso per sostenere queste famiglie e i bambini.

Pensa che l’arte abbia il potere d’influenzare il punto di vista della gente nei confronti di importanti e cruciali questioni politiche e sociali?
Assolutamente sì. Credo fermamente che l’arte, in quanto agente per il cambiamento sociale, sia molto potente. Ha la capacità di articolare le realtà e le esperienze degli artisti, nel loro medium prescelto, e alla fine smuovere emozioni e risvegliare la coscienza su questioni politiche che riguardano tutti noi.

Daniele Perra

www.elmuseo.org

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Editorialista e responsabile della copertina di “ARTRIBUNE”, collabora con “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente di Contemporary Art and Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.